Archive for the ‘Sociophatic Bastard’ Category
Porcherie e poeticherie
Tranquillo, l’unico motivo che mi viene in mente per il buttarti giù dal mio letto è la voglia di scoparti sul pavimento.
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Su quanto esposto da Tatiana nel commento al post precedente posso con certezza dire che le fotografie non sono poi questo gran ché e io vivo solo ed esclusivamente per le porcherie come può testimoniare il contenuto del mio frigo e della mia civile abitazione tutta.
Pompini a Pompei
In attesa dei miei grigliatissimi panini, meritato pasto meridiano, ho avuto il sublime piacere di gustare uno dei ben composti servizi di Studio Aperto: i quindicenni che bevono.
Roba da non crederci, i quindicenni attaccati alla bottiglia, in quale paese mai si e’ presentata cosi’ diffusamente la minaccia alcolica alla vigorosissima gioventu’! Orrore! ALLARME SOCIALE!!!
I quindicenni bevono, si fanno delle canne miserevoli, qualcuno si fa pure di roba sintetica se riesce a procurarsela, e scopano molto meno di quello che vorrebbero. Sono quindicenni, e voi evidentemente non lo siete mai stati perche’ la vostra specie si riproduce per cariocinesi come i batteri.
I giornalisti hanno perso qualsiasi senso della realta’. A confronto di questa merda i lanci della televisione propagandistica federale in “Fanteria dello Spazio” di Verhoven sembrano roba da strenua difesa della liberta’ di raccontare i fatti.
“Would You like to know more?“
Racconti erotici
Durante la pausa pranzo, quando non ho qualcosa di particolare da studiare o da approfondire e le manutenzioni non richiedono il mio tempo, giro un po’ per la rete tra ‘blog e siti che raccolgono racconti ed altre opere di chi con le parole ci gioca o ci si accarezza piuttosto che guadagnarcisi da vivere. Mentre per i blog sono generalista per la scelta dei racconti mi tengo fedele alla scelta del filone letteratura erotica, e quello che piu’ mi colpisce e’ il ripersi continuo degli stessi schemi da porno commerciale. Chi scrive dovrebbe essere di per suo qualcuno spinto da intento creativo, motivato dal proporre un contenuto originale, in particola modo in un ambiente come quello della scrittura erotica che in italia porta allo pseudonimo per pura necessita’ di sopravvivenza. Eppure, tranne alcune perle da cui ogni tanto capita di essere colpiti come lanciate da una fionda, le situazioni sono sempre le solite stereotipate, persino le descrizioni rispondono ad uno schema tipicamente poliziesco fatto di numeri e misura delle tette.
Mai che uno si imbattesse in
Stefania aveva degli occhi profondi, le sue labbra erano nate in inverno.
Non mi sembra di chiedere qualcosa di folle, e ci si mettono pure le donne a scrivere di quanto sono alti i loro personaggi al centimetro, di quanto pesano, il colore dei capelli, le tette sode, il culo a pera, muscoloso ma non palestrato, e sempre la lunghezza e sezione esatta dell’uccello con divagazioni sulla forma.
Non sono una ipocrita perbenista, credo profondamente che le dimensioni del suo cazzo contino, io ne ho conosciuti di due tipi: troppo piccoli e troppo grossi. Dei primi lascio scrivere agli autori di satira perche’ nella vita e nella fantasia e’ sui secondi che bramo dilungarmi.
Dai, non ci vuole tanto, giuro che non ci vuole tanto.
Il contenuto generato dagli utenti che costituisce internet e perl’appunto generato dalle persone comuni che si siedono davanti a una tastiera. E le persone comuni, purtroppo, non hanno un cazzo da raccontare se non di centimetri, misure di reggiseno, marche di auto.
Come Moccia, che di suo deve morire.
Il silenzio
Il silenzio e’ un virus che mi fa tornare a scrivere. Il silenzio mio, la deliberata decisione di non ammorbare l’universomondo con dati ed analisi, consigli e procedure, proveniente dalla mia bocca. E nel lavoro delle mani, dai si e dei no brevi, delle quattro parole pratiche misurate, ritrovo il filo delle storie e dei pensieri.
Stamattina era una scena de L’AMANTE a girarmi in testa, ancora e ancora:
“dimmi che l’hai fatto per i soldi, perche’ sono ricco. Devi dirmi -Io l’ho fatto per i soldi, per i tuoi soldi, sono venuta a letto con te soltanto per i soldi.”
E lei ripete quello che lui le ha detto di dire, che lui ha bisogno di sentire, che gli permettera’ di sopportare la fine di tutto questo. La cacciata dal paradiso.
“puttana.”
E lui la ama ancora di piu’, e lei lo ama di un sentimento che non ha nome per una ragazzina francese, bianca, povera e beneducata.
Ed io capisco tutto questo con una profondita’ e un dettaglio che non riuscireste neanche a immaginare. E lo capisco perche’ e’ una scena di un teatro, la pagina di un libro, perche’ e’ un frammento della vita di quella donna immensa di nome Marguerite Duras e lei lo ha filtrato per me, rivisto, rivissuto.
Saigon.
Se fossi stato li quel pomeriggio, in quella stanza, non avrei sentito nulla di tutto questo, non avrei provato nulla di tutto questo. Avrei pensato che erano solo due che cercavano una scusa per finirla, visto che la situazione si faceva troppo complicata.
Ed invece da solo, qui, nel silenzio, con lo sguardo della memoria, capisco tutto. Sento ogni piega del tremore della pelle di lei, ogni incertezza nello sguardo di lui, la sensazione di inevitabilita’ che incombe e opprime l’aria umida della penombra, le persiane chiuse sul fluire della citta’. La sensazione precisa dell’ultima volta.
E penso a una donna di cui ho conosciuto solo la voce, penso ad un’altra inevitabilita’, e ci penso spesso. La ricordo che piange, troppe volte, troppo sola, ricordo il peso delle mie braccia vuote, delle labbra asciutte e fredde. E trattengo il respiro come faceva lei, con quel nodo dentro, e la vita che e’ andata avanti.
Senza neanche un’ultima volta.
Come tante altre volte.
“cristo fa, che lei non sia qua..”
C’he’ anche un gennaker che fruscia fuori dalla finestra, lo ascolto nella sua musica come mille altre volte.
E’ bagnato, e bagnato è fragile, e pensavo in macchiana mentre tornavo dal porto proprio alla fragilità. La debolezza, la fagilità, il dono che facciamo alle persione che più vogliamo vicine, e’ troppo spesso un lascito visto infelicemente.
Tanto tempo fa Flavia trovò divertente, senza malizia, che io mi imbarazzassi davanti ad una donna poco meno che sconosciuta che si cambiava la maglia a meno di un metro da me, lo prese come un imbarazzo da nudità femminile e per questo ne sorrise. Non lo era, perchè da troppo tempo il semplice casuale nudo di una donna non mi causa particolari reazioni che non siano un piacere estetico, ma a mettermi in imbarazzo in quel momento fu il mostrare naturale e improvviso da parte di quella donna della sua fragilità, della sua menomazione. E mi mise in un imbarazzo enorme quel vincolo di intimità implicito che si forma tra chi mostra la propria fragilità e chi ne viene fatto parte, un vincolo d’onore ed empatia che probabilme nessuna delle due presenti prendeva minimamente in considerazione.
Come tante altre volte.
Ne ho conosciute nella mia vita di persone spezzate dentro, essere umani con una ferita profonda, una deformità interiore da tenere sempre nascosta a tutti, tante fragilità di cui porto il ricordo, la comprensione e l’intima vicinanza che una volta si chiamava compassione prima che una religione organizzata della domenica la facesse diventare una parolaccia da chiamare virtù.
A fare di me l’andicappato sociale che sono non è tanto l’incapacità di carpire i segnali di comunicazione non verbale degli altri esseri umani, ma la necessità di analizzare il tutto in maniera razionale invece che istintiva, e l’usare la memoria perfettamente dettagliata di cui sono dotato per sviscerare un interazione umana solo a posteriori. Trovo l’interazione non verbale, e non parlo dei gesti di affetto ma del detto e non detto, una cosa estremamente vigliacca ed abusata da persone che non hanno il coraggio di verbalizzare i propri desideri e le proprie pulsioni in maniera inequivocabile. Chi sceglie gli ammiccamenti sceglie l’equivoco, si lascia sempre la ritirata spalancata, ed una persona come me evita come la peste dati dubbi come un sorriso o uno sguardo.
“Nell’età adulta una persona con … può trovare difficoltà a distinguere tra il sorriso d’una cameriera che sta aspettando l’ordinazione al suo tavolo e quello della donna al tavolo davanti ch’è interessata a lui. Potrà cavarsela chiedendo una tazzina di caffè alla cameriera e ignorare la donna al tavolo davanti.”
Per quanto la citazione qui sopra sia un mio perfetto ritratto c’è il fatto, e non la teoria, che non mi sento un handicappato nel distinguere i due sorrisi mentre mi ci sentirei se non riuscissi a comprendere il dolore e il dono della vulnerabilità che mi viene fatto attraverso le parole nel loro significato profondo, e non certo nel tono o nell’occasione.
Se mi guardo indietro vedo una quantità infinita di liti con le donne che ho amato nate tutte da questioni circa il tono con cui dico le cose, o dal fatto che io sono uno che non capisce proprio (le cose non dette ma infilate in parentesi mentali fatte di sopracciglia, sbuffi e sospiri.)
Si, io non capisco proprio, é un fatto, punto. E’ al di la delle mie capacità.
Io non l’ho proprio mai capito e dubito che lo capirò mai.
Generalmente mi viene il dubbio che una donna sia interessata a me quando me la trovo addosso nuda nel letto, e ci metto almeno una decina di minuti, non sto scherzando.
Ho passato due anni di università a dare ripetizioni a colleghe, nelle loro solitarie stanze di studentesse col riscaldamento troppo alto, su materie che conoscevano meglio di me… creature pusillanimi.
Beh si, non le capisco le vostre facce scure, i vostri sorrisi, il vostro (per me imprevedibile) sbottare.
Non lo capisco e finisce sempre che vi guardo come gli animali allo zoo quando succede, mentre ne resto ferito.
Perchè ne resto ferito.
e quindi fanculo
e vado ad ammainare il gennaker che sarà asciutto.
Con lo spi bagnato ad asciugare
me ne sto solo di qua, con in salone un gennaker bagnato che si asciuga lentamente.
Bianco sporco, tanti tagli, tante toppe e pezzi di nastro che lo tengono insieme. Strappi che si ripetono sugli stessi ferzi.
Mi assomiglia.
Bianco sporco, e faccio fatica a volare.
Troppe pezze su troppi sbraghi, e mi scopro nella notte a non aver più voglia di innamorami.
Perché non è che non credo più nell’amore sia chiaro,
e che non ne ho
proprio
più nessun
desiderio.
Solitamente
Prendo spunto da uno dei rari commenti.
Il problema e’ “di solito”, ed e’ una calamita’ della specie.
I ponteggi che vengono giu’ con il vento forte lo fanno perche’ non sono stati messi in sicurezza con appositi e adeguati fissaggi che sarebbero obbligatori ma “di solito” non sono indispensabili perche’ “di solito” non succede niente.
La gente passa sotto ai ponteggi o nelle immediate vicinanze anche in condizioni meteo avverse e perche’ “di solito” non succede niente anche se il ponteggio in questione da segni di pompaggio.
Le strutture precarie vengono montata come si fa “di solito” senza alcuna progettualita’ o supervisione da parte di personale in grado di calcolare sforzi, momenti, sollecitazioni, possibilita’ di risonanza perche’ gli ingegneri civili servono solo a firmare cartacce negli uffici e a fare Managerzzzz.
E un’intera citta’ funziona cosi’ in ogni settore perche’ “di solito” va tutto come “al solito” e non si vede come possa essere altrimenti.
Beh nel momento in cui si esce dal “solito” succedono dei casini maestosi e qualcuno tra i tranquilli abitudinari militanti del “solito” ci rimette.
E basta un po’ di vento, non serve mica la fine del calendario maya del cazzo.
Il colosseo e’ ancora li perche’ chi l’ha costruito non l’ha fatto come si fa “di solito” e ha creato qualcosa di robusto, razionale e bello.
La conformita’ annoiata e pigra all’esistente no, non crea niente di valido se non come consumabile a breve.
Le vostre vite sono consumabili a breve, fate parte di questa societa’ come ne faccio parte io, e morirete perche’ qualcosa non era come “al solito”. E va tutto bene cosi’, come “al solito”.
La capitale
C’e’ che la vostra cazzo di citta’ non regge neanche quarantacinque nodi.
Incapaci.




