E’ che proprio penso di non essere all’altezza, e non è più solo un periodo. Evito le mie amiche, rifuggo il dialogo, nascosto in un esilio volontario. Mi sembra di marcire lentamente nell’inedia ed è solo colpa mia, mancanza di coraggio o di voglia. Ho potato l’ultimo tamericio superstite, dove mi nascondevo a piangere ne buio della sera quando ero bambino, l’estate era questa casa seppur diversa da come è ora, ed era anche motivo di tensione ed attriti poich? i miei genitori meno sommersi dal lavoro del solito avevano più tempo per interagire. Ventotto anni passati ad evitare la lite, perchè per quanto possa premurarmi di avere il coltello dalla parte del manico, di tenerlo saldamente e di averlo anche ben affilato, non posso non sentire quel groppo in gola che annoda poi tutto il torace dall’interno di quando ero bambino e non potevo che subire passivamente urla non dirette a me. Non che a casa mia ci sia mai stata violenza di alcun tipo, o percosse, o scene particolarmente patetiche, solo lo scontro di due caratteri forti con idee molto diverse, e la veemenza tipica del fiore degli anni e delle carriere che si affermano. Ancora fuggo da quei toni concitati, anche quando sono in altre voci, e mio rifugio e la solitudine. La donna che amo non mi legge più, poich? non sono in grado di sopportare domande che incalzano e pretendono una risposta, perchè non sono all’altezza di spiegare cioè che ho espresso nella maniera migliore che mi è stato possibile. A cambiare le parole si finisce per dire altro. Mi mancano le mie amiche, mi manca quell’atmosfera distesa e quella spontanea morbidezza dei toni che hanno anche quando ci confrontiamo con convinzioni inconciliabili. Mi manca Daniela, stare in una stanza con lei, e tutti quei lunghi discorsi fatti senza neanche tirare fuori una parola, e i sorrisi improvvisi. Mi manca la Lady, mi schiaccia il peso di tutto quello di cui adesso abbiamo paura di parlare, di tutte le debolezze che non vorrei davvero ammettere e questo rispettoso evitarsi con affetto che mi uccide. Mi manca Valentina, la sua intrinseca fragile tragicità che cerca di coprire con un carattere forte autoimposto, le rare serate finite tardi che si portano via la voce con un dolore in gola, stordimento, e narrazione, e piacevole sublime sospensione del senso del realistico.
Mi manca il parlare con la donna che amo senza la paura, il presentimento di incombente catastrofe, che non posso fare a meno di provare, e finire per pesare ogni parola e va a finire che comunque risulta quella sbagliata. Mi manca l’amicizia che c’era i questo amore, quella quasi incondizionata accettazione. Che poi le condizioni crescono sempre più fino a che il loro numero non le rende uno slalom di taboo e frasi di circostanza attenuante.
Mi manca l’urgenza di un’idea, il desiderio di realizzare un sogno, una visione, mentre le mie notti sono sempre più popolate da storie vivide che mi vedono spettatore o protagonista non appena chiudo gli occhi.