Flickr Recent Photos
carlopulcini-.jpgcarlopulcini-1000025.jpgRegata Del FiascoRegata Del Fiasco
September 2010
M T W T F S S
« Aug    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930  
Recent Comments
Categories
Archives
Tags
What I'm Doing...
  • era la ragazzina più incasinata che avessi mai incontrato. ancora oggi mi si apre un buco nel torace ogni volta che la ricordo. Bellissima. 1 week ago
  • schiena elena 1 week ago
  • sono un po' di giorni che vorrei una stampatrice per formati maggiori. Molto maggiori. 1 week ago
  • non cerco l'amore, non provo amore, e questa storia dell'amore da un po' di tempo ha rotto il cazzo. Inelegantemente. 1 week ago
  • Dormiamo, tu stasera sei una bellissima conversazione. 1 week ago
  • flavia 1 week ago
  • More updates...

Posting tweet...

Powered by Twitter Tools

Archive for the ‘Il male minore’ Category

quattro milioni di vecchi pixel

Come ogni volta me mi sento misero, che sento il mio solido pesante culo adagarsi al potenziale del pavimento mi attacco alla fotografia come un alcolista si attacca alla bottiglia. Ieri notte ho tirato fuori la mia 1D, macchina fotografica totalmente superata, per vedere se sono ancora capace di dire “fanculo e mi faccio andare bene questa” perche’ se proprio devi scrivere va bene pure un mozzicone di matita, le parole non ne risentono. Cosi’ deve essere la fotografia anche se per un feticista dei giocattoli quale sono richiede violenza contro la propria natura. Ne stavo comprando un’altra, un nuovo corpo digitale strausato e superato che al momento neanche posso permettermi, e la stavo acquisando appunto perche’ mi sentivo di non potermela permettere. Alla fine l’avrei messa li in armadio con le altre, a tener lontana la polvere con un velo sottile di grasso al silicone.

Qui lo scrivo per ricordarmene, per non fare il bambino coglione.

laleicaelealtre 3977  quattro milioni di vecchi pixel

Poiche’ ho i mezzi per stampare e scattare tutto quello che voglio, ho il serbatoio del riscaldamento pieno, una nuova bombola per doccie infinite ed un letto con piu’ coperte del necessario, e il frigo pieno, e il rumore del mare appena apro gli occhi. Perche’ sono ricco anche se mi sento cosi’, senza bottiglia.

Incastrato. come la pallina in un flipper

alfa147  Incastrato. come la pallina in un flipper

di freddo e di vento

delle coperte tirate

la mattina ha il fiele in bocca

incubi e deliri

nessun eccesso da scaricargli la colpa.

Non vivo, ma con coraggio.

Cazzo ci vorrebbe una birra

ci vorrebbe proprio una birra, e magari anche una robusta razione di quel sesso feroce e disperato che facevamo una volta quando tutto andava male.

Ci vorrebbe.

E invece ci sono solo io e l’uomo di Ire, che in due ci scoliamo una bottiglia di cellarius sbattuta in bicchieri di vetro industriale da mille lire la terna.

Quest’estate era meglio.

civorrebbeunabirra  Cazzo ci vorrebbe una birra

Malessere e incompiutezza

Sempre piu’ spesso, e con sollievo, chiudo gli occhi e mi infilo nell’universo fatto solo di parole dove c’e’ Ire che aspetta morbida e Labbradilampone si consuma neli esercizi alla sbarra. Fuggo da questa mia solitudine mediocre cementata dalla pigrizia. non ho poi molto da dire su questa mia vita in cui i giorni si assomigliano tutti di delusioni inspessite e temprate dal loro ripetersi. Non e’ grande consolazione il sapere che mi basta poco, perche’ il paramentro di sufficienza e’ una sopravvivenza bestiale ed ottusa.

Sono anni che non produco qualcosa di bello, anni.

L’altra notte ho sognato Nievee, mi sono risvegliato con colpa, meritava di piu’ e con piu’ gioia, con piu’ leggerezza e meno brusche prese di posizione. So che non mi perdonera’ perche’ non perdona mai neanche se stessa. E mi addolora di un dolore che non serve a niente.

E’ la bellezza, la sua assenza nella mia vita, che mi sta spegnendo piano come un incendio di copertoni sotto la pioggia. Di me non resta che fumo, alla fine.

Penso spesso, la sera, alla fuga. L’ultima. (Si Etra, come facevi tu)

E il mare, li fuori, in pace.
Al mare non frega niente.

Occhi chiusi verso sud

Dormire il pomeriggio ha il sapore del lusso, del peccato. Che io mi senta ricco adesso, baciato dalla fortuna persino, per quelle quattro ore di sonno con la luce ancora nel cielo, mi fa riflettere molto sui meccanismi implacabili e sciocchi che governano la mia vita. Forse un anno che non dormo di giorno, che non passo tutta una notte a leggere, un anno che mi adeguo all’organizzazione del tempo comune agli altri umani. La giornata del villaggio, con i suoi riti idioti e le sue sciocche vuote abitudini. Un anno passato a vivere tra le bestie uomo, animale umano anche io, schiavo anche io della comoda coazione a ripetere.

E lo schifo che mi provoca, tracima da me.

Una notte a leggere, un pomeriggio a sognare, fuorifase e stonato: torno l’imperfetto scheggiato specchio in cui si riflette dio.

Il conformismo è l’unico peccato mortale.

Il silenzio

Il silenzio e’ un virus che mi fa tornare a scrivere. Il silenzio mio, la deliberata decisione di non ammorbare l’universomondo con dati ed analisi, consigli e  procedure, proveniente dalla mia bocca. E nel lavoro delle mani, dai si e dei no brevi, delle quattro parole pratiche misurate, ritrovo il filo delle storie e dei pensieri.

Stamattina era una scena de L’AMANTE a girarmi in testa, ancora e ancora:

“dimmi che l’hai fatto per i soldi, perche’ sono ricco. Devi dirmi -Io l’ho fatto per i soldi, per i tuoi soldi, sono venuta a letto con te soltanto per i soldi.”

E lei ripete quello che lui le ha detto di dire, che lui ha bisogno di sentire, che gli permettera’ di sopportare la fine di tutto questo. La cacciata dal paradiso.

“puttana.”

E lui la ama ancora di piu’, e lei lo ama di un sentimento che non ha nome per una ragazzina francese, bianca, povera e beneducata.

Ed io capisco tutto questo con una profondita’ e un dettaglio che non riuscireste neanche a immaginare. E lo capisco perche’ e’ una scena di un teatro, la pagina di un libro, perche’ e’ un frammento della vita di quella donna immensa di nome Marguerite Duras e lei lo ha filtrato per me, rivisto, rivissuto.

Saigon.

Se fossi stato li quel pomeriggio, in quella stanza, non avrei sentito nulla di tutto questo, non avrei provato nulla di tutto questo. Avrei pensato che erano solo due che cercavano una scusa per finirla, visto che la situazione si faceva troppo complicata.

Ed invece da solo, qui, nel silenzio, con  lo sguardo della memoria, capisco tutto. Sento ogni piega del tremore della pelle di lei, ogni incertezza nello sguardo di lui, la sensazione di inevitabilita’ che incombe e opprime l’aria umida della penombra, le persiane chiuse sul fluire della citta’. La sensazione precisa dell’ultima volta.

E penso a una donna di cui ho conosciuto solo la voce, penso ad un’altra inevitabilita’, e ci penso spesso. La ricordo che piange, troppe volte, troppo sola, ricordo il peso delle mie braccia vuote, delle labbra asciutte e fredde. E trattengo il respiro come faceva lei, con quel nodo dentro, e la vita che e’ andata avanti.

Senza neanche un’ultima volta.

Come tante altre volte.

gennaker casa 600x241  Come tante altre volte.

“cristo fa, che lei non sia qua..”

C’he’ anche un gennaker che fruscia fuori dalla finestra, lo ascolto nella sua musica come mille altre volte.

E’ bagnato, e bagnato è fragile, e pensavo in macchiana mentre tornavo dal porto proprio alla fragilità. La debolezza, la fagilità,  il dono che facciamo alle persione che più vogliamo vicine, e’ troppo spesso un lascito visto infelicemente.

Tanto tempo fa Flavia trovò divertente, senza malizia, che io mi imbarazzassi davanti ad una donna poco meno che sconosciuta che si cambiava la maglia a meno di un metro da me, lo prese come un imbarazzo da nudità femminile e per questo ne sorrise. Non lo era, perchè da troppo tempo il semplice casuale nudo di una donna non mi causa particolari reazioni che non siano un piacere estetico, ma a mettermi in imbarazzo in quel momento fu il mostrare naturale e improvviso da parte di quella donna della sua fragilità, della sua menomazione.  E mi mise in un imbarazzo enorme quel vincolo di intimità implicito che si forma tra chi mostra la propria fragilità e chi ne viene fatto parte, un vincolo d’onore ed empatia che probabilme nessuna delle due presenti prendeva minimamente in considerazione.

Come tante altre volte.

Ne ho conosciute nella mia vita di persone spezzate dentro, essere umani con una ferita profonda, una deformità interiore da tenere sempre nascosta a tutti, tante fragilità di cui porto il ricordo, la comprensione e l’intima vicinanza che una volta si chiamava compassione prima che una religione organizzata della domenica la facesse diventare una parolaccia da chiamare virtù.

A fare di me l’andicappato sociale che sono non è tanto l’incapacità di carpire i segnali di comunicazione non verbale degli altri esseri umani, ma la necessità di analizzare il tutto in maniera razionale invece che istintiva, e l’usare la memoria perfettamente dettagliata di cui sono dotato per sviscerare un interazione umana solo a posteriori. Trovo l’interazione non verbale, e non parlo dei gesti di affetto ma del detto e non detto, una cosa estremamente vigliacca ed abusata da persone che non hanno il coraggio di verbalizzare i propri desideri e le proprie pulsioni in maniera inequivocabile. Chi sceglie gli ammiccamenti sceglie l’equivoco, si lascia sempre la ritirata spalancata, ed una persona come me evita come la peste dati dubbi come un sorriso o uno sguardo.

“Nell’età adulta una persona con … può trovare difficoltà a distinguere tra il sorriso d’una cameriera che sta aspettando l’ordinazione al suo tavolo e quello della donna al tavolo davanti ch’è interessata a lui. Potrà cavarsela chiedendo una tazzina di caffè alla cameriera e ignorare la donna al tavolo davanti.”

Per quanto la citazione qui sopra sia un mio perfetto ritratto c’è il fatto, e non la teoria, che non mi sento un handicappato nel distinguere i due sorrisi mentre mi ci sentirei se non riuscissi a comprendere il dolore e il dono della vulnerabilità che mi viene fatto attraverso le parole nel loro significato profondo, e non certo nel tono o nell’occasione.

Se mi guardo indietro vedo una quantità infinita di liti con le donne che ho amato nate tutte da questioni circa il tono con cui dico le cose, o dal fatto che io sono uno che non capisce proprio (le cose non dette ma infilate in parentesi mentali fatte di sopracciglia, sbuffi e sospiri.)

Si, io non capisco proprio, é un fatto, punto. E’ al di la delle mie capacità.

Io non l’ho proprio mai capito e dubito che lo capirò mai.

Generalmente mi viene il dubbio che una donna sia interessata a me quando me la trovo addosso nuda nel letto, e ci metto almeno una decina di minuti, non sto scherzando.

Ho passato due anni di università a dare ripetizioni a colleghe, nelle loro solitarie stanze di studentesse col riscaldamento troppo alto, su materie che conoscevano meglio di me… creature pusillanimi.

Beh si, non le capisco le vostre facce scure, i vostri sorrisi, il vostro (per me imprevedibile) sbottare.

Non lo capisco e finisce sempre che vi guardo come gli animali allo zoo quando succede, mentre ne resto ferito.

Perchè ne resto ferito.

e quindi fanculo

e vado ad ammainare il gennaker che sarà asciutto.

ghe s’è natale par tutti, putei.

La ragazza del distributore era al lavoro anche il pomeriggio del giorno di natale, era gentile anche il giorno di natale, non era di una bellezza appariscente e ne pagava il penso anche nei sorrisi del giorno di natale. Le cerate si asciugano tutte odorando del sapone bollito, cento euro di gasolio nel serbatoio della caldaia, due giorni di pausa.

Due giorni in cui non lavorerò.

La lavatrice che gira e gira e gira nella lavanderia.

I giorni si fanno più lunghi, è l’unico modo in cui si differenziano l’uno dall’altro,

bugie bugie e ancora bugie li avvelenano fino a che non muoiono nel cuore della notte.

Dicono che il mare sia traditore

a me non ha mentito mai.


Le mie labbra, tu non sai, dove sono state le mie labbra.

Bollettino

La Lady si e’presa una storta, tromba con soddisfazione ed ha adottato un cucciolo di porcodio come suo solito. Sono felice di sentirla cosi’, di poter pensare per una volta che la vita gira nel modo giusto ad una persona, ad un eguale, che merita solo del bene e della buona birra.

Le voglio bene, ma molto, e da tempo.

E la mia di vita invece non la capisco, dormo troppo poco, la mia “umanita’” ridotta ormai a una forma puramente vestigiale. Dovrei sentirmi realizzato, proiettato verso il futuro, mentre sono solo un miserabile triste ed amaro che si riduce ai bisogni elementari.

Il sonno e’ il momento migliore della giornata, a questo sono arrivato.

Oggi mi sono state dette cose durissime, riportate da fonte inaffidabile, ma comunque costruite per destare in me una forte reazione emotiva. Non c’e’ stata. Non c’e’ nessuna forte reazione emotiva, nessuna emozione, solo analisi razionale.

Nessuna emozione, frasi costruite apposta per demolire ogni possibile stima che ho di me o della persona che le pronuncia, nessuna emozione, nessuna reazione, nessuna rabbia.

Deve essere successo che a un certo punto sono morto, e non me ne sono ancora accorto.

Non so come, non so quando, ma di per certo non sono vivo.
Sono sopravvissuto a me stesso.

Sorelle d’Italia

Ieri in mezzo a un bar mi sono trovato in piedi come un bambino davanti a una grande tv accesa, con gli occhi lucidi e strizzati, sorpreso dalla voce di Giorgia che canta l’inno di Mameli.

Sorpreso, commosso, toccato.

Spiazzato dal sentirmi gonfiare il cuore da un’Italia canta con amore, con passione, con immensa tenerezza invece che ridotta a marcetta militare.

Ho visto lo schifo che si cela all’ombra del tricolore, l’ho visto sventolare in occupazioni militari a cui ho preso parte, l’ho visto alzare nel bel mezzo di una guerra di miseria ben protetto da sacchi di sabbia e cavalli di frisia ed ero uno di quelli che l’aveva cucito sul petto con i quattro pasti al giorno nello stomaco in mezzo alla fame e alla piu’ assoluta poverta’. L’ho visto coprire le malefatte di gente, spergiuri e traditori, che picchia a sangue ragazzi che dormono in una scuola. So che c’era sull’uniforme dei carcerieri che torturarono e torturano ancora i detenuti, l’ho notato appeso in tante aule di ingiustizia.

Adesso lo sento, in mano a una donna, che mi parla di un’Italia che posso amare, di un paese di cui posso essere orgoglioso, di madri e di figlie, di futuro, di tenerezza. Che sia la pubblicita’ di un privato non mi indigna, se ci vuole la signora calzedonia a ricordarci che non e’ solo una bandiera di calcio e un coro da stadio, sia benedetta allora lei e le sue autoreggenti.

E leggo in giro roba scritta da gente indignata, “vilipendio all’inno nazionale”, e penso che il vilipendio lo facciano questi guardiani dell’ortodossia militarista sulla playstation. Questa gente che si indigna, che pensa all’onore offeso, la guerra l’ha vista solo alla TV, sono “pronti alla morte, l’Italia chiamo’” giusto davanti al bucatino domenicale a casa della suocera.

Si “stringono a co(o)rte” nel senso dei lecchini del re, perche’ essere CIVES non sanno neanche lontamente cosa significhi, che responsabilita’, che sacrificio comporti.

Io mi sento ONORATO come cittadino italiano, come soldato, come marinaio, dalla voce di Giorgia che canta il Paese per cui io si che sono davvero pronto alla morte, e non e’ un cazzo di coro stonato da stadio in azzuro e una marcetta militare, e’ un insieme di madri e di figlie, di padri e di figli, di affetto e bellezza, di storia e cultura, ospitalita’ e tolleranza.

Per una volta ci si ricorda che l’Italia l’hanno fatta, e la fanno, anche le donne. Per fortuna.

edit: mi correggo, dopo qualche ricerca su google la voce che ritenevo appartenere a Giorgia è invece di Sushi, i ringranziamenti e la mia commozione vanno alla signorina pesce crudo giapponese quindi.