Archive for the ‘Nudo di Donna’ Category
Bugie LIX
Assenza, mancanza, dolore di.
Mattina già iniziata, bagaglioordinato di una sola valigia rigida, alluminio e titanio su rotelle che se ne vanno oltre le porte dell’aerostazione. Irene che parte per uno dei suo viaggi di lavoro che non le possibile rimandare, in me la voglia importuna di accompagnarla come non ho mai fatto, nei saluti non dico niente che faccia sembrare la sua partenza come qualcosa di diverso dalle centinaia di altre, nell’ultimo bacio di saluto le si bagnano i bordi degli occhi,sparisce veloce, io mi infilo nel traffico.
Nella sua vita ha fatto un numero sufficientemente grande di viaggi da rendere il distacco all’areoporto una cosa priva di implicazioni tragiche eppure per la prima volta da anni tutti e due siamo molto tristi, deve essere il sacro vincolo del matrimonio credo, o forse il fatto che da quando è rientrata da Berlino non ci siamo più separati che per qualche notte, due settimane saranno misere senza sentire il suo corpo tra le mie braccia nel sonno.
L’unica richiesta che mi ha fatto è stata di non farmi sorprendere dal giorno ancora nel letto di Lize, io ho promesso.
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Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.
Bugie LVIII
Svuotato. Così mi sento dopo essere stato davanti alla lente di Bouche per sei ore. Svuotato. Il piano non serviva, non è mai servito, io e Labbradilampone esposti, vulnerabili, davanti all’artista in preghiera intenta a succhiarci via l’anima. E’ esattamente quello che è successo, e non ho capito come, ma ho sentito il suo sguardo scavarmi dentro fin a passarmi attraverso, fino a farmi divenire limpido. Trasparente.
Oggi nessun messaggio, ne io ne Giulia abbiamo avuto alcuna notizia dei risultati. Arriveranno.
Mi ha prosciugato anche le parole.
Vado a nascondermi nel seno di Lize, aggrappato al suo corpo incapace di inquietudine. Nascondo il mio uccello nella sua incondizionata accoglienza.
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Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.
Bugie LV
Lo studio di Bouche, anche se lei lo chiama Officina Fotografica, è qualcosa che va visto almeno una volta senza nessuna preclusione architettonico residenziale. Un ambiente dalla pianta irregolare chiaramente ricavato dall’eliminazione di locali minori adiacenti proprio sotto la piscina del terrazzo e dipinto di un bianco perfettamente compatto, gli infissi sono bianchi, lo scarno mobilio è bianco, il pavimento di betulla è quanto più chiaro possibile. «Il colore fa male alla luce» Dice lei. Ma macchie intense si affacciano dalle pareti come spaziose finestre panoramiche, sei grandi tele tre metri per due alle pareti colme di intensità, sei persone, sei ritratti che non scrutano nell’abisso ma si perdono nella luce. No, lo sto scrivendo senza grazia, senza precisione, sono sei persone che nella luce si ritrovano. Cinque donne ed un solo uomo, affascinante, sottile ed androgino con occhi chiari dalle ciglia perfette e molti tratti in comune con la nostra ospite «Tuo fratello maggiore deve essere estremamente affasciante.» «Lo è.» La sua risposta e grigia come l’aria di Torino a fine autunno, rabbia nascosta sotto uno strato di frustrazione. Anche le altre tele sono valide, quella dello scatto che ritrae la mia Labbradilampone pallida ed eterea che fluttua nell’acqua è incredibile, la cosa più radiosa e pura che ho visto negli ultimi anni, escludendo il viso di Lize al risveglio la mattina in cui abbiamo concepito nostro figlio. Lo voglio. «Come devo fare per impossessarmi di una tua opera? Hai un gallerista?» «Ti regalo volentieri tutto quello che vuoi» mi risponde con voce imbarazzata. «La foto che hai appeso di Giulia.» «Non ti darò l’originale, ma ti mando subito in stampa una copia. Ci vorranno giusto una quarantina di minuti, poi il montaggio e il fissativo… Puoi ritirarla mercoledì se trovi il modo di trasportarla..» Fa tutto da sola muovendosi veloce e nervosa da una parte all’altra del suo spazio di lavoro passando da un calcolatore all’altro fino a che non sento l’inconfondibile rumore di una aspiratore che parte seguito da quello del controllo ugelli di una stampante a getto d’inchiostro. Oddio stampante, un tirannosauro a getto di inchiostro per fare questa musica solo con la testina, mi guardo in giro cercandolo e mi rendo conto solo per il movimento della tela che sta scorrendo fuori della sua posizione:ce’ l’ho accanto ed è semplicemente troppo grande perchè potessi notarlo. «Hai un plotter dentro casa?» Faccio stupito. «No, è una stampatrice giclee a pigmenti.» Continuo a curiosare mentre Labbra viene creata dal nulla tre millimetri alla volta come macchia colorata sulla tela candida che si svogle dal rullo. Loro cominciano a lavorare, Bouche tutta concentrata sull’esposizione, la luce, intenta a studiare il corpo e i movimenti della mia Labbra nel più insignificante essenziale dettaglio. Sembra imbarazzata della semplicità con cui la sua modella si è liberata dell’unico indumento che aveva addosso entrando. La stessa canzone che si ripete, si ripete, ciclo continuo ininterrotto che esce da una decina di sorgenti sparse per tutto l’ambiente, gli occhi di suo fratello, i rulli ordinati su una rastrelliera ognuno con un’etichetta stampata incollata sulla plastica dura. Scatta, scatta, scatta, una scarica di lampi cadenzata che esce fuori dai broncolor facendo ronzare il generatore con frequenze sempre più alte. Ossessiva, ho sottovalutato la ragazza attaccandogli addosso la targhetta di cucciola borghese che si trastulla con passatempi artistici, no lei non si trastulla, il suo è un temperamento ossessivo: lei si da fino a che non è svuotata poi sviene e appena può ricomincia.
I
I must
I must not
chase
the boys.
E mi ritrovo a non guardare la mia Labbradilampone desnuda in posa su un divano di pelle cioccolato, montato sul set solo per questi scatti, attratto e affascinato invece dalla sua amica Boccadimiele, dalla giovane artista che tutto sembra meno che giovane e incerta una volta messo il viso dietro la macchina fotografica. Fa caldo nello studio malgrado i piedi nudi, da generatore un fischio acuto dopo ogni lampo, gocce di sudore nell’incavo tra seni di Giulia, la camicetta di bouche attaccata alla pelle senza scampo.
«Bambine, fate pausa» Sentita la mia voce Bouche si gira infastidita, i suoi spazi violati.
«Non siamo stanche» è la risposta.
«Il generatore ad alta tensione si però, se continui con questo ritmo tra dieci minuti scatterà la protezione a riarmo manuale e dovrai aprirlo per disattivarla. Non è una cosa proprio veloce.»
«Hm… hai ragione, certe volte capita. Ritrattista?»
«Non sono un fotografo ma ho passato molte piacevoli serate nello studio di un amico e qualche cosa ho imparato anche io.» Ad esempio che l’attrezzatura che vedo qui in giro si mette insieme di solito in trent’anni di lavoro molto duro continuo solo col pensiero.
«Chi?» Chiede mentre comincia a disattivare le luci pilota dal pannello principale.
«Difficile che tu lo conosca, non è più a Roma da cinque anni.»
«Prova.»
«Filippo…»
«FMC?!» fa lei prima che finisca di rispondere.
«Mi diceva che l’ambiente qui nella capitale è piccolo, ma pare vi conosciate davvero tutti.»
«E’ stato il mentore di mio fratello.»
«E lui è stato il tuo.»
«..si..» Risponde imbarazzata per poi infilare la scheda di memoria in uno dei terminali lanciando l’importazione automatica.
«Andiamo a fare un bagno?» dico indicando l’aqua della piscina ben in vista attraverso il lucernario del soffitto, la proprosta viene accettata con la speciale gratitudine di Labbra.
Tre in vasca, il sole delle cinque invisibile dietro una spessa coperta di nubi, idromassaggio acceso al massimo che riempie di bolle la porzione di acqua in cui ci troviamo, Labbra che tende a Bouche un morbido agguato alle spalle mentre stiamo parlando, le sfila il costume per appropriarsi con le piccole mani delle piene e plastiche mammelle dell’amica, la sua bocca sul collo di lei. Bouche si lascia andare chiudendo le palpebre, le riapre, inizia a fissarmi senza arrossire. E’ eccitata ma non imbarazzata, sono davanti a lei, un estraneo, un uomo, la sto guardando mentre la sua amante prende possesso del suo corpo e lei non mostra imbarazzo, minimamente. Prima abbiamo conversato un po’, non certo del più e del meno, e alcune cose di questa insolita creatura mi sono chiare, una brilla sicura su tutte le altre, non che io sia un virtuoso del ragionamento deduttivo ma nella posizione in cui mi trovo il mio vantaggio è evidente.
C’è energia nel suo sguardo, di quel tipo che elettrizza invece che bruciare, di quel tipo che spaventa invece che affascinare. Ossessione, non passione, mi fissa con quella dritta negli occhi mentre le mani e la bocca di Giulia fanno il loro lavoro e rendono breve e sincopato il ritmo del suo respiro.
«Da quando sei innamorata di tuo fratello.»
Labbra si pietrifica, sbigottita, la sua amica invece non ha nessuna reazione emotiva apprezzabile, nessun tumulto interiore.
«Da sempre.»
«Il tuo primo ragazzo l’hai avuto quando lui se ne è andato, vero?»
«Si.»
«Riempivi il vuoto?»
«Ci provavo.»
«Non serviva a nulla anzi ti faceva stare peggio, poi hai cominciato sul serio con la fotografia perchè te lo faceva sentire vicino.» Labbra ascolta attenta tenendo la sua amica stretta a se non più con passione ma con una forma di affetto protettivo e solidale che le fa onore proteggendo col suo corpo una schiena vulnerabile.
«Si, mi faceva stare meglio e poi gli mandavo i miei lavori la sera e lui mi commentava, parlavamo fino a tardi certe volte, fino a quando diventava dolce per la stanchezza.»
«Hai stretto amicizia con Giulia perchè viveva una situazione simile, immagino.»
«Si, ovvio, all’inizio è stato così, mi è bastato vedere come vi toccavate quando l’andavi a prendere all’uscita di scuola. Era ovvio che tra di voi c’era un’intimità più alta di quella socialmente accettabile.»
«Ne sei rimasta affascinata, i tuoi sogni realizzati da qualcun altro, la vita come l’avresti voluta tu.»
«Quasi, ma scoprendo la tua Labbra, o vorrei dire la vostra Labbra…»
«Credo la nostra Labbra ormai»
«La nostra Labbra, bhe, è una persona meravigliosa e spaventosamente fragile, incredibilmente sola nella sua vita fatta di adulti troppo decisi e autoritari. Sia tu che la tua donna siete piuttosto privi di quello che viene comunemente chiamato umanità.»
«Toccato. Sai che sei brava quando fai l’adolescente normale, la prima volta ci ho creduto. Continua.»
«Io mi sono invaghita di tua… nipote. Ho preso una bella sbandata in effetti.» La pausa, quella ce l’ha messa dentro ad arte, lei sa chi è davvero Giulia e ci ha messo un solo sguardo per capirlo mentre le tenevo la testa due giorni fa. Una giocatrice pericolosa, che tanto per cambiare ho sottovalutato, non tutti i borghesi sono idioti instradati verso la stupidità e dovrei saperlo meglio di tanti altri. Mai, mai, mai perdere l’iniziativa come mi ha insegnato il colonnello.
«Tra quanti giorni tuo fratello si trasferirà di nuovo in questa città, nella casa in cui vivi anche tu?»
«Tu, come lo sai?» Fa lei mostrandosi vulnerabile e stupita per la prima volta.
«Hai l’aria di una che sta per lanciarsi contro un incrociatore lanciamissili armata di un temperino e della sua adamantina volontà. Solo che la tua volontà non è adamantina e hai paura che ti tirerai indietro quando lui sarà qui, quindi ti stai pianificando una efficace e piacevole via di uscita.»
«Il primo di settembre lascierà la casa di Milano per tornare a vivere qui. Labbra non è la mia via di uscita, non la sto usando.»
«La droga più potente, mia cara, è la sincerità. Imparalo. Diciamo che non la stai solo usando e che la mia piccola Labbra è anche la tua via di uscita onorevole se le cose prendono una brutta piega.»
«Diciamo» A sentire questo Giulia strizza forte i suoi capezzoli tra le dita, vendicativa, un lampo di dolore passa sul viso di Bouche. Mi avvicino a lei fino a quando non è costretta a reclinare il capo indietro per tenere il contatto visivo, sento il calore dell’acqua riscaldata dal suo corpo arrivarmi sull’addome. Giulia riprende a frugare in lei eccitata dalla mia prossimità, dalla mia improvvisa intimità con la sua amante. Questa ragazza è qualcosa di prezioso, di incredibilmente sbagliato, probabilmente la persona più incasinata e perversa con la quale abbia avuto a che fare escludendo Irene.
«Lui non riuscirà a resisterti.» I suoi occhi diventano improvisamente imploranti, incerti, giovani. «Te lo prometto» e sigillo questa promessa con il contatto delle mie labbra sulla sua fronte. Poi la lascio andare, mi allontano, la lascio alla sua amante, alla carne che riempe l’assenza . Suo fratello era un ragazzino del liceo quando lo conobbi, adesso riesco a ricordarmelo, aveva quindici forse sedici anni, e come chi custodisce un terribile segreto sorrideva solo con la bocca guardando sempre altrove. L’aristocrazia della città eterna è poco più grande di un villaggio di contadini, tutti si imbattono gli uni negli altri.
Torno a casa e scrivo tutto quello che adesso Ire sta leggendo fino a questa riga seduta sulle mie ginocchia accarezzandomi di tanto in tanto.
«Hai preso a fare il missionario dell’incesto?»
«Pare.»
«Alla nostra piccola Labbra si spezzerà il cuore a settembre.»
«Non credo proprio, ho la sensazione che l’interesse sia genuino.»
«Hm, vedremo. Ah, grazie per non esserti scopato quella ragazzina in piscina.»
«Credimi, non è stato un sacrificio.»
Mi guarda strana, una parte è soddisfazione il resto tutto desiderio improvviso. Lo stesso che ho io.
Corriamo di la fino al nostro letto mentre Giulia è tutta intenta a battere sul suo portatile. Scopiamo come animali, una cosa veloce, una cosa feroce, solo io e lei, di fretta. Come quando eravamo ragazzini e tornavamo dalla scuola marciando sul via spedito con la voglia addosso prima di pranzo.
«Fratellone, per un attimo ho pensato che fossi improvvidamente cresciuto.»
«Impossibile Ire, impossibile sorellina.»
«Andiamo a mettere su una cena.»
«Andiamo.»
Credo che l’amica della piccola sia proprio quello di cui aveva bisogno, sono entrambi indispensabili l’una all’altra.
Perchè tra loro c’è solo luce.
Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.
Bugie LII
Alle dodici e trenta, elegantemente e completamente vestiti o quasi, ci presentiano alla porta di una felicissima mater in frenesia da trasformazione alimentare che stempera subito la gioia quando una Elisabetta vistosamente gravida l’abbraccia e lei non riesce più a pensare di aver sbagliato valutazione durante la cerimonia.
«Finalmente tutti i miei bambini di nuovo a casa.» Esclama naturalmente falsa portando a tavola la prima portata.«Anche qualcuno in più rispetto a quelli che se ne sono andati» Fa il genitore fulminato immediatamente dallo sguardo della consorte.«E’ la vita che va avanti, ringraziando dio. Per una volta abbiamo anche il piacere della zia con noi.» Rincaro io, ma proseguire con la narrazione del dialogo del pranzo risulterebbe tedioso come uccidere a bastonate i cuccioli di foca quindi passo direttamente al momento più disgustoso: la zia Giulia costretta a intavolare conversazione con il sui più giovane nipote.Per farle superare il trauma l’ho dovuta portare fuori a cena stasera, solo noi due fino all’una in un luogo che offrisse sufficiente tranquillità ed uno scenario degno ma torniamo alla sequenza cronologica dello scempio.
La sporgente fecondità di Lize è stata una scusa troppo invitante per ritirarci nella sua stanza, lei per riposare e io con la scusa di riordinare un po’ di materiale da portare via dalla mia vista ormai la mia ufficializzata condizione coniugale, la povera Labbra invece è rimasta impigliata nei doveri familiari aiutando la mamma a rassettare, poi facendosi tenere compagnia da un frater minor inusualmente curioso. Mentre io e Lize facevamo la bestia a due groppe sul di lei letto da ragazza di nobilecenso brava ma non troppo, Giulia schivava domanda sul suo stile di vita e le sue frequentazioni con ispirati slalom semantici, ostinata come è a non mentire se non assolutamente necessario. Lui le ha regalato confessioni circa la sua borghese ed avvincente vita sessuale di liceale dei quartieri alti con uno stile narrativo che posso solo intuire dalla sua reazione: appena possibile mi ha inviato un sms « Salvami o uccidimi. Preferirei la prima.» L’ho fatto leggere a Lize che aveva appena chiuso gli occhi, un istante per pensarci su poi una carezza e un eloquente gesto verso la porta. Rispondo a Giulia tramite stesso mezzo per evitare sospetti nella domus e dopo un paio di minuti sento bussare fuori dalla porta verso il corridoio, apro uno spiraglio, lei sguscia dentro chiudendosi la porta alle spalle ed appogiandoci la schiena per poi emetter un melodrammatico sospiro di sollievo.
«Mi ha persino toccata, cristo, sento il bisogno di lavarmi con l’envirochem.»«Da quando usi detergenti biocidi da laboratorio?»«E’ una cosa tanto per farti capire lo schifo. Lui e le sue sgallettate inventate, è disgustoto, tutto chat e facebook, mms e fotine, persino i video sul’Iphone di qualche poveretta che prova a fargli un bocchino.» Disgustata lo è sul serio tanto che sentito il discorso Liz le tende le braccia dal letto e lei ci si fionda tutta vestita tra quelle carni materne e rassicuranti per farsi coccolare come la bambina che non è.«E così il moccioso lo infila in giro.» Anchio disteso sul letto dopo essermi rimesso camicia e pantaloni. «E se ne vanta prodemente. Sai che fanno delle feste dove ragazze malvestite fanno a gara a prendere in bocca i patetici piselli di questi sfigatelli? Mi ha fatto veder i filmati di lui e dei suoi amici, ubriachi e cucinati di discoteca e solo dio sa che altro.»«Queste giovani generazioni che si divertono…con l’Iphone» E’ la mia risposta.«Come se voi non foste mai andati a una festicciola» rompe il suo silenzio Lize.«Veramente no, e per quello che ne so neanche Labbra ha a che fare con questi eventi socializzanti, tu invece si?»«Veramente io non ho mai fatto la parte di quella che lo prende in bocca davanti a tutti, ma l’ho visto succedere più volte.»«Dio, e vedere come le insultavano con quelli che suppongo considerasssero complimenti, e le femmine ridevano, si vantavano, si davano arie da pornoattrici consumate. Che schifo. Mi sarei strappata le ovaie con le unghie.»«Insomma i tuoi coetanei ti hanno sorpreso.»«Ti prego, tienimi chiusa in casa fino a che non compio trent’anni, facciamo magari venticinque.»«L’hai presa così male, non saranno mica tutti così?»«Ti ricordi che io e quel coso andiamo allo stesso liceo vero?»«Lo stesso in cui andavamo io e Irene»«Io la conosco quella gente, già mi facevo schifo prima, adesso… oddio. Una di quelle è una mia compagna di classe capisci, una che spompina i ragazzini per farsi dare della troia in un locale notturno o in una festa privata. E quando andrò a cercare i video in giro vedrò di peggio, lo so. Quel porco ne aveva quasi due gigabyte solo nel telefono girati da lui.»«Ehi, non prenderla così, non è che puoi fare la moralista tu che ti scopi tuo nipote e tutte le notti dormi nel letto suo e di sua moglie.»«E’ una cosa completamente diversa, il mio non è un giudizio morale ma puramente estetico. Loro, la loro sessualità incerta urlata e commerciale, le loro gare laide, sono disgustosi. Io e te durante un amplesso siamo stupendi.» Durante questa affermazione scopro Lize a fare su e giù con la testa a conferma, Giulia le fa una carezza sulla guancia a silenzioso ringraziamento.«Resta il fatto che saremmo noi i porci incestuosi.»«Incestuosi di sicuro, ma credimi volgari e privi di passione come loro mai. L’orrore l’ho provato nel confronto con quello che i miei occhi vedono tutti i giorni, prendi stamattina ad esempio quando mi avete svegliato dal sonno del giusto mentre la mia padrona ti sbatteva sul letto con energia, sembravate fatti di luce. Limpidi. Ho provato il piacere carnale come fine, non sopporterò mai di vederlo usato come strumento o merce.»«Irene ha fatto su di te un lavoro perfetto, assolutamente.»«Che intendi?»«Che sei come lei, a modo tuo però. Libera come lei.»«Dici?»«Assolutamente.»«Visto che allora sono stata brava… posso cambiare liceo?»«Sicura? E dove vorresti trasferirti?»«In uno in cui non ci sia schiuma umana del genere.»«Lo chiederemo a Ire, spetta a lei decidere.» A questo lei non ha niente da ribattere, sa che è così e punto.
Appena riusciamo a tornare a casa Labbra si infila nell’idromassaggio e io mi do da fare perchè si senta finalmente pulita quando ne esce, poi la porto a cena fuori tra le proteste non troppo convinte di Ire. Per accompagnarmi si è messa un abito magnifico, lungo e stretto che le lascia le spalle e la braccia scoperte reggendosi al suo collo minuto, i capelli raccolti in un chignon su cui Lize ha perso un po’ di tempo. E’ splendida e perfettamente fuoriluogo in quel cazzo di liceo, più di quanto lo fossimo io e l’Altra e so che per questo Irene le impedirà di andarsene di lì. Non è vendetta per lei quanto ostentare la vittoria in maniera oscena specie quando mi manda a prenderla all’uscita in pieno assetto da principe azzurro sconveniente.
Bugie LI
Provvisorio come un covone di zucchero filato me ne sto alla scrivania dello studio, Giulia attorcigliata sulla poltrona a centro stanza rilegge qualcosa che ha passato la mattina a buttare giù, comprendendo la mia muta curiosità mi ha dato un paio di cartelle da scorrere all’ora di pranzo e da allora galleggio incerto per casa senza trovare pace. L’influsso di Ire non si è esercitato solo sul suo stile estetico, sullo studio e sul sesso, combinandosi al mio che si è invece indirizzato principalmente a farne una virtuosa succhiatrice di uccelli ha tirato fuori una narratrice instancabile e ossessionata dalla rifinitura. Batte, revisiona, ribatte, taglia, ripulisce, lucida, quello che mi ha spedito via LAN sono milleetrecento caratteri che scintillano a specchio: polvere di stelle compressa fino a fondersi. Stupito e confuso dai suoi sedicianni, dalla sua appena sospettata complessità, dalla rivoluzione che è avvenuta della sua vita nell’ultimo inverno. Intenta a rivedere una bozza, muscoli del viso distesi, uno spettacolo di nudità innocente e concentrazione, le scatto una foto con la Leica che se ne accorge appena e mi rivolge un sorriso ad occhi bassi. «Per il retro di copertina.» Le faccio io mondo da qualsiasi desiderio di deriderla.«Sarebbe adatta.» Risponde lei senza distogliere la sua attenzione dal piccolo monitor.Io intanto me ne sto qui a torturare la tastiera senza cavarne nulla di degno, frasi approssimative, il processo creativo spuntato dalla mia colpevole ignavia, oltretutto dovrei persino occuparmi di preparare il mio rientro in università a settembre appena in tempo per il primo appello degli esami. Pare che non solo il mio professore ma il dipartimento tutto abbia sentito la mancanza se non proprio della mia disturbata personalità quantomeno delle mie capacità di trattamento dei dati sperimentali grezzi, quindi grazie a fondi privati sono in grado di offrirmi il posto che avevo prima con qualche bonus lungo la strada, il primo dei quali consiste nel tenere un seminario introduttivo di presentazione delle ricerche in corso alle matricole. So che dietro c’è la mente barocca del mio professore che non vede l’ora di vedermi in azione con mano libera davanti ad un ambiente ricolmo di giovanissime menti desolatamente vuote… perchè nessuno di noi si fa illusioni sulla maggioranza delle matricole dei corsi di laurea triennali in scienze sociali, sapesse mi Elisabetta o della mia leggiadra Labbradilampone sarebbe meno entusiasta dell’idea. O forse no, spesso mi sono trovato a commettere il perdonabile errore di sottovalutare quell’uomo eccessivamente urbano e cortese. In formato elettronico la guida dello studente per l’anno accademico 2010 2011 se ne sta adagiata tra tutti gli altri documenti virtualmente coperti di disinteresse, dovrò occuparmene invece per evitare di fare errori grossolani quando qualche ombrettoverde in diminuendo si presenterà a chiedere consigli durante uno dei molti lunghi quarti d’ora accademici, poichè io credo in maniera ferrea e ortodossa nella relatività del quarto d’ora.
Giulia ha messo il portatile a terra, si stira le gambe nella luce grigiobluastra del temporale di passaggio, poi si alza, pochi elastici passi sulle punte e si siede sulla scrivania dritta davanti a me dandomi le spalle, solleva quella meraviglia tonica di gambe sopra la mia testa e compie mezza rotazione. Nuda, seduta sul piano della scrivania, i suoi piedi posati ai lati dei miei gomiti, lo schermo del mio pc che le nasconde il ventre, i suoi seni che spuntano sodi e appuntiti appena sopra, con la mano sinistra molto lentamente chiude lo schermo verso la tastiera, altro la fisso negli occhi dal basso in alto, lei prende la macchina e la confina su uno spigolo senza levare le pupille dalle mie.Non lo dice con la bocca, è il suo profumo che lo urla imperioso:
MANGIAMI
La prendo per le coscie e la trascino verso di me fino al bordo, getta indietro la testa e adagia la schiena contro il piano, la mia bocca si incolla alla sua fica dischiusa e già gocciolante, la mangio tenendole le caviglie strette nelle mani.La mangio, fino a che lei non singhiozza di piacere, poi continuo.Mia moglie passa di lì e ci vede, scuote la testa:«Bambini tra un po’ si cena, non esagerate con gli aperitivi.»Poi non resiste e passa a posare un bacio su ognuno dei capezzoli di Giulia per poi affondarle la lingua in bocca in un bacio appassionato, quando si stacca un filo di saliva sembra sforzarsi di tenerle congiunte. Inpiedi dall’altra parte della scrivania tiene la testa di Labbradilampone tra la mani con dolcezza, l’accarezza mentre il sudore ne imperla la fronte e i gemiti riempono l’aria, la conforta come fosse una bambina con la febbre alta. So che perdendomi il gioco di sguardi tra le due sto rinunciando a gran parte di questa esperienza, di questa scopata con la bocca, la cosa mi rende più aggressivo e mi metto a divorarle le carni rosa con passione sicuramente eccessiva cosa che le provoca un:«Oddio. Oddio. OHDDDDIOOO. MMHHHH.OOOHHHH.» a cui seguono spasmi muscolari in tutto il corpo, incontrollati, Ire le tiene ben ferma la testa con tutte e due le mani.Poi silenzio e immobilità, io che mi asciugo il viso con un fazzoletto di seta color crema.«Credo che dovrai portarla di là tra le braccia.» Dice Irene sempre pratica.«Credo.»«Forza, portala sul letto che vedo di dare una ripulita qui prima che rimanga l’alone sullo scrittoio di papà.»
La porto sul nostro grande letto, la adagio al centro senza coprirla mentre biascica qualcosa di confuso, ha bisogno di tempo per riprendersi, la lascio semisvenuta con la luce spenta e raggiungo in cucina Lize e Ire tutte intente a tagliare verdure e carne di maiale a dadini.
Mi danno un piacevole senso di casa e famiglia tanto da farmi sussurare: «Siete così belle quando andate d’accordo.»Come sempre Lize risponde solo con i muscoli della schiena che scuotono appena le spalle mentre Ire non si lascia certo scappare l’occasione per ricordare a me certe mie avventatezze: «Mi ha comprato offrendo il tuo primogenito.»Mi alzo e vado ad abbracciare la mia sorellina da dietro, lei getta la testa indietro fino a che non si appoggia alla mia spalla, un mano va a posarsi sul suo ventre tondo e pieno, enorme.«Credo che questo bambino sia grande come un cucciolo d’orca assassina.» Ma la mia battuta non desta risa, solo una linea sardonica gemella che attraversa tutti e due i visi contemporaneamente.
«Vai a vedere se la bella addormentata ha bisogno di un bacio dal principe che tra poco si va in tavola. Ah, se puoi evitalo il bacio che mi è parsa un po’ consumata dalla passione.»
Non c’è modo di non dirlo, quando mia moglie vuole essere stronza ci riesce benissimo, ma mi sta facendo il mio risotto preferito quindi le posso anche perdonare tutto. Labbra ha il respiro regolare, gli occhi spalancati e giace al centro del letto fluttuando nelle endorfine: non ha per niente l’aria di quella che deve apparecchiare.
Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.
Bugie L
Uomo sposato, casa ordinata, notte silenziosa, la candida pelle tesa di Irene nel letto scoperta con arte, respiro regolare.
Uomo impegnato, lenzuola rosso vermiglio e i capezzoli rosa di Irene contratti dal refolo d’aria che passa dalla finestra spalancata.
Marito, la mia bocca che non resiste che si posa sopra quei seni appetitosi e provocatori, lei che si sveglia, io che le inchiodo le mani per i polsi, il sorriso felino di chi sa cosa la aspetta, sesso e sudore, fatica di respirare, nodi di muscoli da non districare, tensione, esplosione.
Respiro affannoso, aria densa, l’odore invadente dell’accoppiamento, i gemiti, le piccole mani di Giulia che le carezzano il viso mentre trasfigura, piacere, troppo, dolore del non saper smettere, il senso della misura che sempre ci è mancato, eccesso, piacere ancora, sfinimento.
Occhi chiusi la pelle giovane e fresca di Labbra contro la mia, carezze, troppe,oblio.
Scopare con una moglie la prima volta: con la mia.
No, a letto non è cambiato nulla tranne lo sguardo ora benevolo di un dio che non esiste.
Mi sveglio nella luce del primo mattino, Ire dorme tra le mie braccia, Giulia ha il viso perso tra i suoi capelli, a guardarle sembrano la cosa più luminosa di tutta la stanza, così pure che fissarle fa male agli occhi.
Li chiudo di nuovo, stringo le mani attorno ai seni di Ire, lei si schiaccia a me cercando di scavarsi uno spazio nel mio abbraccio per andare più affondo.
Entrarmi sotto la pelle come sa fare solo lei.
Mia moglie.
Ancora non ci credo.
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Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.
Bugie XLIX
La mia breve sortita in esterni è terminata nella notte di ieri grazie all’ultimo AV diretto alla Città, poche decine di minuti a cogliere lo scorcio di una labbradilampone appetitosa vestita di quasi nulla e non certo per ordine mio. Le signore di una certa età credo l’abbiano giudicata scandalosa, tutti gli altri passeggeri lanciavano occhiate a turno mentre lei lavorava sul suo mattoncino di magnesio. In casa lei è di sicuro l’essere umano più dipendente dalla tecnologia informatica tanto da vere due macchine gemelle costantemente sincronizzate, in caso l’una desse avvisaglie di cedimento passerebbe immediatamente alla riserva: per capire quano la cosa sia paranoica basti pensare che utilizza solo terminali con specifiche militari.
Un sogno su una poltrona dal disegno troppo moderno, infilata in un abito grigio medio senza null’altro addosso apparte un paio di scarpe rosso lacca aperte con un tacco non ragionevole. Ed il rossetto. Come dimenticare il rossetto vermiglio scontornante labbra che tutti stanno fissando mentre batte piano sui tasti in gomma per non fare rumore, poi si ferma e con lo stilo se le saggia mentre ha lo sguardo perso nella luce fluorescente che si vede nel riflesso dei suoi occhi neri. Mentre leggo il diario intimo di Valerie mi beo della sua presenza non più acerba ma neanche pienamente femminile, quel glorioso e pericoloso stato di mezzo per cui un uomo come me è comprensibile che perda la testa. Non resta che scriverlo per renderlo ufficiale: mi sono innamorato di Giulia, della mia Labbradilampone, e non mi serve nessuno sforzo di fantasia per immaginare già sul treno tutto il sarcasmo che mi rovescerà addosso la mia promessa.
«Oddio il matrimonio.» Ho pensato ad alta voce, la zia mi ha rivolto un’occhiata felina e poi ha dischiuso un sussurro: «Si, ti sposi domani. Sono stata un buon addio al celibato?».
Piccola infida puttanella manovrata da Irene, me lo dovevo aspettare dal loro due qualcosa su questo stile.
«Magnifico, mi hai reso un uomo felice.» E mi hai fatto pure innamorare stronza, dovrei aggiungerlo ma non vedo il motivo di complicare tutto ora, anche se un velo scende a separarci e a dividere questi giorni di malsana totale intimità. So che lo ha fatto apposta, per punirsi, per dare una ragione al dolore che sente mentre il Lazio scorre fuori dal finestrino in piccole luci a grappoli, lei aveva il bisogno di sminuirsi, di tornare cosa: la piccola elegante bambola di Irene.
La mia donna, l’Altra, è il male.
«Comunque non mi sposo domani, ma domenica.»
«Se ne senti il bisogno posso anche perdere la scarpetta di cristallo, ma mezzanotte è già scoccata mio bel principe.» Sottile, bastarda, sarcastica, mi chiedo sempre più spesso come faccia a non capire che è mia sorella, il tratto del disegnatore è inconfondibile.
«Hm.»
«Dai, tra poco saremo a casa.»
«Ne parli sempre più spesso come se fosse casa tua, come farai quando l’estate sarà finita?»
«Ah, la mia Signora deve essersi scordata di parlartene, pare che mio padre voglia godersi un po’ il mondo con Sara e sono giunti a un accordo per la mia sistemazione.»
«Ti trasferisci in pianta stabile. Non ci sono più stanze lo sai, dove pensi di alloggiare, sul tavolo della cucina?»
«Indovina.»
«Nel nostro letto? Ire ti ha detto che puoi startene nel nostro letto tutte le notti?»
«Mi sembri dispiaciuto. Non ti piaccio più?» Fa con falsa aria da bambina.
Io non le rispondo, sono seccato dal suo controllo della conversazione, Irene sta facendo un lavoro magnifico con lei ma la ragazzina ha di suo troppo talento, e in più campi.
Arriviamo a casa in un taxi privo di commenti, tutti e due seduti dietro mentre l’autista sposta lo specchietto per rifarsi gli occhi e le fantasie con la mia accompagnatrice che finge di addormentarsi sul mio grembo. Girare le chiavi nella porta e trovare casa illuminata, Lize ad attendere in salotto e meritare il primo bacio del ritorno, poi la doccia di fretta ed infine la camera con il nostro letto e Irene dentro con il lenzuolo di cotone egiziano tirato fino ai fianchi, il suo seno pieno e lussureggiante.
Faccio per slacciare la cintura e la sua voce mi interrompe dal nulla: «Pensi davvero di infilarti nel letto della sposa prima del matrimonio?, sparisci!»
«Vado sul divano?» Ammetto di trovarmi parecchio disorientato al momento.
«Se preferisci, anche se credo che tua sorella sarebbe felice di ospitarti sul suo giaciglio almeno per queste notti prima delle nozze.»
«Ok.» Che ritengo sia una risposta da cretino di rozza fattura ma evidentemente quello che scrive i miei testi è l’unico autore in ferie del circo in cui vivo. Uscendo dalla porta mi trovo davanti una convenzionalmente adamitica Labbra che mi bacia e mi sussurra «Non ti preoccupare, dormo io con la sposa» dopo di che mi spinge fuori con tocco leggero e chiude. Puttanella.
Elisabetta non è più in salone, bevo un bicchiere d’acqua fredda e la raggiungo in camera, tutto e già buio, il suono del suo respiro, mi stendo nel letto dove lei mi fa spazio.
«Domani mi sposo.»
Quello che succede dopo posso riassumerlo con ‘mia sorella, la madre dei mie figli, mi violenta per metà della notte’. Con trasporto e disperazione, niente di cui lamentarsi ma… lo so è terribile da dirsi… così materna e tonda la desidero davvero poco, non riesco a vederci la sorellina che si infilava di sera nel mio letto. Di là Giulia si sta scopando mia moglie, lo so, lo immagino.
Non vedo l’ora che arrivi lunedì.
In casa stanno tutte riordinando abiti da cerimonia, il matrimonio è domenica pomeriggio con ricevimento serale. Non ne parlerò, fosse per me eviterei anche di presenziare, ma c’è il fatto che sono io quello che si sposa.
Sto
un po’
in ansia.
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Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.
Bugie XLVIII
Firenze, una cazzo di stanza d’albergo con delle cazzo di finestre chiuse male da cui filtra luce a coltelli seghettati. Credo si capisca benissimo che mi gira male. Mezz’ora fa sono stato svegliato dalla precisa sensazione di bagnato e leggermente ruvido che mi da la bocca, ed in particolare l’agile linguetta, di Labbradilampone quando contiene il mio uccello. Risveglio piacevolissimo in cui fare finta di dormire aprendo solo uno spiraglio di palpebra per guardarla ancora arruffata da sonno che se ne riempe la bocca vorace, sinceramente credo che abbiamo creato in lei un solida ossessione per la fellatio o quantomeno per l’ospitare il mio specifico cazzo nella sua bocca. Appena mi distraggo la ritrovo ad inumidire di saliva il mio inguine sopraffatto dall’intento di distrarmi più spesso. Anche appena sveglia è sublime, tutta passione e peccato, usa piano i denti e mi fa venire brividi fino alla radice del collo, è un’artista. E io devo disperatamente andare in bagno, con questo suo succhiare peggiora seriamente le cose… odio profondamente anche la semplice idea di chiederle di smettere, di prendere nel pugno i suoi capelli e sollevarle la testa fino a quando il mio uccello non abbandona la protezione della sua bocca con lei che mi guarda offesa, contrariata.Eppure devo. Vado e torno, ma la lascivia passiva di prima ha lasciato spazio a quel desiderio cattivo figlio del fastidio, la prendo per un polso e la trascino in bagno sotto la doccia ringraziandone le dimensioni generose, sotto il getto dell’acqua calda le faccio cenno di ingionocchiarsi e riprendere, lei sorride e si porta in basso, senza neanche usare le mani con cui preferisce aggrapparsi alle mie natiche lo prende di nuovo tra le labbra mentre io mi appoggio con la nuca alle piastrelle. Se c’è una cosa per cui è necessario più talento di quello che ho è descrivere degnamente un lavoro di bocca ispirato, non ci provo neanche, dico solo che tutta la mia esistenza la sento raccolta nella punta del mio uccello e, finchè lei non decide di farsi inondare la bocca col mio seme, li se ne rimane. Fa la cattivella, vuole farlo durare, e a me fa venire voglia di mangiarle la fica a morsi.Dopo.Sicuramente dopo lo farò.Adesso me ne sto tutto li, nella punta gonfia di sangue del mio uccello accarezzata dalla sua linguetta in modi che neanche il signore iddio aveva preventivato.
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Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.
Bugie XLVII
Firenze, una stanza d’albergo con le finestre chiuse, Labbradilampone che legge qui vicino a me stesa sul ventre con il suo portatile aperto davanti, completamente nuda e liscia, addosso solo il trucco e i gioielli indossati per scendere a cena. Un’improvvisa nostalgia degli Uffizi mi ha trascinato su un AV diretto a Santa Maria Novella stamattina, e un giorno non mi basta per questa città che odio ed amo sopportandola a fatica nei suoi eccessi di bellezza e scortesia. I fiorentini non è che siano cambiati dei tempi in cui esiliarono Dante, sono sempre e comunque defininibili da un unico sostantivo di origini longobarde: stronzi. Ma alle sette l’aria si riempie di una sua magia dorata e godersela in solitudine mette solo tristezza, per previnire la melancolia che mi avrebbe reso disgustosamente romantico ho chiamato Ire la quale mi ha fatto capire che ha altro da fare che raggiungermi «in quell’accampamento di vaccari sull’arno» ma sarebbe stata felice di offrirmi Giulia se proprio ero in vena di compagnia. Io ero in vena. Alle ventuno e dieci con solo sei minuti di ritardo le labbra di una ballerina luccicante in abito da sera blu reale si posavano sulle mie, alle ventidue eravamo seduti a un tavolo nel ristorante in cui mi ha sempre portato il nonno e che per me è diventato il luogo istituzionale per la consumazione di grandi quantità di carne bovina poco cotta, passione condivisa anche dalla zia che non si è fatta problemi a chiedere esplicitamente un coltello molto ben affilato «di quelli che tagliano anche solo con l’ombra» avendo lei orrore della tipica posata da ristorante a prova di subnormale. Bocconi piccoli, questo è il modo in cui ha eliminato millequattrocento grammi di polpa bovina, cubetti ordinati e sughetto insanguinato che faceva capolino agli angoli della sua piccola bocca lasciva. Ora entrambi, incapaci di fare altro, cerchiamo di sopravvivere allo sforzo digestivo che nel mio caso pare aver passato il picco per lasciare lo spazio ad altri appetiti, è splendita e sconvenientemente giovane vista da qui, le mie mani non riescono a resistere. Alle carezze seguono altre carezze, i suoi occhi che brillano, la prima volta fuori casa, la prima volta senza la presenza simbolica di Ire, solo io e lei nella città tanto amata dal nonno, da suo padre, in una stanza dell’albergo in cui abbiamo sempre alloggiato fin da bambini. Lei nuda stesa sulle lenzuola, la luce che viene dallo schermo, i suoi sottili orecchini di platino che finiscono in due piccoli rubini a goccia, il collare con il suo nome, la fede della nonna al dito anulare che in casa nostra non mette mai per ordine di Irene, la piccola catena sulla caviglia che le ho regalato per la natività di cristo, e sopra di tutto i suoi occhi che sono la cosa che brilla di più in questa camera silenziosa. Il suo respiro mentre la sfioro, mentre le scorro la schiena con il viso, con le labbra, ho ancora addosso pantaloni e camicia e sono fermamente intenzionato a tenermeli, perchè me la voglio mangiare la mia Labbra finalmente mia. La mia bocca dappertutto, la mia lingua che scava dentro le sue rosee morbidezze, i suoi succhi segreti nella mia gola, il sapore dolce della sua fica giovane e implume. La mangio e l’accarezzo, la mangio ancora, non mi stanco del sapore del suo abbandono. Lei qui, lontano dalle stanze in cui è proprietà dell’Altra e di riflesso la mia puttanella, la più brava bambina di papà della cristianità cattolico romana,è solo e soltanto Giulia: adolescente fantastica e perdutamente innamorata dell’uomo sbagliato, spogliata di ogni perversione e complessità.
Tranne l’incesto, sia chiaro, perchè in quello Ire non ha parte.
Mi sale addosso, mi divora il viso, con piccole mani sporche di fretta mi strappa qualche bottone della camicia, litiga con la patta dei pantaloni, mi fa capire che lo vuole adesso subito, all’istante. Nel tempo di un respiro, forse due, la rovescio sul letto e le entro dentro, scivolosa e accogliente, mi muovo con energica partecipazione, andando a braccio, senza controllarmi più di tanto, senza tecnica.
Con passione, lasciando che sia solo il desiderio che ho di lei a permeare tutto. Giulia avvinghiata a me con le mani aggrappate alle mie spalle, con le gambe incrociate dietro la mia schiena, Giulia che ogni volta che esco da lei si sente smarrita per ritrovare le sue certezze mentre sente scorrere il mio uccello in dentro, in fondo.
Giulia che dopo tiene il suo viso a pochi centimetri da mio e respira il mio respiro, e mi bacia, e ancora. Giulia che mentre la riempo del mio seme imprigionato dalle sue gambe muscolose mi sussurra: «Voglio un figlio da te, la mia padrona me lo ha promesso.»
Ed il mio orgasmo fugge dal controllo fino a svuotarmi del tutto.
Quando riapro gli occhi la guardo felice, non smarrito, non adirato, non spaventato, proprio gaudente.
«Purtroppo non subito, vuole che finisca il liceo prima, ma se avessi saputo che la prendevi così…»
«Avresti disubidito alla tua padrona?»
«No, non lo farei mai, a me piace avere la mia pelle tutta attaccata al corpo, ma gli incidenti capitano.»
«Vedi di non farli capitare fino all’esame di maturità.»
Lei mi guarda raggiante, di nuovo eccitata,i capezzoli già eretti puntano contro il mio petto.
«Adesso mia dolce puttanella devi fare una cosa per me.»
«Qualsiasi cosa mio signore» Mi fa con la sua voce più naturalmente provocante e bassa, raschiante, quella che me lo fa indurire all’istante.
«Girati e passami il lubrificante.»
Lei esegue e già comincia ad accarezzarsi il seno, vogliosa.
Dentro, lentissimamente, fuori ancor più piano, così a lungo senza acuti, senza scatti, per buona metà della notte, fino al sonno che arriva solo quando la carcassa dell’ungulato che è stata la nostra cena smette di pesare sullo stomaco e il mio uccello non diventa un blocco di dolore sordo e compresso.
Ci addormentiamo insieme,lei così minuta abbandonata tra le mie braccia ed io piacevolmente stordito e un po’ disorientato dal dormire con un corpo di donna nel letto che non sia quello di Irene, il MIO corpo di Irene.
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Bugie XLVI
La TV lasciata accesa da una Lize che si annoia mi avverte che nelle discoteche e nei club di Milano si consuma cocaina, che scandalo, quale nefando comportamento di cui ma si è avuto notizia prima, geniale sforzo investigativo da parte delle illuminate forze dell’ordine guidate dall’efficentissima procura della madonnina.
La neve, la colombiana, la boliviana, la bamba, la pallina. Tutti si fanno di quella merda, tutti, dal cancelliere che ha timbrato i sequestri dei locali a quelli dell’impresa delle pulizie che se ne sono tornati a casa trovandoli coi sigilli. Anche Lize tirava di coca, impossibile dimenticarlo, mi lascio sfuggire un «Se intendono chiudere tutti i posti frequentati dai queste merde di rifiuti tossici lasceranno aperti solo i cimiteri e gli asili nido.» Elisabetta e il suo sguardo colpevole, scandalizzata dalla mia volgarità, cerca di scomparire in un angolo. Lize non tira più da tanto ormai, e da quando ha smesso si è svegliata nel paese delle meraviglie, la sua fuga dalla realtà è cominciata quando si è ritrovata improvvisamente sobria e padrona di se stessa per il poco che a lei riesca esserlo. Il primo suo atto senza la neve nella testa: sedurmi. Chi dice che la cocaina dia coraggio non ha la minima idea di cosa sia il fiume di adrenalina causato dall’imporsi un fallimento inevitabile, nessuna sostanza può scuoterti e rovesciarti come un deliberato atto vandalico nei confronti della tua esistenza: perdere deliberatamente quando farà più male.
La madre dei miei figli, che ora non ha il coraggio di guardarmi negli occhi, che crede di non averlo, e si ricorda di «sorella ipodose» mortificandosi. Merita di meglio anche da se stessa, stima, orgoglio per la vita che si è ripresa, la fierezza che non le è mai appartenuta. Mi avvicino a lei fino a distanza di respiro, non alza lo sguardo, le poso due dita sotto la punta del mento e premo appena in alto, con la testa mi asseconda, la fisso sempre più da vicino lei e i suoi lineamenti eleganti, la mia lingua si perde nella sua bocca, le mie mani sui suoi seni lievitati, il suo ventre sporgente che contiene mio figlio tocca il mio. Le prendo la mano e la guido in camera, ci spogliamo con foga come adolescenti, comincio a baciarla, ad accarezzarla ovunque, capisce che non desidero da lei nessuna iniziativa, si abbandona. Lize non sarà mai la più brava bambina di papà, non c’è tagliata, lei è la mia sorelina minore da guidare nel mondo, da accogliere e proteggere nel buio della notte, nella solitudine della famiglia di cui sia figli entrambi. Lize è il corpo perfetto che mi strofino addosso a consumarlo, dentro e fuori, due occhi grandi e illuminati, morbide labbra rosa appena dischiuse. La gravidanza l’appesantisce, rovina la sua linea perfetta e le gonfia i seni di gravità, è meno bella ai miei occhi ma se distolgo lo sguardo dalla sua pelle e mi limito al viso che ho davanti tra le mani, che accarezzo con passione, dio se la trovo radiosa.
Una bambina, dopo che abbiamo fatto l’amore due volte, mi ritrovo con la testa di una bambina di dieci anni che mi pianta il mento sullo sterno e mi guarda curiosa, beffarda, Giulia non mi è mai sembrata così giovane, Pescerosso invece ha questa carica infantile nel momento in cui il desiderio è appagato e si bea dellos tarsene a letto col suo fratellone.
Mi fa sentire strano, peccaminoso.
Ire che sta leggendo da dietro la mia spalla sussurra : «Non peccaminoso, la parola che stai cercando è disgustoso.»
Io: «Dici?»
Ire: «Assolutamente. Disgustoso come uno che si scopa la sorellina e la mette in cinta, anzi tutte e due le sorelline.»
Io preoccupato: «C’è qualcosa di Giulia che non so?»
Ire: «Tranquillo, il tutte e due è riferito al tuo uccello che fa dentro e fuori, non all’erede che sta dentro e basta.»
Io: «Trovi che il tuo uomo sia disgustoso?»
Ire: «Irresistibilmente disgustoso. E adesso vieni di là che Labbra ed io vorremmo vedere se ci sono modi più originali che fotterti tua sorella Elisabetta per renderti tale.»
Sinceramente con i suoi capezzoli eretti piantati dietro la schiena e la sua voce calda e sussurrante nell’orecchio mi aveva già convinto, ci ha aggiunto una buona porzione di lingua a spasso dietro il collo che mi ha provocato una erezione istantanea quindi io vado di la a scoprire come vogliono macchiare la mia anima immortale quelle due infide insaziabili puttanelle.
Premo pubblica e chiudo lo schermo.
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Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.




