Bugie CXXV
Maggio è primavera ormai entrata del tutto, è cose come questo uscire in camicia ad accompagnare mia moglie al Leonardo Davinci e tornarmene nella familiare dimora di lei privo. Sono queste finestre aperte a far entrare i suoni del traffico festivo mentre il Pescerosso muta si regge al bordo del tavolo della cucina mentre la sbatto dentro il mio uccello insoddisfatto.
Sono di cattivo umore.
Mi manca Ire.
Abuso della mia sorella bionda violandole in ogni femminile anfratto, senza goderne come vorrei. Continuo a fotterla a lungo, rabbioso, scaricando su di lei la mia frustrazione.
La sua fica fa un rumore osceno di liquidi scivolosi, impagabilmente erotico, mi viene ancora più voglia ma non c’è piacere nei miei lombi.
La schiaffeggio forte sulle natiche mentre le affondo dentro, Lize ha un altro orgasmo muto: l’ennesimo.
Continuo, non so arrendermi.
Quella femmina deve avermi fatto qualcosa.
Oltre a sposarmi.
Bugie CXXIV
Vivo in tempi interessanti e questa è una discreta iattura, sono una persona per cui la noia è incubatrice sublime della perversione e avere così tanti stimoli dall’ambiente mi fa agonizzare il desiderio così invece di starmene nella mia casa a sfondare e farcire la fica a una delle mie consanguinee reggo l’esposimetro nello studio di Bouche e sposto torce da 900 watt secondo. Il soggetto è appropriatamente immobile essendo inanimato il che le permette di impazzire nella ricerca della luce perfetta usando nove maledetti Broncolor per una potenza sufficiente ad illuminare la basilica del padre di Santa Romana Chiesa. Dall’orbita di Marte.
Il risultato finale sarà perfetto ma comincio ad esser invaso da un improvvido torpore.
-”Vedi di reggere altri dieci minuti, anche se tutto quello che desideri ora è affondare il viso tra queste grosse tette e addormentarti.”
-”Sembrano davvero invitanti, e poi ti sono diventate enormi.”
-”Metabolismo lento, e tua moglie cucina meraviglie.”
-”Che ne dice Giulia.”
-”Che adesso è tardi e andiamo tutti e due a casa tua così la pianti di sbavare sulle tette della ragazza di tua sorella e io mi faccio una bella mangiata di fica prima di andare a nanna.”
-”Mi stai diventando lesbica ortodossa?”
-”Ottavio è nella città degli angeli, ancora e per altri cinquanta giorni di lavorazione”
-”Buon appetito.”
-”Portami a casa tua, o mio troppo eterosessuale anfitrione”
-”Gelosa che mi accoppio con la tua gentil donzella.”
-”No, no, adoro il sapore del tuo sperma di qualche ora quando lo risucchio dalla sua fica.”
-”Sei disgustosa.”
Lei lo fa apposta ed io lo apprezzo anche, è l’unica femmina che riesce a mettermi in imbarazzo di me stesso ed è impagabilmente sano come evento.
Dopo poche decine di minuti e la vecchia meretrice che scorre attorno al parabrezza entriamo entrambi nella mia camera da letto, Buoche ne esce trascinandosi dietro una Labbra tutta sporca di sonno, io mi adagio su Ire che emette un basso mugolio. Mi basta quel suono per sentire il mio uccello gonfiarsi di sangue.
La giro sulla schiena, le spalanco le gambe e leccandole un seno affondo nella sua fica.
Non apre gli occhi. Per tutto il tempo.
Socchiude la bocca e geme mentre i fili della sua saliva brillano tra le labbra divaricate.
Ire.
Mia.
Bugie CXXIII
Una giornata piovosa mi tiene a letto fino a tardi ed il mio braccio adeguatamente flesso vi trattiene anche la mia sposa dicattolicissimo matrimonio, inchiodata sul fianco con le ginocchia unite sotto il mento e la fica stesa e dischiusa ad ospitare il mio uccello che pompa i suoi succhi fuori in un lucido rivolo gentile.
Ansima, geme, sancisce così il suo privilegio rispetto alle mie sorelle e purchè sporga bene la sua fica per farsi fottere più profondamente può fare tutto il chiasso che desidera. Peraltro solletica piacevolmente il mio ego sentirla godere così dopo migliaia di scopate fatte insieme dalla deflorazione.
Dopo averla farcita del mio seme la trattengo tra le braccia e ci riaddormentiamo, è Giulia che poi la viene a svegliare perchè vada preparare il banchetto del dì di festa. La piccola oppurtinista colglie l’ occasione di sostituire tra le lenzuola ma mia consorte ma per lei non c’è nulla stavolta, nessun ardore, il mio braccio che la circonda e la schiaccia contro di me, il mio sonno che la inchioda li a fare da sponda al mio corpo.
Il pomeriggio è per i bambini, fino a sera, fino ad ora, scrivo mentre aspetto che la madre dei miei figli finisca le sue abluzioni e venga in questo letto a farsi possedere muta fino a che io non perda ogni ardore.
Il giorno festivo richiede un sacrificio, Lize è l’olocausto al mio piacere perverso.
483 Ossi di Seppia

Se ne sta li portato dal mare
l’anima bianca
dimenticata.









