Il 19 parte da piazza Risorgimento, che io sia sul sedile accanto al finestrino o no. Fa un giro lungo, sferraglia per vie che uno come me non si potrebbe permettere, un percorso all?indietro come le gocce d?acqua sul vetro quando piove. Starei ore perso a guardarle scintillare nella luce dei semafori, nei neon colorati delle insegne, mentre innaturalmente salgono verso l?alto. E? così che riesco persino ad amarla Roma, con la pioggia, con la gente sul marciapiede che cammina svelta, le bestemmie della gente alle fermate, e l?aria pesante ed umida dei miei sbuffanti compagni di viaggio. Io li immobile, con la leica stretta tra le mani, che guardo fuori, che scivolo sui visi nervosi di chi sta facendo tardi, o incontro lo sguardo esasperato di chi è da troppo tempo che abita in questa citt? e non ne può più. Perché Roma, comunque, vince sempre lei. Sono più belle le ragazze d?inverno, hanno gli occhi più potenti, le mani bianche, il collo liscio. E lei è bellissima, e terribilmente abitudinaria, se non c?è traffico posso scegliere con sicurezza la vettura su cui salir? davanti a Belle Arti, con il tubo dei disegni dietro la spalla, e il cappotto nero con la cinta dritta verso terra. E? alta, ha il collo sottile e si tiene sempre a qualcosa, purché non sia un sorriso. Viaggia chiusa dentro se stessa, persa, mentre una delle poche strade davvero belle di questo millenario arrocco di uomini passa fuori dai finestrini. Entrambi bagniamo le scarpe in piazza Buenosarires, quadrata e messa per storto che ti chiedi a chi sia venuto in mente di farla proprio così. Forse lei saprebbe dargli un nome, al padre di un?idea andata di traverso come questa, ma io no e la vedo allontanarsi mentre fa via Tagliamento. Invece a me si aprono le porte del laboratorio, rulli da consegnare, stampe e negativi da ritirare. Attese da riempire inventando storie su quella ragazza che non parla mai, che non ha mai amici, e che non sorride neanche al riflesso di se stessa. Inventare un passato a quegli occhi chiari e brillanti, dare un perché a quei capelli da corvo tagliati a ciocche sotto la nuca. Non che sia cosa strana, è quello che faccio per vivere: invento storie e le faccio diventare fotografie. Un giorno non la vedrò più salire i gradini nella solita piazza, a quell?ora che d?autunno è sera il cielo ha un colore solo appena più saturo delle foglie morte. Un giorno non la vedrò più, e saprò che qualcosa nella sua storia è cambiato, e anche nella mia. Questi appuntamenti mai dati, queste parole mai scambiate, diverranno solo un ricordo, il racconto di un gioco di sguardi capitati per caso, per melanconia. Vorrei che di lei mi rimanesse l?immagine, o anche solo l?idea: Lei, il 19 vuoto, la pioggia e Villa Giulia che scorre intorno.
Metterei la macchina nella borsa e non tornei mai più.