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Archive for October, 2005

A causa di motivi non dipendenti dalla nostra…

A causa di motivi non dipendenti dalla nostra volontà…
Insomma non trovo un soggetto interessante che voglia posare per me, e per soggetto intendo una donna o anche, disagraziatamente, una ragazza.
Che devo fare?
Mi consolo con una mousse.

La lettera di Marcel

Me ne accendo una e subito dopo tossisco che mi viene da sputare l’anima, il tuo vizio maledetto vecchio, e allora ripenso a te. Avevo diciassette anni e sfilavo i tacchi da sotto le gomme del tuo bimotore da corsa, che poi così lo chiamavi solo tu. Il P38 da cui avevi fatto togliere le mitragliere e le munizioni, perché tu non volavi armato, ‘ché sognavi una terra di uomini e mai avresti sparato ad un altro pilota per quanto fosse nel torto. “L’aereo migliore che abbia mai avuto, e non mi è costato nemmeno un franco.” Dicevi ogni volta che mettevi un piede sulla scaletta. A terra ti fumavi una sigaretta dietro l’altra e solo tu sapevi come facessi a procurartele durante la guerra, girava voce tra di noi che il peso in meno ti servisse per il contrabbando. Ricognitore e portamessaggi, che non ti chiedessero di fare altro, ogni volta che qualcuno era disperso eri il primo ad alzarti in volo e a rifare la rotta. Un navigatore come non se ne erano mai visti nell’aviazione francese, tu amavi davvero volare. Partivi sempre con i serbatoi supplementari pieni e mai una volta che fossi tornato avendoli sganciati. Quando ti chiesi a cena il perché di tutta quella benzina tu mi rispondesti saggio:”Ragazzino, quello è un bimotore, il che significa che consuma il doppio.” Le tue missioni erano sempre solitarie, la tua autonomia era la più lunga, il tuo aereo il più veloce e quello con la manutenzione migliore, che non ti dispiaceva per niente sporcarti le mani di grasso. Quanto peso avevi risparmiato scaricando i giocattoli da cowboy? Un terzo mi dicesti, un terzo del peso a vuoto. Avremmo dovuto fare di meglio, magari limare un poco quei rivetti che spuntavano dalla fusoliera, o mettere a punto i motori con più cura, o levarti quell’altra ottantina di chili degli attacchi per le bombe come volevi tu. Avremmo dovuto farlo, perché una mattina non sei tornato e la squadriglia ti ha cercato per quattro giorni: nulla. Poche settimane alla fine della guerra, un paio ad essere precisi, e poi sarebbe stato dichiarato chiuso il conflitto qui nel mediterraneo. Non mi hai mai potuto offrire una sigaretta, dicevi che ero troppo giovane: “Marcel, prima trovati una ragazza… una bella ragazza e poi io ti offrirò una sigaretta delle mie.” Se non ti avesse preso il destino lo avrebbero fatto quel tuo maledetto vizio, come sta facendo con me. Chissà che ti è successo, non credo sia stata la caccia tedesca, forse una partita di benzina del cavolo, in guerra non si bada troppo ai dettagli. Magari ti hanno messo un po’ di 70 ottani nei serbatoi ausiliari e i motori sono partiti, oppure ti sei scordato di fare gli spurghi e ti si sono gelati i condotti… Nessuno lo saprà mai, il lighting più veloce del mediterraneo nessuno lo ha più trovato. Sono a Nizza da un po’ lo sai? Mi ci sono fermato perché la ragazza l’ho trovata, racconto di te ai miei nipoti, leggo loro le tue favole, mi sono anche tenuto il tuo giaccone di riserva: si quello canadese di pelle marrone che mi avevi prestato. Si è un po’ scolorita ma si legge ancora la tua grafia all’interno, nello spazio riservato ai dati del pilota. Ti mando questa lettera dopo tanto tempo con un motivo, i medici mi hanno detto che non mi rimane che qualche mese, visto che sei tu il navigatore migliore della squadriglia me la tracceresti una rotta da qui all’eternità? Ora ti saluto vecchio, che la cena è pronta e la donna non è molto paziente. Sai, non l’ho mai mandato giù il fatto che alla fine non ho imparato da te a pilotare un aereo. Preparati le lezioni, quando vengo da te voglio che mi insegni tutto sui bimotori scorbutici a doppia coda.
…e smettila di fumare vecchio, questa roba ti ammazzerà.

il tuo fedele Marcel

Compiti per le vacanze


Ancora si danno i compiti per le vacanze.
Quale posto migliore per farli che una libreria?

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Oh, come sono trendy
Oh, come sono fashion

Luci metalliche

Nuove tendenze nel ritratto.
La luce invernale ispira visioni taglienti, bianconeri intensi e cupi, la ricerca dei dettagli definiti. La visione grandangolare meglio si addice a spazi angusti dove la pioggia rinchiude e da cui non sembra possibile trovare via di uscita. Per una volta metterò persino i dati di scatto, ma non vi abituate male.

Canon EOS 20D; 28/10/2005 18.11.14; AE programma;TV 1/15; AV 4.0; Modalità di misurazione della luce Misurazione di valutazione; Compensazione esposizione 0; Velocità ISO800; Obiettivo 17.0 – 40.0 mm; Lunghezza focale 17.0 mm; Qualità immagine RAW; Flash Off; Bilanciamento del bianco Auto; Modalità AF AF One-Shot; Dimensione file 7945 KB; Modalità di funzionamento Scatto a fotogramma singolo; Nome proprietario Carlo Pulcini; N. corpo fotocamera 0530311XXX

Il secondo principio non lo puoi battere

Il giardino d’inverno era freddo in novembre, malgrado il sole che sbatteva sul marmo bianco in lastroni. Mi caricavo la pipa nella pausa delle undici, seduto su una delle panchine di pietra dove di solito si gioca a scacchi nel pomeriggio. Dentro era vietato fumare da molto prima della legge scritta in stile “cani di dio”. Odore di tabacco trinciato di ottima qualità misto a quello delle foglie bagnate degli alberi. L’edificio era in mattoni rossi, tirato su negli anni trenta a beneficio di Pontecorvo, Amaldi e Marconi e di quella che era una scienza molto forte in Italia all’epoca e che adesso è ridotta a elemosinare. Affianco all’entrata, incastrata nei mattoncini, la scritta a grandi caratteri di travertino non lasciava dubbi su cosa contenesse l’edificio. I professori ci chiamavano colleghi, si fermavano a parlare con noi nei corridoi, a scherzare con l’umorismo iniziato delle scienze sperimentali. La mia non era l’unica pipa ad accendersi, a guardarci con gli occhi dei passanti di lettere o di giurisprudenza non saremmo sembrati diversi da quella foto appesa all’ingresso: ritratto di quando la facoltà era in tutt’altro posto e i grandi vecchi, allora giovani di talento, posavano insieme tra giacche consumate e maglioni sformati. Mattoncini rossi, scacchiere da chiedere in portineria e sempre a disposizione di tutti, conversazione interessante, esami duri e a volte durissimi. Libri da consumare più che da studiare. Il mio primo anno al Marconi lo ricordo bene e ne ho quasi nostalgia. Mi sentivo stupido, ed era una gran cosa.

Quadrati


Modella: Carlotta

continuo a cercare modelle

Vi ricordate di Sarajevo?

Primi anni novanta, da Aviano e Gioia del Colle spedivamo doni al di la del mare, Sarajevo era una città di musica e di arte prima della guerra dei dieci anni. Città europea, grandi viali che facevano sognare un po’ Parigi, un po’ Berlino, un’Europa ricca da televisione. Una bella città con una bella orchestra, multietnica, polireligiosa: che il comunismo non allineato era appena finito e si respirava l’aria di un vecchio continente di nuovo vicino dopo mezzo secolo. I viali hanno il brutto vizio di essere larghi e dritti, e con palazzi alti ai lati, ci vuole tempo per attraversarli quando sono squarciati dai crateri delle granate da 105 e dalle bombe da mortaio.

I viali, ve li ricordate?

Uno era particolarmente famoso nei nostri telegiornali, lo chiamavano all’inglese che faceva più fine, più giornalista operativo: sniper avenue. Il viale dei cecchini, quaranta metri che non potevi fare con la luce del giorno se volevi restare vivo. Due ragazzi separati da quel viale, e chi lo tiene l’amore a 16 anni. Lui attraversava tutti i giorni, con un terrore che gli metteva le ali ai piedi, aspettava il momento giusto e volava dall’altra parte. Nessuno corre più veloce di un proiettile da 7,62 blindato. Un giorno lo prendono, forse era un po’ stanco o magari aveva il raffreddore, era la fine di ottobre un po’ come adesso, Sarajevo è fredda la sera nel tardo autunno. Il ragazzo cade a terra senza un grido, le mani strette sull’addome, poggia la schiena contro le macerie di un’aiuola. Lei lo guarda, dall’altra parte della strada, lei lo guarda mentre il sangue imbratta di scuro i pantaloni e la maglia di lana, come lei tutti alle finestre guardano. Quanto pubblico per un ragazzo che muore solo, in mezzo ad un viale, nel cuore dell’europa. La ragazza non resiste, non ce la fa a vederlo morire da solo mentre il calore fuma fuori dalla sua ferita, non ce la fa a non dargli un ultimo bacio e a tenergli la testa mentre chiude gli occhi per sempre. Eretta, con passo lento inizia ad attraversare, la terra di nuessuno aspetta un altro sparo. E arriva, giusto il tempo di prendere la mira, il proiettile alza il fango in uno schizzo senza toccarla. Si gela un secondo immobile, poi riprende con lo stesso passo, non arriva un altro sparo, solo lui che respira ormai a singhiozzi. Lei gli si siede affianco, lo prende tra le braccia, lo culla fino a che non glielo strappa la morte, quando gli occhi che implorano si spengono di colpo.

Lei è la, in mezzo al viale. Lei è la e tutti guardano e basta. Lei è la coperta di sangue non suo, abbracciata a un corpo che si raffredda.

No, non ve lo dico cosa è successo poi. Non ne siete degni e loro meritano rispetto non la vostra schifosa curiosità. Voi non ve la ricordate Sarajevo. Voi non vi ricordate un cazzo.

Notti che ricordo


Noi ci conosciamo solo da un giorno?
Scusami, domande della notte.

Sì da oggi perchè?

Sensazioni, sembra passato molto più tempo, almeno nei nostri discorsi.
Strano pestare così su una tastiera i pensieri e il succo di una vita.
Il nome delle mie figlie.

E’ vero. sembra così…ma dopotutto tu sapevi che io esistevo da qualche parte a viver male come solo io so.

E’ trovare che lascia stupiti, è trovare.
Ma questo tu lo sai Elena, anche quando la speranza ti viene meno
e la solitudine ti pugnala abbracciandoti.

Già…che la notte si fa tenera proprio per infilarti la lingua di un pensiro cattivo quando cedi all'abbraccio.. stupisce anche me..che quello che trovo non avrò mai

Non voglio lasciarti con tristi pensieri. Con solitudine odorosa di cotone e di pianto. Avrai, serrerai le mani, avrai e sarà tuo, sarà tua. Mai più sola nel male, sola con il tuo dolore. La notte ci accoglierà entrambi soli, ci amerà come sa, portando sogni e figure d'ombra proiettate su bianchi muri.
Chiudi gli occhi e sogna. Nei sogni siamo più liberi.
Questa è la mia ultima riga fino al sorgere del sole.

Allora ti lascio con l'incanto di un’anima proibita che ti sfiora il sonno vorrei dirti che ti credo..ma non è così.
Saprò essere felice…ma non ora.
La notte allarga le gambe e mi attende.

Suonare con gli occhi chiusi

Sarai persa nelle cose di tutti i giorni,
o in una serata particolarmente storta.
E magari i tuoi capelli non trovano ordine,
e stai attenta a non macchiare il pavimento con il liquore.

Sono qui con un po’ di cose da dirti,
che la voce non mi muore dentro
ma sono comunque giorni difficili per scrivere
e l’aria è densa in questa stanza di ottobre.

Allora affogo i polmoni di questo succo d’azoto
tagliato con un quinto di ossigeno
e spezie varie in tracce.
Metto una parola dietro l’altra
e inverto caratteri e spazi come al solito:

adoro come si incurvano gli angoli della tua bocca
quando sorridi e lasci brillare gli occhi.
Tratteggio a carboncino nella mente
quelle spalle così tese e fragili.
Il numero sorprendente di muscoli del viso
che sai muovere per passare della gioia al broncio
per poi ridere di nuovo.

Le tue mani,
le ricordo sempre mosse le tue mani
hai gesti rapidi e precisi.
Mai stata una signorina tu.

Il tuo letto gia ti accoglie,
un libro tra le mani e le tue lenzuola bianche,
e quell’inquietudine dentro, quella che non dividi con nessuno.
Mi piace, amo davvero questo tormento
che ti ribolle dentro e ti toglie anche il sonno.

Saprei cosa fare delle tue notti,
no questa è troppa presunzione:
sapremmo cosa fare di quelle notti, sapremmo farle bruciare fino infondo,
fino allo sfinimento che porta al sonno.
E non ti lamenteresti del silenzio del mio respiro
e delle mie braccia che ti stringono.

Le vertebre della tua schiena
tastiera di pianoforte
da suonare con gli occhi chiusi.