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Archive for April 1st, 2006

Beviamo da bicchieri riempiti con moderazione

Parigi e la Francia bruciano delle voci di chi vorrebbe un futuro, uno anche usato che assomigli a quello dei padri e delle madri che lavorano. E’ una lotta rassegnata, forse una delle più tristi della storia d’oltralpe, una battaglia per avere una sorte non peggiore, una conquista dello status quo. E vengono descritti come rivoluzionari, come sfascisti, mentre tutto quello per cui bruciano auto e lanciano sassi è avere gli stessi diritti di chi li ha preceduti. Un società in decadenza, la loro come la nostra, dove invece che immaginare un futuro migliore ci si è ridotti a difendere con l’arrocco il presente. Non voglio parlare di precarietà, non ne ho esperienza diretta, sarebbe le ennesime parole scritte in base a un sentito dire di altri che per quanto vicini comunque non sono la vita vissuta in prima persona. Ma questa mancanza di sogni, che ci uccide, queste idee rivoluzionarie che non ci si passa più come una malattia infettiva, questa sensazione diffusa di vivere nel meno peggio dei mondi possibili, sento che ci sta uccidendo.

Perché tutte le cose sono state gia fatte.
Perché tutte le canzoni sono state gia cantate, e tutte le parole gia dette, e tutti i pensieri gia scritti.
E non c’è nulla di nuovo, quella voce nuova da seguire, da ascoltare.

Di quello che importa, nell’esistenza umana, non c’è nulla di nuovo, di originale nel riassunto. Ma non viviamo in un riassunto anche se ormai i nostri giudizi e saperi sono così sintetici che il simbolo della nostra cultura potrebbe essere il dado da brodo, come la lucertola è il riassunto di un drago.
“Stringi che ho fretta.” “Dillo in poche parole.”
No, in molte parole invece, che del sentire non si può fare lo schema, che è come stenografare il rumore dei sogni. Veniamo elogiati, durante gli anni della scuola, per la capacità di sintesi: veniamo truffati dell’immaginazione, del gusto per le sfumature. Tanto che anche l’amore poi diventa una questione pratica, brutale, analizzabile: tra noi non può funzionare, abbiamo questi gusti che sono troppo diversi. E’ brutale, è squallido innamorarsi così, cercare sempre le ossa di un motivo razionale per dire quello che invece è semplicemente: tu vivi sotto un cielo di un colore che mi mette paura. Non ci sono nuove parole, nuove cose da dire in amore, è il sentimento che è sempre diverso, e immenso, totalizzante, sfaccettato. Non questo sostantivo che impasta la bocca.

E poi i ragazzi in piazza, gridano per un lavoro sicuro, per un futuro sicuro, per una pensione, per l’assistenza sanitaria… Questo mercato feroce ci ha trasformato in vecchi, che sentono il domani incerto, e si aggrappano alla vita. Beviamo da bicchieri riempiti con moderazione, guidiamo con prudenza, rifuggiamo agli eccessi con equilibrio, ci insultiamo con pacatezza. Quanto siamo invecchiati in questi pochi anni mentre i sessantenni da rendita se ne andavano alle maldive, e il capo faceva tardi nei club a conquistare adultere come lui.

Ridateci un futuro usato, ci va benissimo pure quello, che non l’abbiamo più la forza dei sogni.