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Bugie XXXVIII

Neve o quasi, gocciola sciolta e fredda fuori della finestra, chiuso in casa con Giulia addormentata sul divano ed Irene in vena di coccole, il freddo la mette sempre di umore melanconico. Non più addosso ma molesti nel ricordo i capelli di Lize, fresature di ottone, e noi due che ce ne andiamo a cena da innamorati e poi di nuovo nella casa familiare da fratelli. E il sesso, quel sesso sporco dopo l’attesa, dopo l’assenza, la prima volta che la prendo nella notte del sabato è frettolosa e feroce. La lascivia viene dopo, copiosa e dal sapore di zenzero candito, i nostri corpi di nuovo in confidenza, di nuovo stretti a scambiarsi la traspirazione per contatto, il tempo che do a Lize è orizzontale, intimo, a scriverlo sembra di ripetermi mentre per le mie mani, per la mia pelle, ogni contatto si somma al precedente, si stratifica denudandomi. Allontanarmi da lei mi è doloroso la domenica mattina presto, la scopo un poco mentre dorme e la lascio a metà, con un bacio sulla bocca mentre fuggo come un ladro, borsa già pronta in macchina e autostrada fino a Civitavecchia Sud, negli occhi il viola del cielo di tramontana che si sta facendo, ampiamente in anticipo su qualsiasi appuntamento. Arrivo a bordo e mi cambio, la barca è aperta come sempre, non c’è nessuno in giro così presto, la condensa notturna su ogni superfice e l’aria densa, l’odore sordo dell’acqua, io che da solo tiro fuori il sacco del genoa uno e lo preparo in coperta, poi mi metto a passare il circuito dello spi. Mi rilassa, mi lava via la dolorosa mancanza del calore di Lize sul mio ventre, dei suoi seni nelle mie mani ora gelide e zuppe.

Poi arriva il nonno con tanto di Labbradilampone, un paio di amici del club uno dei quali accompagnato dal pargolo e dulcis in fundo Irene che era un bel po’ che non veniva in barca, appena al completo molliamo gli ormeggi sotto un sud leggero e senza onda, neanche il tempo di uscire che è subito bolina con Ire alla randa e il nonno al timone mentre già si pensa di cambiare il fiocco.  A scrivere di mare non sono bravo quindi è inutile che la tiri lunga, sono uno di prua e con me c’è Giulia che ha quella rara e incredibile dote delle ballerine di portarti praticamente volando sacco dello spi davanti a barca più che sbandata senza reggersi mai alla draglia neanche per un attimo. Ogni volta che lo fa mi fa venire una rabbia feroce, invidia, e da quest’anno può persino fare equipaggio in regata… e si vede da come il nonno porta la barca che ci sta facendo su un pensierino di ricominciare a dar battaglia. Il nonno, lo trascuro troppo, è così felice di averci qui tutti insieme, di godersi un po’ la famiglia, e se lo merita pure perchè è un grand’uomo il nonno.

Che bella la Domenica in mare.

E si torna al martedì, a questo freddo maledetto, a Giulia che mi prendo in braccio e mi porto a letto con Ire che mi segue, e ci infiliamo tutti e tre sotto le coperte. Si l’idea è quella di partire con le coccole ma non ho ben capito come a un certo punto mi trovo steso sulla schiena con la liscissima fica di Giulia in bocca,  Ire che si muove col mio uccello ben piantato dentro mentre loro due che si baciano e si accarezzano i seni.

Come serata invernale immagino ci sia di peggio, ogni tanto devo mordicchiare un po’ forte Giulia per non farla cedere all’orgasmo, e i gemiti di irene che sbatte con forza le sue natiche sulle mie gambe sono il suono più bello che conosco.

E poi non c’è mai niente di interessante in TV.

bugie 38  Bugie XXXVIII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXVII

Venerdi’ piovoso, Giulia sulle punte, tra le altre che non hanno ne colore ne forma, lei, guardo solo lei e il suo viso estatico nello sforzo, nel dolore delle dita che sanguinano. Danzano vestite, un peccato per chi conosce gli splendidi lavori di Dieter Blum, tiro fuori dalla sua custodia di pelle la macchina fotografica e le scatto una foto, una sola, poi la metto via.
Labbradilampone quando ancora non era di Irene.

Il senso di bellezza che mi trasmettono le ballerine e’ impagabile, mi penetra dentro con l’odore del sudore femminile, la musica classica, il pavimento di quercia sotto i piedi nudi. L’insegnante mi guarda e mi sorride ogni tanto, una riga appena accennata sul viso, sono il suo pubblico, la silenziosa presenza maschile che non puo’ essere toccata, non come uno dei suo ballerini. Li, compostamente piantato sui miei piedi nudi con i miei pantaloni ben stirati e la camicia scura del clergy, sono semplicemente un uomo, un maschio, privo di qualsiasi funzione accessoria atta a definirlo quindi maschio e basta. A sentire Giulia questa cosa manda un po’ fuori di testa la parte femminile del corpo di ballo, fidanzatissime comprese, e le provoca infinito piacere i sibili che provoca quel suo uscire appesa al mio braccio mentre le porto la borsa. Per sfotterla la chiamano Labbra, conseguenza del dono di Irene che le adorna il collo, labbra di qua, labbra di la’, una malizia infantile che al suo ennesimo ripetersi finisco per trovare nauseante nella sua banalita’.

Mentre si fa la doccia la aspetto in corridoio, ha tanta voglia di correre a casa per farsi scopare che esce dalla porta dello spogliatoio con i capelli ancora bagnati, gocciolanti, le prendo l’asciugamano dalla borsa e cominci a frizionarglieli li in mezzo al corridoio, lei immobile con gli occhi chiusi e quella felina espressione di godimento che le si dipinge sul volto quando le metto le mani addosso. Passa una delle sue colleghe:
«Hai trovato chi ti fa da papa’ cosi’ puoi continuare a fare la piccola di casa e’ Labbra?»
Il tono di malizia sociale che usa lo trovo particolarmente sgradevole, tanto da replicare:
«Signorina sappesse dove sono state queste labbra.» mentre lo dico la fisso dritta nello sguardo fino a che non abbassa gli occhi al pavimento, oddio non proprio al pavimento credo si siano fermati piu’ all’altezza del cavallo dei miei pantaloni, e diventa di un magnifico rosso scarlatto. Mi richiama alla memoria qualcuna delle varie ombrettoverde, una biondina con gli occhi chiari e le efelidi sul viso che arrossiva in una maniera irresistibile quando le sue coinquiline bussavano alla porta mentre la scopavo nella vasca da bagno. Poi fugge via, non aveva mai sentito la mia voce prima poiche’ li dentro rivolgo la parola solo all’insegnante e anche con lei da tempo la comunicazione e’ incarnata da gesti delle mani e rapidi movimenti dei muscoli facciali pieni dell’espressivita’ di un’artista del corpo.

Una vittoriosa Labbradilampone se ne resta seduta sul divanetto posteriore fino a casa senza fare nulla di piu’ rumoroso del respirare, con la capigliatura bagnata e sconvolta sembra ancora piu’ giovane ed io colpevolmente piu’ adulto.
«Stasera non fare assolutamente nulla.»
Me la porto nella stanza da bagno, la spoglio, la infilo nell’idromassaggio e me ne torno in camera con i suoi abiti, dopo pochi minuti la raggiungo e la trovo gia’ rilassata. Tempo di carezze, di baci, di giochi, di tenerla in braccio mentre le faccio l’amore con foga, le mie mani aperte sulla sua schiena, le sue gambe sottili attorno ai miei lombi, ancora e ancora. In quella vasca finisco per addormentarmi con la testa appoggiata al bordo e lei ancora sopra di me, abbracciata a me, obliante. Irene ci trova cosi’, va nella nostra camera e prende la mia macchina fotografica, fissa l’inquadratura dei nostri due corpi abbandonati nella vasca, la luce della sera grigia che accarezza gentile ogni forma, poi se ne torna di la’ senza disturbare.

La fotografia: Labbradilampone adesso che e’ sua.
Perdendo l’innocenza tutti abbiamo guadagnato molto di piu’, e in una giornata di pioggia spicca ancor piu’ dannatamente agli occhi.

Quando mi sveglio mi sento un po’ un disastro, le mie vertebre cervicali non hanno apprezzato, asciugo me e Giulia poi come i due bambini che siamo andiamo a giocare sul letto di mamma e papa’ che poi sarebbe leggittimamente il mio e di Ire, lei ci raggiunge, ce la tiriamo sopra, la spogliamo afforza e poi tutto cominci a diventare sfocato.

Gioioso. Perche’ il piacere puo’ essere anche gioioso e spontaneo come i giochi dei bambini.

bugie 37  Bugie XXXVII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXVI

Scrivere mi pare così inadeguato certe volte, ma il video e l’immagine ferma sono molto più limitanti: come puoi rendere un odore, la sensazione della pelle che scorre sotto i polpastrelli, della lingua che scorre su una vulva fresca di rasatura, il sapore che ti lascia in bocca la saliva di lei dopo che se ne è andata. Allora scrivo, con Labbradilampone che approfitta della mia disoccupazione come scusa per passare in questa casa tutto il suo tempo libero, nuda, come ora che se ne sta acciambellata sul tappeto vicino alle mie gambe e fa i compiti con dedizione per meritarsi il premio. Come sostiene sempre Irene l’educare è una minchiata da sessantottini che non si sono presi abbastanza malattie veneree con la loro promisquità ortodossa, i mammiferi si addestrano. Mi piace averla intorno, mi fa tenerezza oltre a dare quel tocco femminile ad ogni ambiente col suo corpo flessuoso e tonico, le accarezzo i capelli, lei si gira e mi sorride poi si rimette a studiare. Io qui a battere sulla tastiera del portatile, cancellare, ribattere, cancellare, annoio persino me stesso.

Quando ha finito la lascio sedere di traverso sulle mie ginocchia mentre controllo quello che ha fatto, e il suo seno, gli esercizi di algebra, e il suo ventre glabro, ed infine la interrogo un po’ sui due capitoli di storia per domani, non la trovo incerta ne carente. La fisica, quella è un disastro, ma non mi sento di addossare a lei le scarse capacità didattiche del docente quindi mi faccio carico io di istruirla passo per passo e con piacere perchè il suo intelletto vivace non solo mi segue ma spesso propone interessanti divagazioni. Quello che mi secca è non avere del gesso e una lavagna, perchè per la fisica ci vogliono entrambe insieme a gente che si scanna… una lezione ordinata di Fisica generale è sintomo primo di morte intellettuale della classe, ma questo nei licei non lo capiranno mai.

Brava è stata brava, si è applicata senza risparmiarsi ed è riuscita, adesso quindi è il momento del premio:
«Tutto bene, complimenti, adesso vai a prendere quello che serve.» Lei sparisce elastica come un felino, sa cosa prendere e dove trovarlo, in pochi minuti torna, l’interno delle cosce lucido, eccitata. Sul tavolo del salotto stende l’asciugamano di lino, ci posa verticale il flacone dell’olio gel per neonati, si accosta al bordo e si china in avanti fino a che non posa il busto sul tessuto, gambe divaricate che toccano terra e mani saldamente aggrappate al bordo ai lati delle natiche. Mi avvicino, sbottono la patta dei pantaloni e lo tiro fuori ormai quasi eretto, non c’è fretta, prendo l’olio e lo faccio colare dall’alto in un filo cristallino che precipita nel suo ano, delicatamente vi introduco l’anulare, gioco un po’ ad esplorarla, a dilatarla, all’anulare segue il mignolo, lei geme sporadicamente, altro olio cola vischioso. Appoggio il mio cazzo ormai solido a quel foro tondo e luccicante, spingo con lentissima decisione, in un solo lungo movimento sono dentro di lei per quanto ho da offrire.
Comincio un paziente movimento, esco per metà, entro, esco quasi completamente, entro, come profondi viscidi baci al mio uccello. Non la tocco, non la masturbo, mi godo il suo corpo e ottempero alla mia parte del patto dandole il suo premio: la sua profonda, interminabile e passiva sodomizzazione. Anche questa volta come le altre andiamo avanti per una quarantina di minuti prima che mi decida ad uscire da lei, insoddisfatto, lasciandola svuotata che si dirige in bagno e poi si prepara per andare a casa senza orgasmo, elettrica e con i capezzoli eretti. Ha concordato l’entità del premio scolastico con Irene la quale ha posto la condizione che rinunciassimo entrambi al piacere finale.

Quella femmina è perfida e manipolatrice, dopo cena la sbatto sul letto e la rovino che Giulia mi lascia addosso la voglia dolorosa e pulsante del sesso di rappresaglia.

E adesso da bravo devo riportare la piccola a casa, senza abusare di lei, ne della sua bocca per spegnere questa insistente erezione. Guarda che sacrifici bisogna fare per l’istruzione superiore delle giovani generazioni, mi sento proprio un bravo fratello maggiore, una italica figura parentale modello quasi alla DeAmicis.

E’ una vita di stenti e di privazioni.

bugie 36  Bugie XXXVI

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Pompini a Pompei

In attesa dei miei grigliatissimi panini, meritato pasto meridiano, ho avuto il sublime piacere di gustare uno dei ben composti servizi di Studio Aperto: i quindicenni che bevono.

Roba da non crederci, i quindicenni attaccati alla bottiglia, in quale paese mai si e’ presentata cosi’ diffusamente la minaccia alcolica alla vigorosissima gioventu’! Orrore! ALLARME SOCIALE!!!

I quindicenni bevono, si fanno delle canne miserevoli, qualcuno si fa pure di roba sintetica se riesce a procurarsela, e scopano molto meno di quello che vorrebbero. Sono quindicenni, e voi evidentemente non lo siete mai stati perche’ la vostra specie si riproduce per cariocinesi come i batteri.

I giornalisti hanno perso qualsiasi senso della realta’. A confronto di questa merda i lanci della televisione propagandistica federale in “Fanteria dello Spazio” di Verhoven sembrano roba da strenua difesa della liberta’ di raccontare i fatti.

Would You like to know more?

Bugie XXXV

A casa, Labbradilampone stesa sul divano  con la testa sulle mie ginocchia come il gatto, io che la accarezzo distrattamente e ogni tanto la bacio, una ragazzina da compagnia che fa le fusa, Irene sulla poltrona che legge e ogni tanto lancia uno sguardo per vedere se la sua cucciola prende iniziative inopportune, una tranquilla serata insomma.

«Mi ha detto che mi ama.»
«Tutti ti amiamo incondizionatamente.» lo dice con aria annoiata, canzonatoria.
«Mia sorella mi ha detto che mi ama, stamattina.»
«Vedi che era meglio se dormivi con me, io non sono così molesta la domenica mattina»
«Non ti fa nessun effetto?»
«E’ una vita che so che tua sorella ti ama, qualsiasi effetto di questo è svanito negli ultimi grossomodo quattordici anni.»
«Quindi io sono l’unico a trovarlo emotivamente intenso come fatto?»
Labbradilampone mi guarda e fa un si con la testa che è un esercizio di sarcasmo mimico.
«Non l’ho chiesto a te puttanella, e vedi di riempirti la bocca col mio uccello prima che ti metta nei guai di nuovo». Entusiasta si gira e comincia ad aprirmi la lampo, sa benissimo cosa deve fare: la bravissima bambina di di papà.
«Anche io l’amo.»
«Hai l’uccello nella bocca di una sedicenne, davanti alla tua donna, e stai affermando di esserti innamorato di tua sorella…»
«Si, il quadro mi pare preciso.»
«Tu non vai da nessuna parte, dove lo trovo un altro così.»
«Ti diverte? non sto scherzando…»
«Si. Mi diverte. Si. Sei serio quando dici che ami tua sorella minore. Dato che lo vuoi sapere a me va bene, sono felice che provi nuovamente qualcosa per lei e no non intendo interferire fino a che tu vivrai qui con me e lei sarà un’amante con cui ogni tanto passi la notte.»
«Non ho mai neanche pensato di metterti in secondo piano…» mi interrompe.
«So benissimo anche questo, che il nodo tra di noi è indissolubile, e che tra me e lei sarò sempre io a vincere perchè tu mi farai vincere. Proprio per questo vi concedo l’uno all’altra, certa della tua lealtà»
«Stanotte l’abbiamo fatto nella mia stanza, nel mio letto, sotto la coperta che mi» Mi interrompe con tono brusco, voce alta tanto che Giulia si blocca col mio cazzo piantato tra le tonsille e fa finta di non esistere immobile, deve essere il tono della punizione.
«NON VOGLIO SAPERE I PARTICOLARI. CAZZO. MAI. e piantatela di scopare sotto la coperta che ho fatto a mano per te.»
«Scusa, vieni qui e dammi un bacio» Arriva e si siede sul bracciolo del divano, ci scambiamo un bel po’ di saliva, accarezza la testa della ragazzina per un paio di minuti mentre guida il suo movimento, poi se ne torna sulla poltrona mentre io alzo lo sguardo al cielo e penso a Lize, a stamattina,  e a quanto è diventata brava Giulia nel succhiarmi l’uccello.

Una tranquilla domenica sera, in cui mi faccio un po’ paura da solo.

Stanotte Ire a letto mi disassembla, lo so, stringe il libro con ferocia.

bugie 35  Bugie XXXV

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXIV

C’è chi implora per il sesso, chi è costretto a pregare, chi a sprecare o a dimostrare, chi a offrire in sacrificio, a me basta bussare a una porta il sabato sera e questo è sufficiente a fare di me un personaggio di fantasia. E’ il vostro mondo ad essere ridicolmente complicato, il vostro approccio all’eros visto da fuori sembra costruito sui deliri di un paranoico, roba da chiodi e dai chiodi su una croce infatti nasce.

Sabato sera, teatro sul serio stavolta, Lize di un fascino irresistibile, quando nell’atrio si accostano durante l’intervallo tra gli atti per salutare presento con piacere mia sorella a conoscenti stupiti che tengano ad esprimere come sia fortunato ad averne due e di tale avvenenza ed eleganza, che mio padre ne deve essere proprio fiero. Ah, la Roma bene, non potrei vivere senza lo ammetto, sempre una boccata di fresca ipocrisia, un’aria diversa da quella che respiro in casa e per questo a suo modo preziosa. All’inizio del secondo atto le chiarisco che chiunque parli della mia altra sorella sta accennando a Irene, lei non mette neanche il broncio anzi sorride, strana femmina.

Dopo andiamo a cena, tardissimo, in un bistrot che è nella sua anima un’osteria per abbienti di romanissima cucina, il locale gode nel mascherarsi un po’ da bettola. La carta dei vini italiani è lunga come mezzo messale. Lize mangia con appetito, cosa insolita, e gradisce le forchettate di assaggio che le imbocco dai miei piatti, o forse è il gesto di dischiudere la bocca in pubblico per la forchetta tesa dalla mia mano che le piace. Finito di introdurre in lei cibo filiamo dai nostri genitori, in me prepotente il pensiero di introdurre in lei altro, è tardi, il nuovo giorno pare appena nato. Roma a notte fonda è di una bellezza abbandonata, fare apposta via dei fori imperiali per ammirarla vuota che scorre al di là del vetro, portarmi la sua mano al viso e baciarne il dorso.

Di fretta fino alle nostre stanze, la porta nel corridoio sbarrata, la mia bocca che si avventa sulla sua, la trascino sul mio letto, nudi di urgenza, pelle contro pelle. Lize è i capezzoli rosa del suo seno perfetto sotto la mia lingua, è il suo tronco proporzionato da modella d’arte, è le sue gambe lisce e longilinee, è mia sorella minore nel mio letto mentre di là dormono ignari i nostri genitori.

Quest’ultimo pensiero, quello che potevamo essere un tempo e che siamo ora, che mi eccita stanotte, il desiderio che brucia di tornare quei due ragazzini almeno fino all’alba.
«Facciamo l’amore di nascosto, senza farci scoprire da mamma e papà.»
«Si. ti prego.»
Ha parlato, dovrei vestirmi ed andarmene, dovrei punirla nella maniera più crudele, dovrei. Ma vaffanculo il dovere, stanotte ha dodici anni lei, è millenni prima del patto che le ho imposto, e adesso non  è più neanche quello che era quella mattina nella casa del Circeo, adesso è la mia piccola elfa con le orecchie che spuntano anche se non le vedo più, la mia sorellina.

E’ un amore dolce, un cullarsi lento mentre lei mi da la schiena e io l’abbraccio, le carezzo il ventre, le gambe. Mentre le bacio le spalle e il collo. Mentre faccio scoprire il sesso alla mia sorellina. Mentre Elisabetta perde la sua verginità. E non mi venite a dire che scopiamo come animali da un bel po’, è un’obbiezione stupida per questa notte, per questo viaggio nel passato. Lize si prende il diritto di riparare gli errori nella sua vita e stanotte perde la sua verginità donandola a suo fratello maggiore, nel letto di lui, con mamma e papà che non li debbono scoprire.

E io mi ritrovo ad amarla così come amavo la mia perduta sorellina, con la differenza del mio uccello piantato per tutta la sua lunghezza dentro un corpo di donna meraviglioso e pieno. Muovendoci appena ci mettiamo un’eternità ad arrivare all’orgasmo, profondo e sconvolgente, che ci porta il sonno.

Le persiane aperte invadono la stanza di luce, in quel lago me e Lize abbracciati tanto stretti sotto la coperta che il mio cazzo non è neanche riuscito a sgusciare fuori di lei, lo sente crescere nell’erezione mattutina e muove un po’ il bacino riempiendomi di brividi. Cristo se Lize adesso sa scopare, golosa anche nel dormiveglia. Aspetto che sia del tutto sveglia, cosa che diventa evidente quando le metto una mano tra le gambe e comincio ad accarezzarla mentre spingo lentamente e affondo dentro di lei, senza smette le sussurro nell’orecchio: «Ieri notte hai parlato.» Diventa un blocco di muscoli contratti, panico immobile, il suoi muscoli vaginali mi stringono in una morsa l’uccello e devo fermare il movimento per non farmi male. Panico. Le afferro i seni con gentilezza, con le mani a coppa, le bacio dolcemente il collo ancora e ancora. Si scioglie come il gelato sul cono di un bambino distratto, diventa liquida, trabocca dagli occhi piangendo, io riprendo a fotterla lentamente, profondamente. Vado avanti a lungo, piacere senza finale, non la sopporto così persa, come se fosse l’ultimo giorno della sua vita. E’ il primo, la mia sorellina mi è stata restituita, ed io provo solo affetto, un amore generoso e sconfinato per Lize.

«Non me ne andrò, e tu potrai parlare quando vorrai. Non ho intenzione di lasciarti al tuo destino.» Lei si gira verso di me, guardarmi in faccia deve essere più importante di ogni altra cosa perchè lascia che il mio uccello esca da lei per mettersi petto contro petto, fronte contro fronte, prima smarrita, poi sollevata, infine felice di gioia infantile mentre mi riempie il viso di piccoli rapidi bacetti.
«Hai qualcosa da dirmi adesso che puoi?» dalla mia bocca con voce dolce.
«Ti amo.» Questa è la volta che non mi sembra per niente melenso ne affettato.
«Anche io, da stanotte.» Lei non risponde lei non dice più nulla mi abbraccia e nasconde il viso sotto il mio mento.
«Non parli più?» la sento che squote la testa per il no.
«Vuoi che funzioni come prima?» si, ancora con la testa, come sempre.
Pescerosso.
«Pescerosso però ricordati che adesso se vuoi puoi parlare, che non ti abbandonerò perchè lo hai fatto, ne perchè mi hai detto di no a qualcosa, da ora esiste il tuo volere. D’accordo?»
-Si-
«Quando non vorrai qualcosa mi dirai di NO?»
-No- e non credo di aver interpretato male il movimenti dei suoi capelli contro gli spuntoni della mia barba.
«Ti piace Pescerosso come vocativo?
-Si- e mi accarezza la guancia.
«Hai deciso che comunque e a qualsiasi costo ti sottometterai al mio volere?»
«Si, io sono tua.» Lo pronuncia con una voce piena e calda, da donna, come non mi era mai capitato di sentirle in bocca. E so che è anche l’ultima cosa che dirà per oggi, anche perchè non faccio a tempo a stendermi sulla schiena che mi è sopra, si infila il mio cazzo semieretto dentro e comincia a scoparmi, a scoparsi,  sempre più forte. Mentre io devo disperatamente andare la bagno. E so benissimo che non verrà in fretta, ha pianto, e le donne che hanno appena pianto te lo fanno sudare l’orgasmo. Dio che belle le sue tette che fanno su e giù, da farne un quadro o perlomeno una fotografia tutta mossa: in bianco e nero graffiato.

Lize, Lize, Lize, ti prego spingi un po’ di meno altrimenti facciamo un guaio e altro che ragazzini a letto, qui si torna all’infanzia precoce. Ce la farò, ce la farò, CE LA FARO’!

bugie 31 2  Bugie XXXIV

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXIII

Il buono dello schermo a cristalli liquidi è che non causa lo stress da pagina bianca, se mi fermo più di cinque minuti le modelle nude di Gabriele Rigon prendono possesso del monitor alternandosi ordinate in dissolvenza da venti secondi. Venerdì sera e batto sui tasti mentre Ire e la sua ninfetta si occupano della tavola e del rassetto per la cena, salvataggio dati e trasferimento oltre l’orizzonte come vuole la fine di ogni settimana, devo trovarmi qualcosa da fare perchè la noia peggiora le mie inclinazioni. Labbradilampone euforica pretendeva il suo orgasmo già all’uscita di scuola e la cosa mi ha inusualmente indispettito facendole meritare una punizione sproporzionata che ora ho il dovere di scrivere in dettaglio per potermi ricordare di cosa succede quando esagero.

Entriamo a casa mano nella mano, porta chiusa col suo scatto e click, sculacciata forte che non si aspetta, si volta occhi enormi mentre un ahio silenzioso taglia le sue labbra viola e sottili: «Fila a spogliarti, puttanella.» Ire e il suo quinto giorno corto sono già in cucina a mettere in frigo la spesa, li raggiungo felice di impossessarmi dei suoi seni da dietro mentre mi si struscia addosso, il suo collo sotto i miei denti, oggi ho voglia solo di lei anche se sono in prestito. Giulia arriva di corsa, inelegantemente, mi si lancia addosso, cerca la mia bocca con la sua, mi irrita.
«Signorina, pare che nessuno riesca a insegnarti come ci si debba comportare, basta che si allenti il laccio una settimana che ti dimostri una cucciola screanzata.»
Non se lo aspettava, il mio tono freddo è come lo schiaffo di un padre senza preavviso, lei si ritrae.
«NON. MUOVERTI.» La fisso e decido sul da farsi, su come punirla in maniera che se ne ricordi e allo stesso tempo facendo in modo che la cosa mi soddisfi. Deve essere in cucina, il luogo della punizione educativa, deve essere alla presenza di Irene e non deve trarne il piacere del contatto. Impersonale.
«Stenditi con la schiena sul tavolo e afferrati le caviglie.» La lascio così spalancata sul tavolo liscio di pietra scura mentre vado a procurarmi i miei gerli nella borsa da barca, il più lentamente possibile. Giulia aspetta, Irene comincia a tagliare la cipolla per sugo, Giulia aspetta, la sua fica glabra e lucida in mostra. Senza cermonie la lego quattro volte, polso-caviglia, polso-caviglia, ginocchio gamba del tavolo, anche l’altro, spalancata, apro la dispensa e prendo due rulli di pellicola elettrostatica di quelli belli lunghi e la imbozzolo al tavolo. Dalla vita al collo la comprimo contro il tavolo un giro dopo l’altro, sopra la sua pancia poi sotto la struttura del mobile poi sopra di lei ancora tirando bene, ancora, ancora, finito un rullo comincio col secondo, il suo petto compresso in trasparenza con i capezzoli schiacciati, il suo addome piatto, finito l’allestimento mi metto a guardarla: appetitosa che pare un’ostrica rosa e turgida, tra le sue gambe una pozza di umori che cola sul piano nero. Puttanella.
« Ire, amore, mi passi un secchiello con ghiaccio bagnato.» Lei esegue, vaso d’argento, dispenser del ghiaccio in cubetti, un bicchiere di minerale gelata sopra, agita il tutto e lo lascia sul bordo del tavolo  vicino alla testa della ragazzina. Prendo un cubetto e le bagno il contorno del viso, le labbra, lei cerca di succhiarlo, glielo caccio in gola e le spingo con fermezza il mento verso l’alto, sente il freddo ma non è gran cosa. Non ancora. Con l’elegante cestello sottobraccio mi posiziono tra le sue coscie, mi vede bene, mi fissa, prendo un cubetto e lo infilo nella sua fica con convinzione, nessuna brutalità mi limito a spigere con le dita gradualmente fino a che non è dentro. Urla. Un altro lo segue, poi un terzo, un primo nel suo sfintere e continuo fino a quando il cestello è vuoto, l’acqua fredda esce dai suoi buchi per allagare il tavolo e colare sul pavimento. Grida, inspira, grida grida, inspira, espira, grida, la casa è insonorizzata, Giulia ha una bella voce femminile quando sforza la gola. Respiri sempre più brevi, più faticosi compressa come è dalla plastica trasparente, l’ho posizionata male e le sue aperture sono troppo lontane dal bordo del tavolo perchè io la possa scopare come si deve. Aspetto, il giaccio pare si sia tutto trasformato in liquido che cola dalle sue strette cavità, le infilo dentro un dito per esplorarla, devo forzarla per farlo entrare tanto è stretta: dentro trovo solo vuoto e gelo. Prendo un coltello, lei lo vede, strizza gli occhi a tenerli chiusi disperatamente, taglio la plastica e lo lascio cadere a terra, presa per le cosce la tiro verso di me, verso il bordo stretto fino a che le sue natiche non sentono l’inizio dell’abisso, affondo la mia erezione dentro la sua fica un millimetro alla volta. E’ angusta e gelida, ruvida, mi consuma l’uccello a infilarlo dentro mentre spingo costantemente con tutto il bacino. Lei non sente nulla, mi guarda stupita, non riceve nessuno stimolo, nessun piacere, mi fissa attonita mentre comincio a muovermi dopo averla allargata a forza. Ho la distinta sensazione di scoparmi un pupazzo di neve, il dolore supera il piacere, non riesco a venire, poi mano a mano lei si scalda comincia a gemere come fa all’inizio di solito, ci mette venti minuti per cominciare a gemere, perchè i suoi succhi arrivino a renderla scivolosa e il mio ritmo smetta di essere meccanico, perchè la sua schiena inizi ad inarcarsi anticipando ogni colpo. E una ninfa, rossa in viso, sinuosa sul tavolo, capezzoli eretti al cielo, una dea. Quando le vengo dentro urla scossa dalle convulsioni e i suoi muscoli vaginali mi intrappolano l’uccello, lo mungono, il mio seme contro la sua cervice gelata come piombo fuso di una tortura medievale.

Quando dopo aver ripreso fiato la slego lei non si muove, le gambe le cadono oltre il bordo del tavolo, pare priva di conoscenza ma il respiro irregolare e profondo la tradisce.
«Bambini, se pensate di aver finito io butterei la pasta.» Irene ci richiama all’ordine.
Poso un bacio leggero sulle labbra di lampone poi sussurro: «Vedi di dare una ripulita.» Mentre vado di la a cambiarmi vedo che comincia a reagire, a fare ciò che le è stato ordinato senza rimostranze, nuda asciuga il tavolo con un canovaccio. E’ che bisogna saperle educare, tutto qui.

Arriveremo un po’ in ritardo alla lezione di danza. Fastidio.

bugie 32  Bugie XXXIII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXII

Non riesco a dormire, mi capita di rado ma fastidiosamente si verifica, colpa di questo cazzo di tabacco. Una bella mattinata passata a casa di una gran donna, che non gli vedo addosso la seta e i pizzi di malizia ma quei grandi occhi verdi e limpidi, polsi di vetro soffiato fuori da un maglione grigio. Ho un’amica, non solo una, ma lei è speciale perchè non mi sento attratto da lei fisicamente per quanto invece dovrei proprio, è speciale perchè per me è un uomo con un odore particolarmente gradevole, perchè la rispetto nella sua totale assenza di ipocrisia.
Delia.
Delia si è mantenuta agli studi scopando, con dedizione e capacità, due uomini per i circa sei anni necessari alla laurea di primo livello, alla specialistica per poi completare il tutto con un master in una università privata della capitale. Da amante di due uomini importanti, elegantemente uno dopo l’altro, si è sempre tenuta defilata, lontana dalla feste e da ogni mondanità e pettegolezzo immergendosi nei libri sua vera e incontenibile passione. Archivista, biblista, restauratrice di volumi antichi e cortigiana di un unico cliente: favorita. Non si è mai fatta illusioni sull’amore, ne parla in maniera persino peggiore di me, ne troppe paranoie sul sesso: le piace, lo pratica con soddisfazione, ne trae profitto. Non l’ho mai desiderata, formosa senza essere pesante, sempre femminile, di un intelletto vivace ed arguta come di raro sono le femmine, per me è sempre e solo una persona con cui parlo senza essere giudicato, il mio padre confessore.
Che io mi confessi da una cortigiana è appropriato, questa sarebbe l’idea generale, ed è quello che fa ridere fino alle convulsioni Irene ogni volta che esce fuori che mi vedo con Delia per bere un bicchiere di vino, caricarci una pipa e parlare di buona letteratura. E per una volta è davvero tutto quello che faccio, che facciamo, tranne un po’ di coccole quando per lei è davvero un periodaccio ma comunque senza nessun intento erotico. Il pensare che per lei il sesso sia lavoro qualificato intrecciato ad un rapporto di fiducia e fedeltà del cliente mi gela tutti gli istinti, per quanto sinuosa e calda con la sua voce bassa e raschiante sfatta dal fumo non origina in me erezioni ne moti passionali di sorta, un uomo femmina.
Io e lei sul suo divano, una castelli carica di virginia che ci passiamo, una roba intima che i fumatori di sigaretta non sanno neanche che sia, non le ho mai dato un bacio ma la sua saliva nella mia bocca c’è tutte le volte, come la mia nella sua. Il fumo denso e azzurro, lei che mi ascolta e poi mi da un parere non spassionato, appassionato, perchè Delia mi legge tutti i giorni, sorride e giudica mentre dalla finestra della sua cucina fa capolino la cupola di San Pietro li a due passi. La sua diagnosi è che sono uno che si fa troppi scrupoli e troppi problemi, che complica la semplice verità che gli piace scopare donne di cui si fida e con cui ha un legame indipendente dal fatto che se le sbatte. E maledetto il suo dio se ha ragione quando fa a fette i miei castelli di parole e perversioni per tirarne fuori le frattaglie sanguinanti in cui leggere il futuro, e il miei stupidi perchè di bamboccio borghese.

Ecco, solo esistendo lei mi mette in riga, mi fa sentire il puzzo di lusso che ho attaccato addosso nelle mie fisime e fissazioni, nei miei infantilismi. Lei che suo padre è morto in un petrolchimico indossando una tuta azzurra, lei cresciuta nella periferia dei quartieri dormitorio che la madre faceva la turnista e il fratello a quattordici anni a bottega a fare l’apprendista dalla zio. Lei dei Delia studia, tu vai bene a scuola e farai strada, e ci renderai fieri di te a me e a tua madre. Delia puttana per la laurea, dottoressa in volumi polverosi e sesso negli spazi liberi dell’agenda di chi comanda, Delia a comando col letto rifatto e il trucco perfetto, le gambe depilate e la voglia accesa. Se solo avesse l’uccello sarebbe il mio miglior amico, mentre così, alla fine, lo è uguale ma con la sicura. Io odio le sicure, hanno il brutto vizio di starsene li sonnolente fino a che qualcuno non le tira.
Per lei devo farmi meno problemi e divertirmi di più, e scoparmi Labbradilampone con più disinvoltura e meno regole se non voglio che diventi una specie di bestia pavloviana da calendario che allaga le mutandine a comando allo scattare del venerdì. Ho obbiettato che se lei volesse potrebbe facilmente trovare qualcun’altro  che la soddisfi, mi ha risposto di ”piantarla di dire cazzate come un uomo qualunque” e che ”la bimba ha assaggiato il principesco scettro” e non ha alcuna intenzione di cambiare dieta sessuale. La questione dello scettro l’ho considerata lusinghiera, solitamente non le sfuggono apprezzamenti sulla mia dotazione istituzionale ma leggere della mia vita sessuale deve fargli un effetto diverso rispetto a quando mi limitavo a parlane comodamente appoggiato allo schienale del suo enorme sofà.

Su Lize neanche una parola e mi ha ben chiarito che non è un argomento che intende toccare, neanche io ci tengo troppo a una sua opinione priva di alcuna imbottitura sulla mia relazione incestuosa con una sorella minore per età e quoziente intellettivo, quindi come sempre procediamo con accordo perfetto.

E io sono un pirla che si fa troppi problemi.

E ho fatto anche le due, senza uno straccio di sbadiglio, adesso vado di là e abuso di Ire fino a che non mi si chiudono gli occhi.

Tanto non mi dice mai di no.

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Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXI

Affermare che me lo abbia quasi staccato dalla radice sarebbe fare una stima dei danni molto conservativa, mi ha scopato per buona parte notte come una furia, neanche il sangue che ha cominciato a scorrere fuori dalle labbra della su fica ogni pochi affondi l’ha fermata. Provava dolore, lo cercava, vi si aggrappava, io dentro di lei come il coltello nella ferita a garantire la mia presenza rigirando la lama. Quando lo fa, quando arriva a questa intensità, io la amo senza alcuna moderazione, follemente e completamente, me la tengo stretta addosso tutto il tempo che posso con le braccia serrate tanto da fermarle il respiro. Lunedì ci ha trovato esausti, macchiati di rosso con le lenzuola incollate addosso, ci ha trovato insieme più legati che mai da questo cordone ombellicale di possesso divenuto ancora più corto e forte. Lei che si prende una giornata di ferie, io che la trascino a darsi una ripulita e poi la medico a forza, e poi di nuovo a letto a fare niente se non stare abbracciati, a sentirla respirare. Non smettero’ di vedere Lize, no, ne lei me lo ha chiesto, un equilibrio molto instabile mi si stende davanti e su quello devo camminare, con passo leggero e sciolto attento a non causare esplosioni tra le forze incontrollabili ed elementari racchiuse in queste donne così diverse, così prossime. Le mie donne, quelle che rimangono tali anche se non volessi, quelle che non mi lasciano scelta.
Il pomeriggio insieme io e lei a giocare in giro, nei luoghi di bellezza che offre questa vecchia città, chiese sempre aperte e sempre in mostra, arte nella penombra, passione dei secoli. La basilica, la sua imponente testimonianza del potere della fede, il suo essere ambiente sprecato nella celebrazione di un dio di cui nessuno ha notizie da troppo tempo, dietro le colonne, nelle nicchie, seduti sui gradini, dovrebbero essere ragazzi che si baciano, che parlano di loro, tempio per il culto della vita. Invece in queste meraviglie i cattolici vengono a piangere la propria timorosa fede, macchiata d’interesse per quel perdono promesso come redenzione dalla loro ipocrisia perbenista anche nell’ultimo respiro.

La notte tranquilla che scorre, lei che si alza prima di me, lei che quando mi sveglio già non c’è più. La casa vuota, la stanza in disordine, i miei libri in una tavoletta di silicio, tempo libero ed email, nulla da fare se non oziare. Il tempo lentissimo che scivola via fino all’ora in cui Irene sfilerà le sue scarpe per girare a piedi nudi sul legno, fino a quando con la porta chiusa e il mondo fuori potro’ posarle le mani addosso.

Piove, tutta la mattina.

Alle sedici e venti arriva, tutti i denti bianchi e perfetti, cinque minuti dopo la mia lingua nella sua gola mentre qualcuno suona alla porta, carta velina poi altra ancora e due stampelle che tengono su tutto. Ire guarda interrogativa la fornitura della sartoria.
« Avevo bisogno di un paio di completi nuovi»
« Era ora, vedere vedere.» La bimba curiosa ha il sopravvento.
Sta per scartare quando poi decide: « Facciamo finta che mi piacciano le sorprese, vai di la e indossali poi chiamami.»
«Tutti e due insieme?»
«Idiota. Fila in camerino.»

Quale metto per primo? Li scarto entrambi poi mi è chiaro quale dei due ha bisogno di essere indossato subito, io faccio con calma, cerco prima un paio di scarpe adatte, poi quando passo alla camicia vedo che nella consegna ce ne sono quattro, una libertà che si prende ogni tanto la signora e di cui sono grato. Quella nera mi sta perfetta, come sempre, poi scorgo la stecca bianca caduta a terra, non era mai capitato che me ne mandasse una, io la metto come tocco umoristico. I pantaloni sulla pelle, la giacca che cade sulle spalle con precisione assoluta, il tessuto bello ma senza nulla di speciale, e non capisco la decisione di Lize ma istintivamente me ne fido. Con passi misurati mi presento in salone, dove Ire si alza dal divano come una molla e sgrana gli occhi, mi avvicino ancora, posa le mani sulla giacca all’altezza del petto, chiude gli occhi, carezza la stoffa fino ai fianchi, li riapre, avvicina la bocca alla mia sempre di più, sempre di più, apre gli occhi. No, non mi bacia ma quando sento il suo respiro bagnarmi le labbra si limita a sussurare : « Perdonami Padre perchè sono una troia.» Poi si apre la lampo del cardigan fino all’ombelico, l’interno tenero dei suoi seni viene alla luce, cade in ginocchio, traffica con la mia patta, il mio cazzo nella sua bocca. Le scosto i capelli dal viso, poso la destra leggera sul suo capo, il pollice traccia un segno invisibile a sigillo della sua fronte: « Ego te absolvo, figlia mia.»

Non ci vuole molto perchè lei finisca nuda ad angolo retto sul tavolo intarsiato del salotto mentre il mio cazzo entra ed esce dal suo culo dilatato e le urla del suo piacere che riempiono l’aria mentre la stoffa dei pantaloni le strofina sulla fica ad ogni penetrazione. Il contorno tondo dei suoi seni che spunta schiacciato contro il legno scuro ai lati del torace è poesia come il suo collo inarcato all’indietro, la sua schiena tesa da graffiare con la punta dei polpastrelli. Impugnarla per i fianchi nel finale comprimendole con forza il bacino verso il basso, immobilizzata, farfalla inchiodata. Il ruvido della patta dei pantaloni che le irrita il clitoride, il cursore della zip che le punge la fica.

A farlo così, vestito da sacerdote di cristo, ci trovo qualcosa di blasfemo e peccaminoso pure io, nulla che mi disturbi l’orgasmo però.

E domani mattina mi toccherà portarli già in tintoria.
E’ una vita di stenti e di privazioni.

bugie 31  Bugie XXXI

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXX

Venerdi’, sabato e domenica, ricordati di santificare le feste, non mi sottraggo mai a questo dovere scalpellato nella pietra. Giulia impara cose nuove e altre finalmente ne dimentica, cattive abitudini lasciano il passo a lubriche inclinazioni, persino i suoi risultati scolastici migliorano ed il nonno che ne e’ entusiasto ritiene che questo suo continuo frequentare la nostra casa sia un bene per il futuro della piccola. Che poi tanto piccola non e’.

La mia messa domenicale racchiusa nel corpo di Lize, nei suoi seni tra le mie mani a coppa, nelle parole che si proibisce di prononciare, comunica solo con il corpo: magnificamente. Il giorno di festa, la casa dei miei genitori vuota, la sua camera rosa con mobili bianchi, dorature, stucchi, e letto a baldacchino da principessa, l’impressione che ho quando entro di stare  per scopare Barbie pescerosso nella sua villa di plastica mattel. L’odore, l’odore leggero e dolce di mia sorella su tutte le sue cose, quello fresco di pulito delle lenzuola stirate la sera prima e messe su da poco. La scopo tra quelle lenzuola, la sbatto come una bambola rotta, poi ci dormo con lei su di me, e poi la prendo di nuovo. Poche ore e quello che racchiudono e’ l’odore del sesso: sudore, secrezioni, lo sperma che si asciuga. Dormira’ in quegli odori per tutta la settimana, trovandone conforto fino alla domenica successiva, respirando dal suo nasino perfetto la certezza che sia realmente accaduto quello che ricorda ogni volta che chiude gli occhi. E le ginocchia le si allargano.

Quando mi si addormenta addosso ho il tempo di pensare che le voglio tanto bene, davvero tanto, e che ho colpa di tutti i suoi errori, la colpa dell’assenza: io non c’ero, anche stando li’ nella camera affianco. Non c’ero a impedirle di innamorasi di me. Ora tutta questa devozione, questa dipendenza emotiva e fisica, questo irrespingibile affetto che mi rovescia addosso con la sua sottomissione, rendono le mie colpe e le mie mancanze ancora piu’ odiose.

Continuo a non volerla sentir parlare ma se inizialmente poteva essere una condizione esigente per lei ora mi e’ chiaro come sia un sollievo il poter essere solo un corpo, un ricettacolo passivo per desideri lascivi, la sua felicita’ nell’annullamento del suo dovere morale di essere volitiva, finalmente libera dal dover essere la donna che i miei borghesi genitori e tutto il loro acquario esigono.

Con me non deve essere altro che un silenzioso SI scritto con le curve dei suoi mirabili fianchi, l’abbandono adesso e’ la droga da cui dipende. Quando me ne vado la bacio con gli occhi aperti, lei e’ colma di me quando chiudo la porta, colma.
Di me, del mio seme, del desidero che ho di lei, del mio volere. Colma.
Graziosa.
La ricordo sei mesi fa, frenetica e vuota, brillare di luce sintetica, di falso successo, ora e’ tanto diversa che non scorgeresti neanche un legame di parentela tra le due versioni di Lize, il viso le si e’ disteso, ogni sorriso le toglie cinque anni, risplende. Ho lasciato casa dei nostri genitori che sembrava una bambina capricciosa e viziata nel corpo di una donna, ogni volta che ci torno ora mi trovo di fronte l’opposto: il suo viso senza trucco e’ dolorosamente candido.

Quando abuso di lei la luce le  invade gli occhi, provo passione e meraviglia, lei apre e chiude la bocca cercando di respirare, pescerosso. Non geme neanche.

La domenica finisce nella purificazione sotto la doccia, dolore e sofferenza nello staccare dalla pelle il suo piacere misto al mio, penitenza pretesa da Ire per rientrare nel suo letto, per appropriarmi di lei ancora una volta. Irene che mi aspetta con l’accappatoio sulle braccia nude, che non mi sorride, che nasconde il viso sul mio petto e mi sala l’incavo del collo, Irene che rabbiosamente stanotte si infilera’ il mio cazzo dentro piu’ affondo che puo’. Ire che sta male di gelosia, ma non lo ammetterebbe mai. Ire che stanotte le faccio l’amore fino a quando non cede stremata, e  poi continuo ancora un po’ ad appropriarmi di lei. Ire che e’ la donna, l’unica, a cui appartengo.

Ire che e’ casa.

bugiexxx  Bugie XXX

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.