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Archive for December, 2009

Bugie XII

“Capodanno con chi vuoi, recita un luogo comune sfatto di Italianità. E qui con me ed Ire c’è anche zia Giulia, che avrebbe tante feste a cui sarebbe graditissima ospite, tanti inviti stampati a rilievo consegnati a mano in buste cartadazzucchero, ed invece è qui dopo avermi telefonato con una voce troppo triste per appartenere a lei. Zia Giulia, giulietta labbradilampone, uno scricciolo che è quasi una donna ormai, silenziosa e perspicace. L’ho un po’ trascurata in queste ultime settimane e ne ha sofferto, il nostro legame è forte anche se diseguale, Ire che la comprende a fondo ne è in parte gelosa e in maggior parte complice. Eravamo insieme Io e lei mentre la zia si affacciava al mondo attraverso la vagina della giovane amante di mio padre, so che dovrei dire del mio nonno paterno ma so benissimo da dove vengono i cromosomi di labbradilampone uno per uno. Mio nonno, uomo di cuore grande e polso ferreo, aiutò quella giovane donna a portare a termine la gravidanza contro tutte le pressioni di mio padre e riconobbe Giulia come sua figlia naturale. La giovane amante di mio padre che risponde al nome di Sara oltraggiata dal comportamento del mio augusto genitore dedico’ tutto il suo amore a questa creatura aiutata da colui che si era liberamente preso quella responsabilità. Sara è una donna semplice e dalle mani morbide, che ha conquistato mio nonno con la sua gentile risolutezza ed inestinguibile riconoscenza. Quella ragazza che all’origine è entrata nell’orbita della mia famiglia come carne da usare e gettare via ora è la sposa in seconde nozze del nonno e con lui non è mai la benvenuta nella mia ospitale casa paterna.

Per la mia genitrice mio nonno è un porco pervertito che circuisce le ragazzine, capite anche voi che la stima che nutro verso i miei avi più prossimi è stata leggermente contaminata da queste vicende.

Mio nonno, ecco, io amo mio nonno e se penso al retaggio del cognome che porto penso a lui saltando elegantemente una generazione. Lui è un uomo tutto di un pezzo eppure capace di grandissima tenerezza, non ha mai scordato un compleanno, un natale, e mi ha insegnato ad andare in barca a vela. E lui adora Ire da sempre, cosa che non ho mai abbastanza benedetto.

Labbradilampone se ne sta qui, sul divano bianco del salone davanti al caminetto, con il portatile sulle ginocchia e un pigiama di seta verde bosco addosso,e niente sotto perchè è una subdola infida maledetta ragazzina seduttrice, ed è mia sorella per metà quindi credo che sia la genetica ad essere spietata. Lei è qui per sedurmi, e irretire anche Ire se ci riesce, questa è la sua missione e lo è più o meno da quando ha capito che se in una stanza il letto è ridotto a un campo di esercitazione per mortai non è perchè pure ai grandi piace fare la lotta.

Io faccio del mio meglio per non cedere, giuro, solo coccole normali… e qualche bacio ogni tanto. D’accordo, più di qualche. Ad essere onesto io e Labbradilampone abbiamo una storia di baci da un po’. Tipo che il primo bacio lo ha dato a me, e Ire quel giorno momenti mi ammazzava, sento ancora il dolore se ci penso.

Giulia non lo sa di essere mia sorella, quando mio nonno mi rivelò tutto io avevo otto anni e mi chiese la mia parola d’onore che non ne avrai informato la piccola fino al diciottesimo anno, c’era anche Ire, anche lei giurò.

E adesso siamo qui noi tre, Labbradilampone accoccolata in mezzo ha sedici anni, è bella come il vetro bagnato, e vuole portarmi a letto.

Non ci si annoia mai, specie a capodanno.


E Ire se ne esce con: “come va coi ragazzi, trovato nessuno degno di attenzione? Magari un ballerino dalle braccia forti..”

“Nessuno di mio interesse, alcuni curiosi, alcuni troppo intraprendenti, la maggior parte troppo stupidi.”

“E qualcuno un po’ più grande? Alla tua età io ero molto attratta dagli uomini sui trenta.”

“sarebbero quelli i troppo stupidi. Non mi piace essere trattata da signorina, ho sedici anni cazzo non sono una poppante ma neanche Colette.”

Io:”Ti ho sentita dire cazzo. E anche Colette. Passi per il CAZZO ma per i capolavori del ’900 mostra il dovuto rispetto.”

“Scusa nipote” mi guarda con occhi fiammeggianti, lo sapevo che non dovevo dire cazzo pure io, “comunque sono ancora vergine e aspetto che si svegli il principe azzurro.”

Lo sapevo che mi avrebbe rovinato la serata, giuro che lo sapevo ma la amo troppo, è che me la ricordo tutta rosa con quella manine piccole piccole che mi stringeva appena il dito. Era bruttissima da neonata, ma davvero.

Ire, che ci gode, io lo so che ci gode :”E che fai nel frattempo, ricami, tessi, parli con gli uccelini a casa dei nani..?”

Io: “… gare di sesso orale competitivo negli spogliatoi..”

“Lo bacio, magari un giorno funziona. Ma è un idiota al di là delle capacità di qualsiasi fatina.”

L’ultima frecciatina me la sono meritata, lo so, la ragazza ha le sue ragioni.

Ire: “Si, è irrimediabilmente, adorabilmente,  un idiota.”

Credo che i gay non ringrazino mai abbastanza per la loro condizione.”

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

e la vela non sarebbe uno sport…

e infatti in certi casi non lo è,

perché gesucristo quando camminava sull’acqua mica era un maratoneta.

Racconti erotici

Durante la pausa pranzo, quando non ho qualcosa di particolare da studiare o da approfondire e le manutenzioni non richiedono il mio tempo, giro un po’ per la rete tra ‘blog e siti che raccolgono racconti ed altre opere di chi con le parole ci gioca o ci si accarezza piuttosto che guadagnarcisi da vivere. Mentre per i blog sono generalista per la scelta dei racconti mi tengo fedele alla scelta del filone letteratura erotica, e quello che piu’ mi colpisce e’ il ripersi continuo degli stessi schemi da porno commerciale. Chi scrive dovrebbe essere di per suo qualcuno spinto da intento creativo, motivato dal proporre un contenuto originale, in particola modo in un ambiente come quello della scrittura erotica che in italia porta allo pseudonimo per pura necessita’ di sopravvivenza. Eppure, tranne alcune perle da cui ogni tanto capita di essere colpiti come lanciate da una fionda, le situazioni sono sempre le solite stereotipate, persino le descrizioni rispondono ad uno schema tipicamente poliziesco fatto di numeri e misura delle tette.

Mai che uno si imbattesse in

Stefania aveva degli occhi profondi, le sue labbra erano nate in inverno.

Non mi sembra di chiedere qualcosa di folle, e ci si mettono pure le donne a scrivere di quanto sono alti i loro personaggi al centimetro, di quanto pesano, il colore dei capelli, le tette sode, il culo a pera, muscoloso ma non palestrato, e sempre la lunghezza e sezione esatta dell’uccello con divagazioni sulla forma.

Non sono una ipocrita perbenista, credo profondamente che le dimensioni del suo cazzo contino, io ne ho conosciuti di due tipi: troppo piccoli e troppo grossi. Dei primi lascio scrivere agli autori di satira perche’ nella vita e nella fantasia e’ sui secondi che bramo dilungarmi.

Dai, non ci vuole tanto, giuro che non ci vuole tanto.

Il contenuto generato dagli utenti che costituisce internet e perl’appunto generato dalle persone comuni che si siedono davanti a una tastiera. E le persone comuni, purtroppo, non hanno un cazzo da raccontare se non di centimetri, misure di reggiseno, marche di auto.

Come Moccia, che di suo deve morire.

Il silenzio

Il silenzio e’ un virus che mi fa tornare a scrivere. Il silenzio mio, la deliberata decisione di non ammorbare l’universomondo con dati ed analisi, consigli e  procedure, proveniente dalla mia bocca. E nel lavoro delle mani, dai si e dei no brevi, delle quattro parole pratiche misurate, ritrovo il filo delle storie e dei pensieri.

Stamattina era una scena de L’AMANTE a girarmi in testa, ancora e ancora:

“dimmi che l’hai fatto per i soldi, perche’ sono ricco. Devi dirmi -Io l’ho fatto per i soldi, per i tuoi soldi, sono venuta a letto con te soltanto per i soldi.”

E lei ripete quello che lui le ha detto di dire, che lui ha bisogno di sentire, che gli permettera’ di sopportare la fine di tutto questo. La cacciata dal paradiso.

“puttana.”

E lui la ama ancora di piu’, e lei lo ama di un sentimento che non ha nome per una ragazzina francese, bianca, povera e beneducata.

Ed io capisco tutto questo con una profondita’ e un dettaglio che non riuscireste neanche a immaginare. E lo capisco perche’ e’ una scena di un teatro, la pagina di un libro, perche’ e’ un frammento della vita di quella donna immensa di nome Marguerite Duras e lei lo ha filtrato per me, rivisto, rivissuto.

Saigon.

Se fossi stato li quel pomeriggio, in quella stanza, non avrei sentito nulla di tutto questo, non avrei provato nulla di tutto questo. Avrei pensato che erano solo due che cercavano una scusa per finirla, visto che la situazione si faceva troppo complicata.

Ed invece da solo, qui, nel silenzio, con  lo sguardo della memoria, capisco tutto. Sento ogni piega del tremore della pelle di lei, ogni incertezza nello sguardo di lui, la sensazione di inevitabilita’ che incombe e opprime l’aria umida della penombra, le persiane chiuse sul fluire della citta’. La sensazione precisa dell’ultima volta.

E penso a una donna di cui ho conosciuto solo la voce, penso ad un’altra inevitabilita’, e ci penso spesso. La ricordo che piange, troppe volte, troppo sola, ricordo il peso delle mie braccia vuote, delle labbra asciutte e fredde. E trattengo il respiro come faceva lei, con quel nodo dentro, e la vita che e’ andata avanti.

Senza neanche un’ultima volta.

Bugie XI

“Non riesco a prendere sonno, di là Ire invece dorme il sonno dell’iniquo, serena almeno nell’incoscenza. Le feste sono passate ed evitati sono stati gli obblighi familiari, la mattina di natale con lei che si veste nella luce dalla finestra bella come la mattina di natale. Dall’università romana nessuna notizia, il bello della mia posizione è che non prendo parte agli esami con nessun ruolo, lascio volentieri ad altri giovani questa occasione per essere corrotti da piccole arriviste borghesi.

Adorabili e succose piccole arriviste.

Per quanto il trattato sia stato rivisto la mia natura non è così mutevole e la mia concupiscenza si prende il diritto di andarsene a spasso nei momenti di ozio. La revisione di quest’anno è stata perlomeno traumatica, c’è voluta tutta la notte solo per scrivere e cancellare finendo tutta la pelle a disposizione e ci sono volute due ore di acqua bollente per far venire via tutto dopo. Le lenzuola, sindone dell’accordo,  sono state archiviate nel baule ai piedi del letto a sostituire quelle testimoni dello scorso contratto che invece tengono memoria insieme alle altre nel loro posto segreto. Questo mese che è passato è stato strano,di rivoluzione, di gioia, di monogamia.

Si la monogamia è entrata a far parte della mia vita, e per quanto lo trovi teoricamente disgustoso alla fine di ogni ragionamento mi pare una decisione saggia sia per me che per lei, c’è sempre tempo per coltivare insoddisfazione nel futuro senza sprecarci il presente. Nella mia esperienza qualsiasi altra donna è risultata inadeguata e insoddisfacente, un bersaglio per la mia nequizia. E poi Ire è diventata gelosa.

Se n’è accorta a Berlino, quando in qualsiasi posto andasse avrebbe voluto ci fossi anche io, quando nei letti altrui cercava di vendicarsi della mia assenza, quando mi immaginava entrare dentro quelle ragazzine convinte di essere donne fatte. Quando immaginava le mie labbra sulla loro pelle, i loro gemiti, e le sbiancavano le nocche dalla rabbia.

Ire strana, Ire diversa, Ire che si è fatta tanto male per rispettare le regole di uno status quo sotto assedio, Ire che è cresciuta più di me e mi ha costretto a diventare grande. La mia Ire bambina, la mia Ire puttana, la mia Ire dolce e triste, mia sorella Irene.

E adesso siamo qui, a vivere nella stessa casa, a dividere lo stesso letto tutte le notti, a non fare meno sesso e ammetto chinando il capo che desiderio inappagato e frustrazione sono completamente usciti dalla mia esperienza quotidiana. Ogni volta che rientra a casa la prima cosa che fa è saltarmi addosso e ribadire il possesso, la seconda: posa la borsa.

Una notte interminabile quella finita nel giorno di ognissanti, mi ha ricordata la prima: noi fuori in un piazzale deserto, la festa in un casale deserto d’aperta campagna a cui non abbiamo partecipato, la tramontana, noi due stretti sotto le stelle, a parlare, a decidere, a imbrigliare nelle regole le linee del sangue. Siamo della stesse specie tu ed io.

L’ultima ha disfatto i ragionevoli bastioni della prima, ora la monogamia non è più un tabù anche se non si è parlato di obblighi, il divieto alla coabitazione è sparito, sono scomparsi anche i giorni riservati che mi piacevano tanto ma adesso ogni giorno della settimana ne è divenuto uno. Quello che è scomparso, che è stato ucciso, e che ha urlato tutta una notte prima di morire, è la proibizione a sognare un futuro insieme, apertamente.

Un futuro.

come è fatto un futuro?”

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Come tante altre volte.

“cristo fa, che lei non sia qua..”

C’he’ anche un gennaker che fruscia fuori dalla finestra, lo ascolto nella sua musica come mille altre volte.

E’ bagnato, e bagnato è fragile, e pensavo in macchiana mentre tornavo dal porto proprio alla fragilità. La debolezza, la fagilità,  il dono che facciamo alle persione che più vogliamo vicine, e’ troppo spesso un lascito visto infelicemente.

Tanto tempo fa Flavia trovò divertente, senza malizia, che io mi imbarazzassi davanti ad una donna poco meno che sconosciuta che si cambiava la maglia a meno di un metro da me, lo prese come un imbarazzo da nudità femminile e per questo ne sorrise. Non lo era, perchè da troppo tempo il semplice casuale nudo di una donna non mi causa particolari reazioni che non siano un piacere estetico, ma a mettermi in imbarazzo in quel momento fu il mostrare naturale e improvviso da parte di quella donna della sua fragilità, della sua menomazione.  E mi mise in un imbarazzo enorme quel vincolo di intimità implicito che si forma tra chi mostra la propria fragilità e chi ne viene fatto parte, un vincolo d’onore ed empatia che probabilme nessuna delle due presenti prendeva minimamente in considerazione.

Come tante altre volte.

Ne ho conosciute nella mia vita di persone spezzate dentro, essere umani con una ferita profonda, una deformità interiore da tenere sempre nascosta a tutti, tante fragilità di cui porto il ricordo, la comprensione e l’intima vicinanza che una volta si chiamava compassione prima che una religione organizzata della domenica la facesse diventare una parolaccia da chiamare virtù.

A fare di me l’andicappato sociale che sono non è tanto l’incapacità di carpire i segnali di comunicazione non verbale degli altri esseri umani, ma la necessità di analizzare il tutto in maniera razionale invece che istintiva, e l’usare la memoria perfettamente dettagliata di cui sono dotato per sviscerare un interazione umana solo a posteriori. Trovo l’interazione non verbale, e non parlo dei gesti di affetto ma del detto e non detto, una cosa estremamente vigliacca ed abusata da persone che non hanno il coraggio di verbalizzare i propri desideri e le proprie pulsioni in maniera inequivocabile. Chi sceglie gli ammiccamenti sceglie l’equivoco, si lascia sempre la ritirata spalancata, ed una persona come me evita come la peste dati dubbi come un sorriso o uno sguardo.

“Nell’età adulta una persona con … può trovare difficoltà a distinguere tra il sorriso d’una cameriera che sta aspettando l’ordinazione al suo tavolo e quello della donna al tavolo davanti ch’è interessata a lui. Potrà cavarsela chiedendo una tazzina di caffè alla cameriera e ignorare la donna al tavolo davanti.”

Per quanto la citazione qui sopra sia un mio perfetto ritratto c’è il fatto, e non la teoria, che non mi sento un handicappato nel distinguere i due sorrisi mentre mi ci sentirei se non riuscissi a comprendere il dolore e il dono della vulnerabilità che mi viene fatto attraverso le parole nel loro significato profondo, e non certo nel tono o nell’occasione.

Se mi guardo indietro vedo una quantità infinita di liti con le donne che ho amato nate tutte da questioni circa il tono con cui dico le cose, o dal fatto che io sono uno che non capisce proprio (le cose non dette ma infilate in parentesi mentali fatte di sopracciglia, sbuffi e sospiri.)

Si, io non capisco proprio, é un fatto, punto. E’ al di la delle mie capacità.

Io non l’ho proprio mai capito e dubito che lo capirò mai.

Generalmente mi viene il dubbio che una donna sia interessata a me quando me la trovo addosso nuda nel letto, e ci metto almeno una decina di minuti, non sto scherzando.

Ho passato due anni di università a dare ripetizioni a colleghe, nelle loro solitarie stanze di studentesse col riscaldamento troppo alto, su materie che conoscevano meglio di me… creature pusillanimi.

Beh si, non le capisco le vostre facce scure, i vostri sorrisi, il vostro (per me imprevedibile) sbottare.

Non lo capisco e finisce sempre che vi guardo come gli animali allo zoo quando succede, mentre ne resto ferito.

Perchè ne resto ferito.

e quindi fanculo

e vado ad ammainare il gennaker che sarà asciutto.

ghe s’è natale par tutti, putei.

La ragazza del distributore era al lavoro anche il pomeriggio del giorno di natale, era gentile anche il giorno di natale, non era di una bellezza appariscente e ne pagava il penso anche nei sorrisi del giorno di natale. Le cerate si asciugano tutte odorando del sapone bollito, cento euro di gasolio nel serbatoio della caldaia, due giorni di pausa.

Due giorni in cui non lavorerò.

La lavatrice che gira e gira e gira nella lavanderia.

I giorni si fanno più lunghi, è l’unico modo in cui si differenziano l’uno dall’altro,

bugie bugie e ancora bugie li avvelenano fino a che non muoiono nel cuore della notte.

Dicono che il mare sia traditore

a me non ha mentito mai.


Le mie labbra, tu non sai, dove sono state le mie labbra.

Bollettino

La Lady si e’presa una storta, tromba con soddisfazione ed ha adottato un cucciolo di porcodio come suo solito. Sono felice di sentirla cosi’, di poter pensare per una volta che la vita gira nel modo giusto ad una persona, ad un eguale, che merita solo del bene e della buona birra.

Le voglio bene, ma molto, e da tempo.

E la mia di vita invece non la capisco, dormo troppo poco, la mia “umanita’” ridotta ormai a una forma puramente vestigiale. Dovrei sentirmi realizzato, proiettato verso il futuro, mentre sono solo un miserabile triste ed amaro che si riduce ai bisogni elementari.

Il sonno e’ il momento migliore della giornata, a questo sono arrivato.

Oggi mi sono state dette cose durissime, riportate da fonte inaffidabile, ma comunque costruite per destare in me una forte reazione emotiva. Non c’e’ stata. Non c’e’ nessuna forte reazione emotiva, nessuna emozione, solo analisi razionale.

Nessuna emozione, frasi costruite apposta per demolire ogni possibile stima che ho di me o della persona che le pronuncia, nessuna emozione, nessuna reazione, nessuna rabbia.

Deve essere successo che a un certo punto sono morto, e non me ne sono ancora accorto.

Non so come, non so quando, ma di per certo non sono vivo.
Sono sopravvissuto a me stesso.

Con lo spi bagnato ad asciugare

me ne sto solo di qua, con in salone un gennaker bagnato che si asciuga lentamente.

Bianco sporco, tanti tagli, tante toppe e pezzi di nastro che lo tengono insieme.  Strappi che si ripetono sugli stessi ferzi.

Mi assomiglia.

Bianco sporco, e faccio fatica a volare.

Troppe pezze su troppi sbraghi, e mi scopro nella notte a non aver più voglia di innamorami.

Perché non è che non credo più nell’amore sia chiaro,

e che non ne ho

proprio

più nessun

desiderio.