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Nulla di personale
Tre giorni a casa di filato, quasi quattro, non mi capitava da un tempo infinito, roba che pensavo avrei dovuto prendere perlomeno l’ebola perchè potesse accadere. Settantadue ore, e comunque non sono riuscito a sistemare un cazzo dentro casa mia, sono un caso disperato di disordine e delirio archivistico. Non so se la disoccupazione mi doni, ma svegliarmi alle nove per tre mattine di seguito ha un sapore sublime anche nel meteo più schifoso dell’intero anno rinchiuso nella piccola finestra che dal mio letto guarda il mare. Domani le barche sotto le mani, manovre da riguardare sotto le nuvole che corrono spinte dalla tramontana. Il carico d’acqua fatto respirando affondo, dai polmoni, e l’aria come a sospendere miliardi di microscopiche bolle di sapone che rifrangono il sole.
F era una ragazza dal sorriso dolce che teneva sempre lo sguardo basso che odiava essere fissata, ma con un corpo come il suo non era facile resistere. Presi degli schiaffi da lei per questo, perchè me ne stavo li seduto sulla tuga e la fissavo nella luce della sera, e altri ancora senza neanche accennare una difesa, e poi le mani addosso perchè proprio non volevo smettere. Le mani addosso, in quell’altro modo, le mani a sfilare le maglie di cotone un pezzo alla volta. Dio se era bella, la sua pelle sapeva di sale e di albicocche, i suoi modi sbrigativi e quella voglia di menare le mani per provocare una reazione. Adesso sarà la madre di qualcuno, ed io quella maglia brookfield l’ho lasciata negli stracci tanti tanti anni fa, però la luce che affonda oltre l’orizzonde dopo il maestrale è rimasta la stessa.
E anche io F, anche io, che mi dovresti prendere a schiaffi più volte per farti strappare di dosso i vestiti, e comunque non smetterei di fissarti neanche dopo che ti sei addormentata.
Pompini a Pompei
In attesa dei miei grigliatissimi panini, meritato pasto meridiano, ho avuto il sublime piacere di gustare uno dei ben composti servizi di Studio Aperto: i quindicenni che bevono.
Roba da non crederci, i quindicenni attaccati alla bottiglia, in quale paese mai si e’ presentata cosi’ diffusamente la minaccia alcolica alla vigorosissima gioventu’! Orrore! ALLARME SOCIALE!!!
I quindicenni bevono, si fanno delle canne miserevoli, qualcuno si fa pure di roba sintetica se riesce a procurarsela, e scopano molto meno di quello che vorrebbero. Sono quindicenni, e voi evidentemente non lo siete mai stati perche’ la vostra specie si riproduce per cariocinesi come i batteri.
I giornalisti hanno perso qualsiasi senso della realta’. A confronto di questa merda i lanci della televisione propagandistica federale in “Fanteria dello Spazio” di Verhoven sembrano roba da strenua difesa della liberta’ di raccontare i fatti.
“Would You like to know more?“
quattro milioni di vecchi pixel
Come ogni volta me mi sento misero, che sento il mio solido pesante culo adagarsi al potenziale del pavimento mi attacco alla fotografia come un alcolista si attacca alla bottiglia. Ieri notte ho tirato fuori la mia 1D, macchina fotografica totalmente superata, per vedere se sono ancora capace di dire “fanculo e mi faccio andare bene questa” perche’ se proprio devi scrivere va bene pure un mozzicone di matita, le parole non ne risentono. Cosi’ deve essere la fotografia anche se per un feticista dei giocattoli quale sono richiede violenza contro la propria natura. Ne stavo comprando un’altra, un nuovo corpo digitale strausato e superato che al momento neanche posso permettermi, e la stavo acquisando appunto perche’ mi sentivo di non potermela permettere. Alla fine l’avrei messa li in armadio con le altre, a tener lontana la polvere con un velo sottile di grasso al silicone.
Qui lo scrivo per ricordarmene, per non fare il bambino coglione.
Poiche’ ho i mezzi per stampare e scattare tutto quello che voglio, ho il serbatoio del riscaldamento pieno, una nuova bombola per doccie infinite ed un letto con piu’ coperte del necessario, e il frigo pieno, e il rumore del mare appena apro gli occhi. Perche’ sono ricco anche se mi sento cosi’, senza bottiglia.
Fottuta troia elegante
Ed è assolutamente indubbio che tu sia la solita troia, mi sveglio con la casa invasa dal puzzo del tuo caffè, la serranda alzata, le tue mutandine appese al sessanta macro, un casino d’acqua in bagno e la tua cazzo di tazzina col fondo cementato al centro del tavolo. Te ne sei sicuramente andata prima dell’alba, almeno non mi hai rovinato il sonno, e non hai neanche chiuso bene il cancello, in accappatoio lo vedo sbattere danzando pesante col vento. Sei la solita troia, te ne vai e lasci il segno come se tutto fosse tuo, come se avessi il diritto inalienabile di mandarmi a puttane l’esistenza. Adesso scarico gli scatti e vedo che ne è venuto fuori, a parte il bordello che ho nel letto e le federe da buttare.
Sei proprio una puttana, con la tua agenda fitta e le notti ritagliate, che credi di farmi un favore nel presentarti alla porta a mezzanotte e spicci vestita da sera con la testa leggera per lo chablis e un invidiabile equilibrio sui tacchi, per poi sparire in tempo prima che apra gli occhi di nuovo.
Lavo il tuo schifo di zucchero nero dalla porcellana, la tua caffettiera design del cazzo, e apro la finestra malgrado il freddo per farne sparire l’odore.
Mi servi ma ti odio.
Ti odio.
Torna presto.
Cazzo ci vorrebbe una birra
ci vorrebbe proprio una birra, e magari anche una robusta razione di quel sesso feroce e disperato che facevamo una volta quando tutto andava male.
Ci vorrebbe.
E invece ci sono solo io e l’uomo di Ire, che in due ci scoliamo una bottiglia di cellarius sbattuta in bicchieri di vetro industriale da mille lire la terna.
Quest’estate era meglio.
Malessere e incompiutezza
Sempre piu’ spesso, e con sollievo, chiudo gli occhi e mi infilo nell’universo fatto solo di parole dove c’e’ Ire che aspetta morbida e Labbradilampone si consuma neli esercizi alla sbarra. Fuggo da questa mia solitudine mediocre cementata dalla pigrizia. non ho poi molto da dire su questa mia vita in cui i giorni si assomigliano tutti di delusioni inspessite e temprate dal loro ripetersi. Non e’ grande consolazione il sapere che mi basta poco, perche’ il paramentro di sufficienza e’ una sopravvivenza bestiale ed ottusa.
Sono anni che non produco qualcosa di bello, anni.
L’altra notte ho sognato Nievee, mi sono risvegliato con colpa, meritava di piu’ e con piu’ gioia, con piu’ leggerezza e meno brusche prese di posizione. So che non mi perdonera’ perche’ non perdona mai neanche se stessa. E mi addolora di un dolore che non serve a niente.
E’ la bellezza, la sua assenza nella mia vita, che mi sta spegnendo piano come un incendio di copertoni sotto la pioggia. Di me non resta che fumo, alla fine.
Penso spesso, la sera, alla fuga. L’ultima. (Si Etra, come facevi tu)
E il mare, li fuori, in pace.
Al mare non frega niente.
Bugie XIII
“Carla Bruni e la sua voce triste che riempie l’aria, Ire che la sopporta mentre cucina la cena, ha sposato il suo nano la bella Carla non solo bella. Una indossatrice che ce la fa finisce per creare scandalo, si rifiuta di finire nel cestino della storia a venti-ventidue anni. A cena io Irene e il colonnello, come è strano provare piacere per una cosa del genere, per una cena a casa, per l’estrema complessità dell’intimità domestica fatta di piccolissime sfumature. Stando qui mi rendo conto di quanto il disprezzo che provo per gli esseri di cui sono un derivato genetico mi abbia privato dei semplici piaceri di quella che la maggior parte della popolazione chiama famiglia. Oggi parlo così perchè ho ceduto all’irresistibile impulso di invitare a pranzo mia sorella, ed è stato piacevole. Poco è il tempo trascorso dal mio abbandono del paterno tetto eppure ad Elisabetta è bastato per intuire che qualcosa intorno a lei era cambiato, il suo ingombrante e socialmente spietato fratello non c’era più nei momenti in cui avendo un attacco di lucidità volesse parlare con qualcuno privo di inibizioni nei confronti della verità.
“… perché di brutto nel cercare la verità c’è il fatto che a volte la trovi, oltre ad essere sgradito ai ricevimenti.”
Adesso si direbbe party invece di ricevimento, ma questa frase antica rimane calzante in una borghesia venduta, colonizzata, corrotta e prostituita che poi rimane il mio habitat naturale per scelta e quello di mia sorella per incapacità all’evasione. Lize nella maggior parte del tempo è un pesce rosso incapace di vedere il vetro della boccia, non si rende conto che quei pochi litri in cui nuota non sono tutta l’acqua del pianeta, vive quello che c’è al di fuori del suo microcosmo fatato come se fosse un giro in un parco a tema. Ma quando è debole, quando è ferita, quando perde lo smalto della stronza calzediseta, mi piace mia sorella Lize con i suoi gesti di tenerezza spontanea e quel bisogno di essere rassicurata. Il suo bisogno di affetto sepolto ancora vivo sotto le arti seduttive imparate come un protocollo, e quell’indipendenza fasulla fondata su un atteggiamento dominante. Io che me la ricordo bambini so benissimo cosa c’è sotto, la vedo quella profonda insicurezza, quell’inadeguatezza al pensiero di tutto ciò che c’è fuori del suo acquario di piranha sorridenti, del fatto che esiste una vita senza la rete di sicurezza sotto ed è quella della maggior parte dei nostri concittadini.
Ire ha appena cambiato la lista sullo stereo e si sta vendicando a mezzo “bambole di pezza” che di per se non è una gran brutta vendetta.
E torno a Lize, alle sue spalle appuntite, ai suoi fianchi stretti, alla sua pelle fredda, alla paura instancabile che le genera la sua pochezza. Era una bambina bellissima, la più bella che io abbia mai visto, persino più di Ire, ed era curiosa come un missile antiradar, sempre li a fare domande attaccata ai miei pantaloni, perchè il nostro comune genitore non è che desse molte risposte il poco tempo che passava a casa. No, non è che lei sia intelligente, ho solo detto che era una bambina curiosa che cercava un rapporto coi grandi senza trovarlo ed aveva come unico punto di riferimento un fratello cinico e perverso legato a una ragazzina di cui aveva una paura fottuta. Si perchè Lize è terrorizzata da Irene, ed a un livello così profondo che se mi sente il suo odore addosso va in paranoia e trema. Questo mi lascia indifferente, non ho mai desiderato che avessero alcun tipo di rapporto, mia sorella è in grado forse di reggere le piccole dosi di realtà che le somministro ma esposta a me ed Ire insieme non durerebbe neanche una miccia corta. Allora io stamattina l’ho chiamata, ho prenotato un tavolo al circolo dove tutti sono convinti che io sia il figlio del colonnello e Ire mia sorella al punto che sulla mia tessera c’è il cognome di Irene, e mi sono fatto una lunga doccia stando lontano dal bagnoschiuma e dagli asciugamani della mia amante.
Cazzo, non saper come definire Ire adesso che mi è presa questa cattiva abitudine dello scrivere mi infastidisce oltremodo, perchè se penso a lei è con il suo nome o molto più spesso con il suo corpo, le definizioni sono fatte un tantino da normosociali e non ce n’è una adatta a noi, potrebbe solo essere la mia simbionte ma non lo vedo proprio un appellativo elegante.
Chiusa la parentesi antilinguistica torno a fermare questo pranzo in parole scritte sull’acqua; sotto casa dei miei l’aspettavo con il consueto anticipo di chi trova oltremodo perfido il traffico di Roma, era uno di quei momenti in cui mi sentivo nella elegante posizione della palina incastrata nel flipper, e lei arriva perfetta, vestita da giorno in un panna senza tempo e la sciarpa di seta terra bruciata che le ho regalato a natale di… parecchi natali fa visto che allora aveva quindici anni. Lì per li ho pensato che stesse tramando qualcosa, poi mi sono riavuto prendendo atto che non ha le capacità per tramare alcun tipo di congiura, e ho trovato la cosa non poetica ma… affettuosa ecco, la parola giusta è affettuosa, un gesto di affetto e riconoscenza del dono e del legame che crea. Esco dall’auto e le apro lo sportello mentre sopraggiunge, lei posa la mano sulla mia e mi bacia leggermente sulle labbra, io mi ritrovo a farla accomodare e chiudere con grazia lo sportello avendo le sopracciglia praticamente dietro la nuca. Dire che il gesto mi ha stupito non è superfluo ma abominevolmente riduttivo. Mi siedo e accendo il motore, le do il benvenuto, le si gira verso di me e mi fissa, e si rende conto di aver messo il pilota automatico prima del decollo, anche le sue sopracciglia finiscono oltre l’attaccatura dei suoi splendidi capelli biondi, partiamo. Non si scusa, non ce n’è motivo, elimina l’accaduto col semplice gesto di allacciarsi la cintura, e parliamo di queste feste passate, del mese di dicembre, dei regali, di mamma e di papà, insomma di stronzate mediamente neutre come mi aspettavo. Prima volta per mia sorella al club e rimane colpita, impressionata anche, perchè lei è abituata al lusso nuovo, frequenta un benessere solido ma recente, mentre qui si trova davanti a parecchi secoli di buon gusto che hanno accumulato esperienza e non hanno più niente da dimostrare. La ricchezza antica, in una città come Roma, affonda le radici molto indietro nel tempo, non nei tempi dei nonni ma nella fine del primo impero. Il club è un angolo di città rigidamente chiuso e ben difeso, non posso dire di amarlo ma ne subisco il fascino, è un universo esclusivo che valuta il talento e l’arguzia premiandoli e valorizzandoli con coraggio ma soprattutto con leggerezza. E’ un ambiente informale, dove regna lo scherzo, il riso, la battuta feroce ed anche la discussione accesa, si allenta la cravatta o la si sfila proprio e si accetta con piacere la pacca sulla spalla, dove non si vince ne si perde ma si gioca sempre e comunque. Lize si sente fuori dal suo acquario, vedo la sua faccia da branchie che filtrano acqua nuova, ma non è così fuoriluogo da entrare nella modalità parco a tema, l’accompagno al guardaroba dove lei lascia la giacca, i guanti e quella sciarpa su cui ancora sto rimuginando, ed io mi libero di giacca, portafoglio, chiavi varie e del dannato telefono. Lize sgrana gli occhi quando mi vede consegnare il portafogli, la faccia è tipo: acqua ancora più nuova, decisamente no piccola borghesia, quasi minerale frizzante. Il mio adorabile pesciolino rosso me lo porto a prendere un aperitivo nella sala piccola, è ancora un po’ presto per il pranzo e mi va di sedermi su un divano con questa sorella che negli ultimi tre anni ho dato sempre per scontata, come la pioggia. Beve piano il prosecco, a piccoli sorsi, sa che non regge l’alcool e vuole una scusa per dire quello che ha da dire, senza prendersi la responsabilità di averlo fatto.
-”Mi manchi. Sono sempre triste. Adesso ho smesso con le medicine e sto cercando di smettere pure il resto. Mi sento tanto sola.”
No, non mi aspettavo nulla del genere, è una bambina di dodici anni che piange perchè si sente sola, perchè il mondo è tutto sbagliato, perchè nessuno la vuole. E’ la bambina di dodici anni per cui scostavo l’orlo delle coperte e allargavo le braccia per consolarla e coccolarla fino a quando non si addormentava nel letto sbagliato, e i miei non se ne accorgevano neanche. Ed io non so che dire, che lei il dono della sintesi lo usa solo quando devi tirare fuori un periodo di quelli letali come quello qui sopra, e allora me la porto a sedere di traverso sulle ginocchia e l’abbraccio, e lei porta la testa sulla spalla e si nasconde dietro i capelli lunghi, sento il colletto della mia camicia bagnarsi di lacrime e rimmell, qui nessuno farà domande ma Ire, a lei devo una spiegazione già da ora.
-”Lo so, non te l’ho mai detto, ma tornavo a casa e c’eri tu, se tutto andava male almeno c’eri tu. Anche se sparivi per qualche notte ero sicura che saresti tornato, che ti avrei incrociato la mattina in cucina, che se tornavo a pezzi qualcuno si sarebbe affacciato dalla porta della stanza.”
-”E il tuo ragazzo?”
-”Lui, lui non capisce, e poi non parliamo di queste cose, non lo voglio vedere quando sto così, non lo voglio intorno, e lui non mi cerca.”
-”Tu non lo ami, e lui non ama te.”
-”Pensi che sia così? Davvero?”
Oddio, le voglio bene, me la ricordo bambina, avercela sulle gambe che mi respirava sul collo mi ha fatto venire un’erezione, ma mia sorella è davvero stupida come un amplificatore a valvole sovietico. Non ci sono speranze.
-”Senti, tu mi conosci, io sono la persona meno attendibile circa le faccende di cuore di tutta la civiltà occidentale, ma se questo è amore allora è ben poca cosa rispetto ad una forma solida di amicizia.”
-”Dovrei lasciarlo?”
-”Credo che per il bene dell’umanità dovresti sterilizzarlo quel viscido. Comunque lo puoi sapere solo tu se ti fa bene o no stare con lui. Da quello che mi dici non è una persona a cui senti di poterti appoggiare, ne ti da alcuna sicurezza emotiva, magari ti da altro.”
-”Altro?”
A questo punto la bacio su una guancia e la abbraccio, perchè quando la stupidità dilaga nel candore io mi sento fuoriluogo come una ciliegia in un martini.
-”Il sesso Liz, IL SESSO.”
-”Che c’entra il sesso, stiamo insieme e facciamo l’amore quando ci va, come tutti, ma non è che penso a quello se penso a stare o non stare con lui.”
Oddio, ho bisogno di una vodka liscia ghiacciata doppia, possibilmente endovena. Come sospettavo mia sorella scopa per dovere, passione zero. Ovvero mia sorella non ha mai avuto a che fare coi demoni della carne e della lussuria. Oddio mia sorella è vergine, non tecnicamente sia chiaro, la verginità l’ha persa a quindici anni e ho saputo tutto nei particolari da lei un paio di giorni dopo, ma una che parla così non sa cosa sia il DESIDERIO.
-”Hai mai avuto un orgasmo con lui?“ Anche io se voglio ho il dono della sintesi.
-”Una volta, mentre lo facevamo nella mia stanza, casa doveva essere vuota e invece ti ho sentito rientrare, ero brilla, eravamo al buio, ti sentivo parlare al cellulare in coridoioi che facevi avanti e indietro. Ero tesa e sono esplosa.”
-”Io non ricordo nulla, ne gemiti ne esplosioni, sarò stato distratto.”
-”Sarai tornato a casa dopo esserti fatto qualche ragazzina.”
“Risposta acida e pungente pronta, tubo quattro allagato signore.” E invece no, non la voglio silurare questa sorella mia che mi parla di se e dei suoi problemi. Che vuole smettere di fuggire nelle pillole, nella polvere, nel ragazzo giusto che non ama e non desidera.
-”Probabile. E forse mi ero anche discretamente divertito.”
-”Anche io che credi.”
-”Con tuo fratello che faceva avanti e indietro in coridoio?”
-”Si, mi vergogno, ma mi ha eccitato sapere che c’eri tu che mi potevi sentire.”
Stavolta la ragazza mi stupisce, non sarà geniale ma anche lei ha le sue sorprese nascoste.
-”E cos’altro ti eccita?”
Lei diventa rossa e sta per parlare quando le poso un dito sulla bocca e le dico che è ora di sederci a tavola per il pranzo, nel club ci sono quattro sale piccole, una grande, la terrazza e una piccolissima. Avevo prenotato per la grande ma appena mi vede la direttrice di sala mi “ricorda” che se desidero cambiare idea ha fatto apparecchiare anche il tavolo in una delle sale piccole, la sala tattica così chiamata per via delle mappe che ricoprono le pareti, sperando di fare cosa gradita. Accetto immediatamente il consiglio ringraziandola, lei mi sorride pensando di avermi per una volta scoperto con la mia ragazza. Chissà come la prenderebbe se sapesse che quella che crede mia sorella è la mia donna e mi possiede almeno tutte le sere e invece colei che immagina come mia fidanzata è in vero mia congiunta. Spero di non dileguare mai questo dubbio, perchè mi diverte incastrarmi con i suoi congiuntivi.
Ordino per entrambi senza dare a Lize alcuna voce in capitolo, questo è un piccolo mondo antico e splendidamente maschilista, poi riprendo la parola con lei.
-”Adesso rispondi alla mia domanda. Cos’altro ti eccita?”
-”I video di te e Irene.”
Qui sgrano gli occhi sul serio, i video di me e Irene? Come li ha trovati? Cazzo ecco chi ha preso il disco estraibile tre anni fa, da quel momento in poi ho sempre blindato tutto di cifratura. Adesso devo rimanere freddo e vedere dove si arriva, credo di intuire cosa ci sia tra mia sorella Lize e Ire, e comincio a trovarmi un filo in mezzo tra tutte queste sorelle e sorellastre.
-”Poi?”
-”E poi il vederti girare per casa stropicciato, pantaloni e camicia, quando rientravi dalle tue scopate in giro.”
Scopate ha un suono strano nella sua bocca, un suono piatto di parola incompresa.
-”Lo so che c’è dell’altro, e che lo stai tenendo indietro.”
-”Beh, soprattutto, pensare a quando mi infilavo nel tuo letto e mi stringevi e mi ti schiacciavo addosso. Soprattutto le ultime volte quando ti addormentavi e mi contenevi il seno con la mano.”
E’ una cosa che ho sempre fatto con Ire, è il nostro modo di dormire da quando le è cominciato a crescere il seno. Che lo facessi con mia sorella non lo sapevo, non me ne ero mai accorto, ma dormendo più spesso con Ire che con lei non lo trovo ne strano ne improbabile.
-”Ti eccitavi a infilarti nel mio letto?”
-”Si, sempre, da quando ero piccola, era una cosa che non si doveva fare, e poi mi faceva sentire voluta e protetta. Poi crescendo sai, tu eri forte eri strano eri una specie di alieno, tutti avevano paura di te a scuola, e papà e mamma avevano timore di te a casa e ti giravano allargo, tu e Lei eravate una specie a parte, come due divinità cadute e maledette. Avevate addosso quell’odore di incolmabile diversità. Sai quando si dice “gli altri” per indicare il resto del mondo, beh a scuola si diceva L’ALTRO per indicare te e L’ALTRA per indicare Irene.”
-”Perchè a un certo punto hai smesso con le tue incursioni notturne allora, se ti eccitavano tanto?”
-”Perché Irene ha detto che mi avrebbe ucciso, e che sarebbe sembrato a tutti un incidente, o magari un suicidio per amore di una adolescente non troppo brillante e influenzabile. Se mi fossi infilata un altra volta di notte nel tuo letto sarebbe stata l’ultima, così mi ha detto. Io le ho creduto.” lo dice con un sussurro, tutto d’un fiato.
E le credo anche io, perché ci vedo benissimo Ire dietro a delle frasi del genere, ci vedo benissimo una Ire che non può dividere tutto il tempo con me e che vede una ragazzina che invece può infilarsi a piacimento sotto le mie coperte. Oh lo avrei fatto anche io sia chiaro, perchè amanti che vanno e vengono passino pure, ma un ragazzo che vive nella sua casa e le si infila sotto le coperte subdolamente, che è suo fratello, io gli avrei rimboccato la lapide.
-”E dopo cosa hai fatto?”
-”Sono stata lontana da te e dall’ALTRA quanto possibile, mi sono fatta una vita mia bene o male. Da persona normale. A una certa età i desideri di questo tipo dovrebbero passare, soprattutto se scopri che alla fine i ragazzi sono tutti uguali.”
-”Davvero?” lo dico col tono piu’ sarcarsticamente stupito possibile.
-”No. Mi masturbo sui video di te e lei, anche se li ho visti tante volte vado a fuoco in un attimo.”
Quasi mi strozzo con le mie penne, l’idea di mia sorella che si masturba guardando un video di me ed Irene nella sua camera da principessina bene mi appare perversa oltremisura. Non è una cima la ragazza, lo so, ma hai dei lati interessanti che mai ho immaginato neanche quando ero io a fantasticare su di lei. E l’ho fatto.
-”Provi desiderio nei miei confronti?”
Diventa genuinamente rosso scuro, un peperone con il mascara sciolto, e non so come faccia visto che un attimo fa dava dettagli sulle sue fantasie masturbatorie tra un boccone e un altro in scioltezza.
-”Si, ti desidero, come ho desiderato fossi tu il primo quando avevo tredici anni e ho aspettato un altro anno dopo l’ultimatum dell’ALTRA. Ti voglio ancora. Ed ho paura di lei, ancora.”
-”Fai bene ad aver paura di lei. Tu commetteresti un incesto con tuo fratello?”
-”Con mio fratello, che mi ha fatto da padre, da amico, e che mi faceva giocare quando ero bambina, e mi metteva i cerotti, e mi consolava quando piangevo, e mi faceva il regalo più bello tutti i natali. Si.”
-”E non pensi alle conseguenze? Alla gente? A mamma e papà se lo venissero a sapere?”
-”Quali conseguenze, tanto sarei morta. E come hai sempre detto tu “ai morti non importa nulla”.”
La logica è stringente, oddio prende la minaccia di Ire come una legge della fisica, ma non si può dire che ha torto, messa come la mette lei l’unica conseguenza è la morte.
-”Come hai trovato il coraggio di dirmi tutto questo? Hai tirato su la polvere stamattina?”
-”Avrei voluto, pensavo mi sarebbe servita per provare a toccarti, ma non l’ho fatto perchè so che mi avresti disprezzata. “sorella Ipodose””
-”Che è questa storia di Sorella Ipodose?”
Oddio sto sudando freddo, cazzo la storia di zia giulia, no non può sapere tutto. Non ci credo.
-”Ho letto quel file, era sul tuo computer quando sei tornato a sistemare internet che non andava, avevi lasciato lo schermo sbloccato mente telefonavi a LEI.”
Mi sento meglio, ha letto solo una vecchia bozza, tutto ok.
-”E ti ci sei vista dentro?”
-”Fratello, vaffanculo, lo so che sono una mediocre, lo capisco benissimo anche da sola tanto e’ evidente, ma sentirsi etichettare come una tossica stupida come un….. uno stereo russo o qualcosa del genere. Mi ha fatto male. Ti ho odiato sai, stronzo. Ma poi te ne sei andato, e non ti trovavo più la mattina in cucina che mi versavi il caffè e mi sorridevi mentre ero intontita dalle pillole…”
Come un fiume in piena non si ferma più.
-”E io ne prendevo altre, e altre ancora e quando te ne sei andato sempre di più, pillole per dormire e per non stare male e coca per svegliarmi e divertirmi. Pillole e coca, pillole e coca, e il mio ragazzo me la stendeva volentieri la neve perchè sapeva che dopo ero su di giri, perchè dopo gliela avrei data, come si dice qui a Roma.”
-”E adesso hai smesso così di botto? Non ci credo.”
-”Hai presente la doppia settimana bianca prima di natale, non ero a sciare a Gstad, ero in clinica a Losanna a disintossicarmi con non so quali veleni che gocciolavano dalle flebo, ha pagato tutto il nonno. Ha detto che era felice di mandarmi in svizzera per questo e non per un aborto, e sembrava felice davvero. E’ sempre stato strano il nonno.”
E non sai quanto, ma non te lo posso proprio dire.
-”Tentazione di ricominciare?”
-”A volte, ma la sento la differenza, e anche se sto male come un cane e mi sento triste è meglio che non sentire niente. Quando avevo quella roba dentro non mi fregava niente neanche di te, anzi ti odiavo, mi facevi solo rabbia.”
-”Cosa farai adesso?”
-”Non lo so, stavolta davvero non lo so. Non sono una che sa sempre cosa fare come te, una che cade sempre in piedi. Io cado e basta.”
Le stringo la mano e rimango in silenzio.
Ho una questione in sospeso con mia zia Giulia a questo punto, e qualcosa da discutere con Ire.
E con questo animo me ne sto qui a scrivere per poterlo fare leggere a lei dopo cena. All’ALTRA.
Mi piace questo modo di chiamarla, ma non so se a lei sarà gradito.
La mia puttana assassina, la mia donna,
l’altro battente della porta dell’inferno.
Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.




