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Archive for December, 2007

20 micron

Come è andato il santonatale?

Discretamente di merda anche il mio, grazie. E stavolta non sono i parenti ma passiamo oltre e regaliamoci una mano di bianca sugli ultimi giorni andati. Voltiamo pagina, non si dice così?

Ieri sera era una di quelle che per stare meglio mi dedico ai lavori di meccanica di precisione, ho rimosso lo schermo katzeye dalla canon 20D per scoprire che quella merda di shims era montata a rovescio. 20 micron, venti fottutissimi micron, venti sopra in più venti sotto in meno, ho la messa a fuoco fuori di venti maledettissimi micron e non me ne sono accorto per un anno e mezzo.

Cosa ho fatto nell'ultimo anno e mezzo? Dove mi sono perso? Di sicuro foto ne ho scattate poche, di ritratti e nudi quasi nessuno almeno con la 20D. Ma ad essere sinceri mi trovo a dire quasi nessuno in generale, nessuna serata con un'amica a guardare nel mirino per scoprire tratti nuovi su visi che disegneresti a memoria, luci improvvise negli occhi e brividi che rigano un seno, e le palpebre socchiuse di chi la tensione l'ha sciolta ormai.

Invece luci di merda, in un disordine di merda, ed io che di merda mi sento.

Sentito a caratteri contati Vale, la Lady, Daniela, che sono solo un paio di sms ma sentire che ancora si esiste vuol dire tanto, specie nei giorni passati.

Colleziono belle fotografie fatte da altri, e questo è tutto.

Non ce n'è neanche per un epitaffio.

"[…]
And you know they’re gonna use
The things you love against you
[…]"
Gary Jules – Falling Awake

e se ha più di una lama?

Era finita la quarta elementare, il mio compleanno spesso coincideva con l'ultimo giorno di scuola o quasi, ebbi il mio primo coltellino multiuso: svizzerotto come si chiamava a casa mia. Non era un victorinox ma una copia americana a tre strati, un modello intermedio di un buon discreto acciaio inox che non arrugginiva di certo ma non teneva neanche il filo. Mi restò sempre in tasca fino ai dodici anni, quando lo persi una notte su un piazzale di una base militare. Pochi giorni dopo mio padre mi regalò il suo victorinox e da allora non mi è mai mancato in tasca o nel sacco. Quello che ebbi in dono, ora è conservato in un cassetto, le guanciole ormai assenti, la lama indentata e il cavatappi divelto, perchè non ho l'abitudine di risparmiare agli utensili prove gravose se è necessario. Gli attrezzi rimangono attrezzi e troppo attaccamento alle cose è sempre un male, ma conservo con gratidudine il ricordo del dono. A sedici comprai il mio primo e unico SwissChamp con tanto di custodia in pelle e accessori vari del cosidetto survival kit, e in quattro anni di scoutismo si rivelò di un utilità straordinaria. Ho continuato a usarlo in nave, al'università, in barca, in laboratorio, per montare e smontare pc e apparati più o meno ovunque, anche quando un the con un'amica si trasformava in una sessione di manutenzione. Il champ non ha mai mollato e a tutt'oggi dopo dodici anni ha solo qualche segno sulle guanciole mentre per il resto è perfetto in ogni particolare. Certo un po' di manutenzione aiuta, una bella pulizia con detersivo per piatti e acqua calda strofinando con un vecchio spazzolino da denti fin dentro agli alloggiamenti, una buona asciugata e qualche goccia di olio di vaselina per uso farmaceutico (costa 5 euro al litro dal ferramenta sotto casa e non ha ne odore ne colore ne è tossico in piccole quantità) nei punti dove fa perno, ma di suo non si ossida ne fa ruggine e teme poco persino la corrosione galvanica. Il miglior acciano inox che io abbia mai conosciuto, superiore a qualsiasi cosa si usi in campo nautico tranne forse quello per reattori a fissione, ma è tutta un'altra storia. Le lame tengono ache straordinariamente bene il filo e sono facili da riaffilare, vi consiglio di utilizzare la pietra arancione fornita come accessorio dalla Victorinox stessa perchè ha la trama migliore per la loro lega. Due anni fa, un po' meno ad essere precisi, feci dono alla donna che amo di una delle versioni mini fatte per le persone più urbane (un minichamp), al momento non fu particolarmente entusiasta ma abitatasi ad averlo con se ora lo adora e non ne può fare a meno per sistemarsi al volo le unghie scheggiate o infierire contro qualcosa che non funziona come dovrebbe. Ok non era un regalo romantico, se la prese per questo, ma quanto si inferocì mesi dopo credendo di averlo perso… vai a capire le donne.
 
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Appena arruolato in marina l'aiutante si tenne il mio Mariner e mi firmò una ricevuta, dubito che sia ancora nella sua cassaforte a Laspezia e spero solo che chinque lo abbia ne faccia buon uso. Erano appena usciti, i primi coltelli esplicitamente progettati per lo yachting della casa svizzera, ed avevano una lama seghettata follemente affilata che aveva un solido meccanismo di bloccaggio. I modelli erano e sono due: Mariner ( o Helmsman) e Skipper. Il Mariner è privo delle pinze e del cavatappi, per il resto è identico al coltello da comandante amante della bottiglia. A settembre, volendo prendere un coltello da barca con lo svitagrilli e una buona caviglia da impiombatura ho preso su ebay lo Skipper al prezzo minore che sono riuscito a trovare, e cazzo se sono dei ladri in italia sugli svizzerotti i negozianti normali… l'ho pagato meno di una trentina di euro spedizione compresa. La lama seghettata è splendida e taglia con facilità sia le cime in kevlar che in spectra ( i velisti lo sanno quanto sono rognose da tagliare con le lame a filo dritto), e quando dico con facilità intendo che una 12mm di spectra la taglia in due passate per una 20mm in poliestere prestirato ne basta una. La caviglia si usa con piacere per impiombature intrecciate su tessili fino a 30mm mentre per i ritorti non vi saprei dire perchè ancora non ho avuto esigenza, la parte interna è un ottimo svitagrilli del tipo col perno a testa piatta mentre per le cicale si fa sentire un po' la mancanza del perno del coltello da nostromo, ma alla fine anche quelle si maneggiano. La rogna rimane il grillo di mura della randa, per quello un paio di pinze sono d'obbligo perchè il multiuso risulta troppo lungo per ruotare. Le Pinze incorporate funzionano ma non per grandi sforzi, su una deriva possono risolvere quasi tutti i problemi ma su un 40-50 piedi decisamente sono limitate. Il cacciavite a stella è ottimo e sufficientemente grande, per lavori fatti al volo come aprire il feeder dello strallo cavo è una manna, il cacciavite a taglio è robusto ed efficace nel regolare gli strozzascotte e i rinvii con strozzascotte Harken o Spinlock (non l'ho provato con altra attrezzatura ancora). Inutile parlare di cavatappi apribottiglie e apriscatole, funzionano come dovrebbero, mentre sull'uso del punteruolo da cuoio c'è da fare attenzione, non è difficile chiuderselo sulle dita con la sua piccola lama e non è il caso di farci grosse pressioni sopra, il suo lavoro lo fa spingendo anche molto meno del previsto. Se vi chiedete a che serve il punteruolo vuol dire che non vi siete mai imbattuti in un canestrello della randa venuto fuori male dallo stampo o in una tavoletta della randa messa con troppo ottimismo e fiducia in dio.
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Insomma, uno svizzerotto è per sempre.
 

(solo) gente che va in barca insieme

C'era un cinquantasette piedi dalla pancia enorme, vecchio sloop, come una balena trafitta da un enorme arpione piovuto dritto giù dal cielo. C'erano due ragazzi che avevano navigato ma mai insieme, in uno scompartimento che correva parallelo alla costa, ognuno un libro tra le mani, e due sacchi stanchi sulla rete. C'erano tante facce nuove, trovare un ruolo, salire sul ponte la prima volta la sera prima della regata, sistemarsi in una cuccetta col vento che fuori urlava, anemometro a fondo scala. C'era il giorno dopo con un sole da non crederci e la corsa sulle onde, il rumore dello scafo che respirava prima di partire giù nel cavo. E poi è successo che la vita è andata avanti, chi parte, chi si innamora, chi si nasconde. Due sacchi stanchi mai più stati appoggiati vicini.

Ma io ancora ricordo.

Ho sentito, al circolo nautico, una settimana delle scorse mentre preparavo il vhf per poi uscire col gommone: "Non bisogna mica essere amici alla fine, siamo solo gente che va in barca insieme." Non parlavano con me, era un discorso di quelli che senti mentre entri od esci da un ambiente avendo altro da fare.

…solo gente che va in barca insieme.

E sicuramente sono io che non ho capito bene come galleggia ormai la questione, come la vela sia diventata uno sport come un altro con amalgame occasionali di persone che vanno in barca insieme. Questo fa l'infezione delle tre boe fuori dal porto la domenica: il funerale dell'equipaggio. E' una funzione in pompa, tutti vestiti bellini e griffati, trionfo di rosso e di giallo e di blu, patinati e a terra solo un po' in ritardo per il pranzo.   …solo gente che va in barca insieme.

l’accettazione universale ha dei limiti

(ovvero: di quando cominci ad esaurire anche la riserva di pazienza che tenevi per le emergenze improbabili)

A volte “Ti amo.” significa: sto pensando di ucciderti.

A volte significa: sto pensando di ucciderti lentamente con metodi che ispireranno la letteratura di genere per decenni.

Poi ti ricordi che alla fine è l’unico crimine che perseguono pure se la vittima non è un parlamentare, e non puoi neanche sperare nella prescrizione, maledetta cronaca nera che fa audience.

C’è la telefonata incazzata del buon giorno perchè non hai ancora chiamato tu (dormivi, era tardi ma dormivi, come non ti potevi permettere da venti giorni).

C’è la telefonata recriminatoria della buona notte, così tanto per evitare che si instauri un regime di relativo benessere per troppe ore consecutive. Dicono che concili il riposo e un’attività onirica soddisfacente, ma non credo si riferissero a chi la subisce.

Ho la nausea, e non è quella metaforica che sparisce messo il punto alla frase. E ho promesso un aumento alla pazienza e all’accettazione bovina per farle tornare in servizio, ma pare abbiano rivendicazioni sindacali circa il premio di risultato: vogliono che venga trasformato l’indicatore da risultato a impegno. E credo che abbiano ragione.

Il fatto che lei pensi che a me piaccia essere trattato male non è solo una fantasiosa e instabile costruzione autoassolutoria, è “una fantasiosa e instabile costruzione autoassolutoria” intrinsecamente pericolosa e vincolata alla mio forte impegno nell’essere una persona civile e pacata. Impegno innaturale. Impegno che mi assorbe molta energia.

E l’energia non è solo un bene limitato, ma anche un ingrediente necessario a molte ricette che non siano uno spesso tormentato, e soggetto ad aggressività immotivata, status quo.

13 gradi

Il bruciatore Lamborghini si guasta nel momento del bisogno, settimana di tramontana con previsione di minime intorno ai 3 gradi centigradi. Il termometro segna tredici, un po' si vergogna, ma alla fine mi rendo conto che è l'occidentale grasso che è in me, e anche fuori di me, che si lamenta del freddo. Tredici gradi erano un sogno per altri Italiani di un altro tempo, e di un altro modo di portare la povertà a e la dignità nello stesso paio di scarpe. Loro, a camminar sulla neve un giorno dietro l'altro, a quaranta sotto zero a camminar sulla neve tutto il giorno e a rintanarsi in un buco la notte, e a morire a Nikolaevka sparando e in tanti altri posti semplicemente cadendo a terra. Tredici gradi, a tredici gradi si sta ancora bene, ti metti la giacca e va tutto bene, e poi passano che domani lo ripari il rosso sputafuoco dai. Il freddo un giorno dietro l'altro è diverso, ti toglie le forze poco a poco, specie se non hai da mangiare, non hai abiti asciutti da cambiare o coperte da mettere in più. Il freddo un giorno dietro l'altro, sei, sette, otto gradi, tutto il giorno tutti i giorni e li fermo con addosso la camicia e il maglione di ordinanza, e la notte con quella coperta sola. Ed è ancora niente rispetto a quello loro, non lo puoi paragonare anche se il tuo freddo misero lo hai passato e sai di tuo che non è per niente vero che non è niente. E poi non è che sei tu che lo passi, è il freddo che ti passa: attraverso, che ti cambia. Il freddo e la privazione del sonno; ma questo, è già un altro discorso.

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Ho portato il mio vecchio zaino in questa casa oggi, stasera, c'è dentro un po' di passato, anche di quello vecchio che si vorrebbe lasciar scivolare nell'oblio. E anche quello che ti vuoi ricordare perchè alla fine, passata la nostalgia, ti fa stare bene, ti da un po' un senso. C'è il mio vecchio sacco a pelo compagno di tante notti in giro con in testa un tetto, una tuga, o un pezzo di tela tesa dai picchetti. Averlo qui mi fa sentire più sicuro, a modo mio, che mai ho avuto un brivido la dentro neanche con la neve sul telo della tenda. C'è il fornello a benzina pressurizzata, capolavoro di ingegneria che più che capito e regolato va esorcizzato ogni volta e ogni volta funziona, sempre. e le altre cose dimenticate, come la grande torcia elettrica o il pacchetto dei fiammiferi antivento. E il tempo andato che non ritorna più.
 
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24 ore 24 piedi

Stretti di bolina, in poppa sotto spi, un cielo che tra spavento e meraviglia: nuvole blu scuro e pioggia costante. Il vento non manca,ieri diversi costretti al ritiro, oggi clemenza maggiore non fosse per l'acqua di sopra e di sotto. Sul gommone si trotta per tenere la posizione al centro del percorso, avvicinarsi a controllare chi sembra in difficoltà. Gli Este24 filano, in poppa piccole planate sull'onda rimasta da ieri e confusa dal vento girato durante la notte. Ieri si che venivano giù su onde alte tre metri con lo spi gonfio a scoppiare volando giù nel cavo ripido. Due giorni in mare sul gommone, sotto la pioggia, in faccia al vento, con in testa solo i miei pensieri, con le mani che si induriscono di sale. Il mare è anche questo. è soprattutto questo.
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Comincia da quindici, poi sono venti, poi sono venticinque nodi di Libeccio con frangenti uno dietro l'altro che mettono paura anche a me che sono a terra, poi sono trenta e non riesci a camminare e la sabbia ti punge la pelle. Poi sono di più, non lo so quanto di più, so solo che si stacca il portico di una palazzina che non è quella a fianco ma un'altra ancora, la tira su travi e tutto e me la scarica contro la facciata. La casa trema, sente il colpo, le tegole vanno in pezzi, strappa un discendente, rompe le maioliche della facciata, gira su se stessa la tettoia quando colpisce e fa vela, piega i paletti d'acciaio della recinzione, alla fine ferma la sua corsa in giardino. Fortuna che nessuno si è fatto male.
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Poi ti dicono di stare attento quando vai in giro, guarda che succede a stare a casa.