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Archive for January, 2010

Bugie XVII

Avevo bisogno di qualcosa di dolce, lo cerco in una tazza di latte caldo, nello zucchero con cui sporco le labbra di Irene prima di mangiarmele. ”Del diavolo condivido l’umore basso, siamo entrambi melancolici per decreto divino.”

Sopravvissuto a me stesso per un altro venerdì, pare che non diventerò padre, almeno non subito. Labbradilampone ha abdicato alla danza per indisposizione fisica e ha cercato subito rifugio nella casa del peccato, dove la sua giovinezza viene traviata con affetto e premeditazione, mi ha trascinato a letto cercando conforto, calore. Chiude gli occhi, schiude le labbra, si monda da ogni volontà, le poso una mano aperta sull’addome, ne sente il tepore, me ne ringrazia con un sorriso e poi dice solo: «Spegni la luce, ho bisogno anche di te.»

E allora io la vedo alzarsi dalla sua poltrona, tirare la cortina di scuri con gentilezza, le sue mani leggere che accarezzano la stoffa spessa, spogliarsi con rapidi gesti, i suo abiti sul pavimento di legno, la candela subito accesa e sento lo scostare delle coperte prima che il suo corpo imprigioni Giulia contro di me.

Non ci sono parole tra di noi, nessuna, non c’è neanche il sesso, la passione, neanche il sollievo dello scampato pericolo. Ci sono le mie mani sulla piccola zia che incontrano le sue, le carezze di cui Labbradilampone si bea, c’è che poi si gira e bacia Ire come fosse me e poi se ne accorge, sente che le è piaciuto lo stesso e lo fa ancora, ancora, ancora, mentre ha le mie mani addosso, e le sue sul viso. Si gira di nuovo e poi si perde fino ad addormentarsi senza capire più dove finisca Ire, dove cominci io, chi sia Giulia. La ragazza dorme sorridendo, non prova più dolore, gli analgesici ormai hanno preso il sopravvento insieme alle endorfine. Io e Ire rimaniamo li, cariatidi, a guardarci negli occhi senza emettere un suono al di la del fluire del respiro. Questo è uno di quei momenti di non ritorno imprevisti, non programmabili, eppure se stai attento li percepisci in tutta la loro portata, nelle ramificate implicazioni. Nel filo che lega i miei occhi ai suoi scorre la consapevolezza della responsabilità che sempre avremo nei confronti di questa creatura fuori posto, che si è spinta troppo avanti e si è persa tra di noi, e c’è rimasta imprigionata.

Dolcezza.

Labbradilampone è, lei, tutta la dolcezza che non abbiamo, tutto il candore che abbiamo perso troppo presto, non potrebbe esserci individuo più diverso da noi eppure è qui l’unico luogo in cui si sente davvero completa: incastrata tra me e Irene, tra il male e il peggio.

Non so cosa ne penserebbe il nonno, non so neanche se sia a conoscenza del motivo per cui gli riporto a casa Giulia a mezzanotte tutti i venerdì. Non credo abbia mai avuto paura che mia zia frequentasse cattive compagnie, voglio dire: l’ha affidata all’attenzione di me e l’Altra dall’istante in cui è nata, ed anche con uno sforzo di immaginazione considerevole è difficile immaginare dei modelli comportamentali e morali peggiori. E da bambini non eravamo meglio, con gli anni ci siamo dati una stemperata ma eravamo anche più affilati. Povera bambina affidata alle amorevoli cure del ”male” e del ”peggio”, dove poteva finire se non nel letto degli ospiti stesa su un fianco i capelli che mi si infilano in bocca mentre dorme col viso posato sul seno di Ire. Ho sempre avuto paura, da piccolo, che qualcuno ci avrebbe fermato ora mi rendo conto guardando negli occhi Ire e vedendoci riflessi i miei con la luce della candela che ci balla dentro che nessuno ci riuscirebbe più ora. Siamo salvi.

Il mondo ha perso, solo che non lo sa.

Poi finisce anche il venerdì, finisce tardi, di sabato dopo l’ora di pranzo quando porto la piccola a casa del nonno e poi me ne vorrei andare in giro anche se piove ma odio la pioggia. Allora è arabica chiara in chicchi regolari messa in una busta di carta da portare a casa, le scale fino alla porta fatte lentamente gradino a gradino. Il camino acceso, un buon libro, Ire che si cucina il sangue troppo vicina alla fiamma e fa le fusa se le sfioro il viso con la mano, il bicchiere di latte dolce e tiepido e questa voglia di scrivere per capire alla fine che quello che mi manca è solo il fatto che mi manchi qualcosa.

Perchè sono un borghese viziato. Decadente. Appagato.

Guardo Ire e me ne esco  con : «Ho voglia di farmi Lize»
Lei borbotta poco convinta: «pervertito, maniaco»
«Lo so che sono il tuo tipo, non mi dici nulla di nuovo.»
«Non ne voglio sapere niente, non portarla qui, se vieni a letto con il suo odore addosso ti uccido. E voglio il video, di buona qualità.»
«Il video?»
«Si, puoi sbatterti quella sciapetta bionda con le tette grandi quanto vuoi ma voglio la registrazione in video dall’inizio alla fine. Lei ha i nostri video e io voglio i suoi, puttana.»
«Stai diventando una guardona.»
«Lo so che ti piaccio»
E adesso mi tocca pure portarmi dietro una telecamera ad alta definizione, ma tu guarda, e di sicuro quella calzediseta incestuosa di Liz vorrà una copia pure lei.
«Tanto lo so che pure tua sorella vorrà una copia…»
Dio, mi dovrei far lasciare uno scaffale alla biblioteca nazionale a questo punto.
«Fortuna che le donne erano la parte romantica della coppia…»
«Puoi sempre usare lenzuola rosa e l’effetto inquadratura a forma di cuore, se vuoi.»
Dio se la odio, però mi piace tanto tanto.

BugieXVII  Bugie XVII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Cazzo ci vorrebbe una birra

ci vorrebbe proprio una birra, e magari anche una robusta razione di quel sesso feroce e disperato che facevamo una volta quando tutto andava male.

Ci vorrebbe.

E invece ci sono solo io e l’uomo di Ire, che in due ci scoliamo una bottiglia di cellarius sbattuta in bicchieri di vetro industriale da mille lire la terna.

Quest’estate era meglio.

civorrebbeunabirra  Cazzo ci vorrebbe una birra

bugie XVI

Non mi fido dei finesettimana, dal venerdi’ pomeriggio in cui attendo la zia guardandola danzare  e stirare ogni muscolo delle game alla sbarra fino alla domenica notte che mi accoglie complice di pigrizia e introspezione. I finesettimana aprono le gabbie alla normalita’ che poi finisce per sciamare ovunque come qualcosa di infettivo, e vi ritrovo bradi a contaminare il paesaggio. Siete molto meglio quando, chini sul lavoro, trainate il vostro dovere fino alla stalla per riprendervi i vostri miseri sogni. Venerdi’ sono stato di nuovo in prestito, oggetto di uno scambio di favori tra donne, e’ stato piu’ facile; prevedibilmente. Nulla e’ mai come la prima volta, e no, non ci saranno particolari ne narrazioni perche’ la mia voglia di depravazione e’ appagata. Qualcosa di diverso, qualcosa di eccessivamente giovanile, qualcosa che Labbradilampone mi ha lasciato addosso: tenerezza. Mi e’ piaciuto coccolarla dopo, i sorrisi, le carezze, i baci senza il sapore del desiderio inappagato e inconfessabile. La tenerezza, semplicemente. E’ candida con gli occhi chiusi, mentre tende le labbra. E’ candida addormentata nuda, avvolta nelle lenzuola. E’ cosi’ pura che fa male agli occhi quando si sveglia col sorriso che si apre tra le sue labbra sottili e viola, la pelle perlacea, e Ire la guarda e guarda me. Io so cosa si chiede su quella poltrona: «Siamo mai stati cosi’ puri, noi?»

No, non lo siamo mai stati, la nostra vita e’ stata una fuga disperata dall’innocenza, da tutto quello che poteva essere spacciato come limpido, come retto. Siamo stati fatti per combattere e sempre abbiamo combattuto, incapaci di arrenderci, tutto cio’ che ci circondava e voleva imporsi, fermamente determinati a non conformarci mai. Il duro lavoro della prima generazione, della prima linea, e Giulia ci ha trovato cosi’. Labbradilampone dorme nelle nostre vittorie, avvolta dalle coperte della diversita’ pagata e fatta pagare a chiunque osasse ingombrarci il passo. E sento la felicita’ di Irene per il dono che le fa ogni volta, per l’offerta di liberta’  a questa giovane che ha visto crescere, che ha accarezzato nella culla e tenuta per mano durante i primi passi, e accompagnata il primo giorno di scuola, che sempre ha considerato sua protetta.

Nostra protetta.

Labbradilampone ed il suo nuovo segreto, e la sua diversita’, Ire la sta corrompendo con i doni della liberta’ e del piacere. Ne sta facendo un’Altra, si sta riproducendo, moltiplicando la nostra specie, incurante di tutto il dolore che potrebbe causarle. Irene e’ spietata, ma le sta aprendo le porte dell’autodeterminazione, dell’umanita’ adulta, e se per farlo deve usare il mio cazzo non se ne fa certo un cruccio.

Eppure in tutta questa logica macchinazione sento che tutto quello che faccio non ha uno scopo esterno, ma in se stesso, nel piacere stesso che provo e che do, nei capelli di Giulia sciolti che dilagano sul mio torace, nella mia mano che scorre sulla sua schiena. Ho visto succedere in lei qualcosa di straordinario, di abbagliante, insieme alla sua indesiderata verginita’ ha perso la malizia, l’aria da seduttrice che evidentemente si imponeva, e’ tornata la bambina limpida che voleva i baci e li chiedeva. La sua sensualita’ e’ completo abbandono, completa assoluta fiducia, come un infante che aspetta di essere imboccato.

Ieri notte, al buio, mentre la stringevo a me, Ire mi ha regalato un’altra delle sue indigeste sorprese: «Ho parlato con Giulia ed abbaimo convenuto che sia il caso che inizi a prendere precauzioni. Contro il concepimento, intendo.» Mi sono sentito mancare l’aria, non mi ero neanche posto il problema fino a quel momento poiche’ solitamente in qualunque femmina, che non sia Irene, infilo un preservativo. No con Labbradilampone non c’ho nenche pensato, non posso far scorrere un preservativo dentro di lei, la sola idea mi disgusta come disgusta lei, ed Ire ancor di piu’.

E adesso sono qui a pensare la stessa cosa da almeno venti ore: e se fosse troppo tardi?

bugie26  bugie XVI

Ieri.
Sono stato.
A Pranzo.
Con Lize.

nonpiangepiu’


Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XV

Straniante, intensa e bellissima, ma decisamente nuova come sensazione. Ire mi ha dato in prestito a Labbradilampone, in un accordo tra donne che mi sto sforzando di comprendere, forzando oltremodo le limitazioni emotive del mio genere. Persino io ho trovato la cosa perversa, di una carica antisociale completamente nuova, e la mia passione per Ire e’ soltato cresciuta insieme all’ammirazione che ho per la sua impermeabilita’ alla morale delle genti che abitano l’impero oggi. Lei se ne stava seduta in poltrona con una tazza di te’ in mano, sorrideva e ci guardava mentre Giulia si liberava dello scomodo impaccio della sua verginita’ su di me. Stava li, e ci guardava, e quegli occhi che conosco assai bene esprimevano piacere, affetto, soddisfazione e lussuria. Il piacere di esercitare il possesso su qualcosa fino a farne godere altri, prestarla, e la cosa in questione ero io: corpo mente e tutto il resto.
Ha fatto un regalo a Giulia, a me, e soprattutto a se stessa, ma non e’ un evento su cui voglio procedere sbrigativamente perche’ scrivere mi permette di mettere le idee in ordine, seguire le tortuosita’ del sentire di Irene, e anche di celebrare questo momento in cui sento definitamente che stiamo diventando altro. Piu ‘altro’ perlomeno.

Rientro a casa dopo una domenica passata fuori, per quanto sembri strano anche a me ho degli amici, vecchi amici, e passare una mattinata con loro rimette in fase il senso dello scorrere del tempo e della vita, e mi trovo una sorpresa dall’apparenza innoqua, Zia Giulia che piega le camice e Ire che le stira. Io sono per la tintoria, a Ire invece piace stirare abiti da uomo per motivi suoi su cui non ho mai desiderato indagare, in particolare adora stirare a vapore le camice al punto che io e il colonnello suo padre non saremmo magari uomini senza macchia e senza paura, ma totalmente privi di sgualciture si. L’aroma del vapore profumato lo respiro appena aperta la porta, l’odore di essenza di teak dei tessuti destinati a me non quello di bergamotto del colonnello, e sento le voci femminili e scherzose rincorrersi in battute dai tempi sincopati, quella piena e sussurrante di Ire e quella bassa e ruvida di Giulia. Mi faccio guidare da quei suoni e dall’odore sempre piu’ definito fino in una delle stanze per gli ospiti che di solito fa da disimpegno per tutti i lavori domestici, mi fermo sulla porta e le trovo li: sensuali in maniera dolorosa, entrambe.
Irene ha addosso i pantaloni di un gi di cotone bianco bassi sui fianchi, e una maglietta da palestra senza maniche appena larga, Labbradilampone vestita solo di un paio di pantaloni di lino larghissimi che cadono a terra lasciano fuori solo le dita dei piedi nudi sul pavimento di legno. La zia mi sorride e mi dice ben arrivato continuando ad abbottonare tessuto colorato ancora caldo su una gruccia, l’Altra mi manda un bacio con gli occhi, io sono leggermente spiazzato come avevano previsto, appoggiato con la spalla al  telaio della porta.

-Sta un po’ qui con noi.

Mi siedo sul letto, accarezzo con lo sguardo Labbradilampone mentre finisce di mettere a posto, passano i minuti, continuano le loro voci, finisce il vapore che ho levato la giacca e abbandonato le scarpe sotto il letto. Ire porta tutto di la, nel nostro armadio, Giulia si stende sul letto e appoggia la testa sul mio grembo con i capelli ancora raccolti nel chignon, l’accarezzo piano sul capo e sul viso, il suo collo nudo e’ un invito da non rifiutare, un lieve tremore sulle sue labbra di palpebre abbassate. In balia delle mie mani. Il suo abbandono e’ completo, puro, di bambina sfinita, mi porto la sua mano al viso, ne bacio l’interno del polso, il palmo, geme. Ire torna nella stanza, si chiude la porta alle spalle, spegne la luce lasciano solo la fine grigia del pomeriggio a filtrare tra le tende. L’inverno di Roma ha una luce metallica di alluminio ossidato. Si siede sulla poltrona, spalle alla tenda, si staglia come una sagoma nera nel controluce, ha in mano una tazza di te, e parla:
- Ho parlato con Giulia, le voglio bene quanto gliene vuoi tu, le sue preghiere hanno trovato ascolto presso di me, i suoi desideri li comprendo e li approvo. Posso dire fieramente che siamo giunti ad un accordo che mi rende orgogliosa della donna che sta diventando ed al tempo stesso mi soddisfa, tu per oggi sarai suo e cosi ogni venerdi dalla lezione di danza fino alla mezzanotte; si dara’ a te solo in questa casa, solo in mia presenza, senza mai nascordermi nulla.

Nella mia bocca una sola domanda: -Perche’?

-Lei ti vuole e io la considero da sempre mia protetta, nostra protetta, come ben sai, inoltre credo non ci possa essere uomo migliore per renderla donna completamente, la sua infanzia oramai e’ sgocciolata via.

Non lascero’ che se la cavi cosi’ a buon mercato con una verita’ incompleta: – Non ha risposto alla mia domanda.
Non e’ una frase di poco peso, la regola capitale tra di noi e’ che non e’ concessa la menzogna in nessun caso, in nessun modo, se necessario e’ accettato il silenzio. Bugie MAI.

- Soddisfa anche me, perche’ ho bisogno di perderti per averti, di vedere quello che sai dare a un’altra donna per sentire davvero tutto quello che dai a me. Lasciandoti cedere ti dichiari ancora piu’ mio. Come una cosa, cosi’ la mia brama ti desidera, non legato a me come un individuo ma mio come una cosa, come un oggetto inanimato. Da prestare, se e’ il caso.

- Ho sempre saputo quanto tu fossi una creatura dannata, e ne ho sempre tratto piacere. Ma tu Labbradilampone sai in quale inferno hai deciso di danzare?

Sorride a sentire il nome che le ho dato, come tutte le volte, ma non mi bacia : – Non credo di avere scelta, ti voglio, cosi’ ti avro’, e Irene mi piace da sempre e come sai risulta impossibile negoziare con lei.

- Ti eccita che lei sia li a guardarti sedurre il suo uomo. Piccola pervertita.
- Eccita anche te, o malvagio nipote.

Ecco malvagio mi mancava, ma credo sia l’aggettivo piu’ adatto a descrivermi e si, sono eccitato da lei sulla grande poltrona ben appoggiata allo schienale con la tazza di te tra le mani. Nipote, se solo sapessi Labbradilamponeche non sei altro, piccola golosa, se solo sapessi chi sono davvero. Tiro Giulia sulle mie ginocchia, ne bacio le labbra ne accarezzo il corpo sottile, il collo, il seno, le spalle, il ventre. Il ventre di una ballerina e’ qualcosa di unico, una sensazione che non sono in grado di destrivere, forza e leggerezza, perfezione.

Sciolgo il laccio dei suoi pantaloni, li sfilo, nulla sotto, spoglia spogliata
nuda
tra le mie braccia e sul mio grembo.

La stendo sul letto, con delicatezza, le porto le mani oltre le testa, incrociate, le blocco li con forza. E comincio il mio sporco lavoro, mentre Ire ci guarda e sorride. Credo che Lei sia il gatto di Lucifero, o qualcosa di molto vicino. Labbradilampone, quanto ti ho voluta, e quanto ti voglio, perche’ non sono un ipocrita, di sicuro un traditor dei parenti, di per certo un corruttore di minorenni adesso, ed anche un porco incestuoso per finire, ma non un ipocrita.
Dio, se e’ bello sentirla cosi’ viva e fremente, madida di piacere, il suo viso che esplode di sensazioni per lei mai provate.

Ore piu’ tardi stringo Ire nel letto, sembra tutto calmo, sembra dormire e quasi la odio per questo, per questa sua capacita’ innaturale di accettare eventi enormi dopo averli causati.
Ce l’ho con lei, con questo suo disporre di me come un oggetto, con il fatto che mi piace, che mi fa impazzire, con il suo organizzare freddamente la deflorazione della mia mezza sorella da parte di uno stronzo, con il suo stare li a guardare controluce in complice silenzio. Ce l’ho con lei perche’ e’ il mio specchio. Dunque le mordo la spalla da dietro, deciso, non troppo forte, solo qualche goccia di sangue nella bocca. Fingeva solo di dormire, si gira, mi schiaccia le spalle contro il letto, e mi scopa inferocita. All’inizio mi fa male, dopo tutta l’attivita’ del pomeriggio sono indolenzito, poi molto male quando e’ pronta ed aumenta la forza del suoi movimenti spingendo con le mani a pugno sul mio torace, e dopo comincia il piacere e il desiderio bruciante, la giro sul letto e comincio io. Con forza determinata le affondo dentro, ovunque. La possiedo.

Dopo.

- Ci voleva, era da un po’ che annegavamo in una specie di dolcezza.
- L’hai fatto apposta?
- Si. Innamorato sei insopportabile.

La stringo forte a me, imprigiondo i suoi seni con le mani e il suo corpo con le braccia.
- Lo so. Maledetta.

E cediamo all’oblio.bugie29  Bugie XV


Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Mi e’ arrivato il tuo mesaggio.

adesso e’ troppo, mi sono chiuso in ufficio.

adesso e’ troppo mentre alzo gli occhiali dal viso.

Non hai mai saputo il valore di quello che fai.

Mi hai dato molto piu’ di polvere e vuoto, io ricordo e ricordo bene, tenerezza e amore.

E cura, e attenzione.

No, non andava sempre tutto bene, ricordo anche questo.

C’era molto di buono, e l’infinita tenerezza di quando esausta ti addormentavi senza volerlo, e l’abbandono.

E i colloqui interminabili al telefono, e la tua fragilita’.

Perche’ io ricordo tutto il bene assieme anche al dolore, senza piu’ pesare ne l’uno ne l’altro. I bilanci io non li so proprio fare.

Ti voglio bene, Nievee.

Malessere e incompiutezza

Sempre piu’ spesso, e con sollievo, chiudo gli occhi e mi infilo nell’universo fatto solo di parole dove c’e’ Ire che aspetta morbida e Labbradilampone si consuma neli esercizi alla sbarra. Fuggo da questa mia solitudine mediocre cementata dalla pigrizia. non ho poi molto da dire su questa mia vita in cui i giorni si assomigliano tutti di delusioni inspessite e temprate dal loro ripetersi. Non e’ grande consolazione il sapere che mi basta poco, perche’ il paramentro di sufficienza e’ una sopravvivenza bestiale ed ottusa.

Sono anni che non produco qualcosa di bello, anni.

L’altra notte ho sognato Nievee, mi sono risvegliato con colpa, meritava di piu’ e con piu’ gioia, con piu’ leggerezza e meno brusche prese di posizione. So che non mi perdonera’ perche’ non perdona mai neanche se stessa. E mi addolora di un dolore che non serve a niente.

E’ la bellezza, la sua assenza nella mia vita, che mi sta spegnendo piano come un incendio di copertoni sotto la pioggia. Di me non resta che fumo, alla fine.

Penso spesso, la sera, alla fuga. L’ultima. (Si Etra, come facevi tu)

E il mare, li fuori, in pace.
Al mare non frega niente.

Bugie XIV

Oltre la cappa di luce artificiale ci sono le stelle in un cielo terso, lo so anche se non lo posso provare. La serata scorre quieta, la tempesta non c’è stata, solo le parole fragili di una donna dura fatta di assoluti perversi come è lei. Quella notte, dopo il pranzo con Lize, abbiamo parlato nel nostro letto, al buio, come da sempre, spalla contro spalla. Non mi aspettavo una lite, ma quasi certamente una serie di NO e di punti fermi, perchè nella sua nuova veste monogamica la immaginavo gelosa e possessiva. E invece…
e invece.
Mi ha incoraggiato con zia Giulia, e anche dell’altra questione sospesa abbiamo parlato a lungo, ma la narrazione indiretta non si addice a quel momento che sento come pietra d’angolo di questo nostro nuovo essere una coppia, lo schizzerò allora con le parole come fosse una scena di teatro.

Le persiane sono aperte, la poca luce della strada e delle altre case entra attraverso il vetro allagando di penombra il nostro letto, io e lei spalla a spalla con lo sguardo al soffitto rintanati sotto le coperte. Svegli di tutto il letto non ne occupiamo che il centro.

-Hai letto?
-Si, tutto. Due volte.
-Come ti sei sentita quando hai minacciato Lize?
-Limpida, ho fatto quello che era necessario.
-Necessario?
-Necessario per sopravvivere, per fa sopravvivere te, noi, per non perderti.
-Lo comprendo. Hai fatto bene.
-Non parlarmi di bene, è una parola che non ha alcun significato se esce dalla tua bocca, o dalla mia, lo sai. Il bene è utile nella quarta di copertina e nelle fiabe per bambini che si conformeranno. Tu puoi dire cose come ‘scopi bene’ o ‘cucini bene’, e basta.
-Allora mi correggo e dico solo che hai colto una necessità.
-Tu lo avresti fatto per me?
-Si, senza il minimo dubbio, non avrei lasciato che nessuno ti allontanasse da me.
-E la prima volta che sono stata con un altro, cosa hai provato?
-Fastidio, non preoccupazione, non provavi nulla per lui se non attrazione e curiosità. Volevi sapere cosa avresti provato con un altro ragazzo, se fisicamente sarebbe stata una cosa molto diversa. Non desideravi lui, desideravi qualcuno che non fosse me, tanto che non ti ricordi neanche il suo nome.
-Me lo ricordo il nome, si chiamava Luca.
-Ludovico, non Luca. Cosa hai provato tu la prima volta che sono scivolato dentro una ragazza che non eri tu?
-Io, ma niente, l’avrei uccisa e avrei decorato l’atrio di scuola con le sue interiore lavate nella sbianca, se fosse stato possibile senza troppe conseguenze.
-Tu sai che io non l’amavo ne cose del genere, lo sai benissimo, ne avevamo parlato prima. Eppure.
-Eppure tu eri mio e per la prima volta un’altra ti avrebbe dato piacere, un piacere che non prendevi da me. Questo mi faceva sentire il freddo, dentro.
-Mi dispiace, non avrei voluto farti stare male, e non ne è mai valsa la pena, non ho mai guadagnato neanche una frazione di quello che tu hai perso.
-La decisione la prendemmo insieme, di comune accordo, e fu buona visto che ora siamo qui, insieme, nel nostro letto. Dopo le prime non ho neanche più sofferto, anzi ero divertita, sapevo che non ci saremmo allontanati, che le avresti solo usate mentre loro cercavano di prendere spazio nella tua vita, di conquistare il tuo cuore e cambiarti in un bel principe, nel loro bel principe. Aspettavo il momento in cui le avrei trovate nascoste in bagno devastate dalla lacrime, di solito succedeva quando ti stancavi del giocattolo.
-Molto sicura di te, in tutto questo.
- «Molto sicura di te, maledetto mostro, avevo capito che non c’era spazio per un’altra donna nella tua vita perchè tu avevi deciso che non ci fosse spazio. Avevi me da sempre, crescevi la tua sorellina, e Giulia. E visto che zia Giulia l’ho sempre tenuta sotto controllo strettissimo l’unica vera minaccia era tua sorella Lize, ma fortunatamente ha scelto la via dell’integrazione e dell’abdicazione, si è tuffata nell’acqua stagnante che la circondava e tu hai cominciato a disprezzarla.
- «Sai che sei una vera, perfida, calcolatrice e determinata stronza, amore mio.» lo dico con un sorriso di ammirazione.
- «Mi hai chiamato AMORE.» fa stupita.
- «Si, credo proprio di averlo fatto.»
- «Prima mi dici -ti amo- mentre dormo, adesso mi chiami apertamente amore, c’è qualcosa che vuoi dirmi prima del ritorno di Cristo?, cosa che credo avverrà al massimo nei prossimi venti minuti visti gli avvenimenti.»
- «Sono innamorato di te Irene, dal giorno in cui ha centrato Teo lanciandogli uno di quei cubi giocattolo a circa dieci metri di distanza.»
- « E da quando lo sai?»
- «Da quando uno comincia a farsi domande sull’amore e altri sentimenti leggendari, lo sapevo già quella notte che ci siamo svegliati alle due per scambiarci le nostre verginità tappandoci la bocca»
- «Anche io sapevo di amarti, lo sapevo da quando hai cominciato a proteggermi dagli altri bambini, a ripararmi dalla pioggia, a portare la mia cartella quando era troppo pesante. Ti amavo come un fratello maggiore fino a che, con l’età, non ho cominciato a desiderarti in altro modo.»
- «Un fratello maggiore?»
- «Spiacente, niente attribuzione di figura paterna, di padre mi piace il mio così come è. Se quello che ti stai chiedendo è -ma tutte le mie sorelle, naturali od elettive che siano, non vogliono altro che scoparmi- la risposta è affermativa, come ben sai.»
- «Confortante.»
- «Non ti preoccupare, non ne hai altre.»
- «Che significa?»
- «Non ne hai altre di sorelle, siamo tre e adesso sai di tutte e tre, non sono previste ulteriori sorprese.»
- «Io ho scelto la mia preferita tanto tempo fa»
- «Sei un pigro, hai scelto la più forte, quella che è arrivata per prima, quella che è te, come tu sei me.»
- «Io ho scelto.»
- «E’ disgustoso questo fatto di parlare d’amore, so che a un certo punto sarebbe venuto fuori, tuttavia sentirti dire quella parola indirizzata a me… mi mette a disagio.»
- «Sarei d’accordo sul bandirla tra di noi, anche a me provoca disagio e orticaria, e tu sai quanto me ne sono fatto gioco di quella retorica rosa zucchero negli ultimi venti anni.»
- «Accordo ratificato. Passiamo al vero nocciolo della discussione, puoi tu scoparti le tue altre due sorelle? E’ questo che mi vuoi chiedere giusto?»
- «Ire sei una puttana.»
- «Ahhh, finalmente l’uomo con cui ho condiviso gli orgasmi per una vita, adesso ci siamo.»
- «Sai sempre esporre le questioni nella maniera più brutale e sordida.»
- «E’ un dono.»
- «Cosa devo fare con quelle due? Che tu stia incoraggiando zia Giulia non ho dubbi, e preferirei scoprissi le carte. Per Lize non so proprio, quello è un vero casino, Labbradilampone saprebbe gestire le faccenda in ogni caso ma Elisabetta non è in grado neanche di badare a se stessa.»
- «Non ucciderò Lize, non è più una mia avversaria, ho vinto su tutti i fronti. Ormai non c’è più modo di tornare indietro»
- «Vinto?»
- «Sei nel mio letto da più di quaranta giorni, commettiamo mattina, sera e notte peccati che non hanno neanche un nome, c’è poi il discorso di stasera, c’è tutta una vita passata insieme e anche il fatto che siamo cresciuti insieme. Che ci siamo cresciuti e educati. E che siamo due alieni, come ha gentilmente sottolineato la tua legittima sorellina bionda. Dove credi di poter andare, senza di me.»
- «Da nessuna parte, lo so.»
- «E allora la vincitrice, che poi sarei io, ha deciso che una divisione delle spoglie ragionevole può rendere la pace più solida e prospera.»
- «Mi sento un po’ un oggetto e un po’ Berlino.»
- «In effetti è Berlino che mi ha dato l’idea. Tu sei un oggetto, e ti è sempre piaciuto, sei un uomo, adori essere trattato come una proprietà di valore.»
- «Dove intendi quindi fare il muro?»
- «Una idea me la sono fatta, ma è ancora nebulosa, ti dico solo che so benissimo che i giorni riservati ti mancano, ci taravi sopra il tuo orologio interiore.»
- «Mi signora, maledetta subdola incestuosa troia, non vuoi darmi qualche dettaglio del tuo perfido piano per la conquista del mondo?»
Lei si gira verso di me, le brillano gli occhi, ha un sorriso inquietante che farebbe scappare lo stregatto, mi posa la mano sul volto e mi accarezza, poi mi stringei capelli forte nel pugno, e ce li tiene e mi tira verso il basso e verso di se.
- «Non voglio più sentire una parola da te stasera. Vedi di infilare quella lingua dentro di me fino a che non sparisce il sapore di quel verbo melenso.»

Lo fa apposta, per farmi arrabbiare, perchè io ribadisca con forza il possesso, il dominio e financo la primogenitura. Sa come ottenere quello che vuole da me senza ingannarmi mai ed è per questo che lei è l’unica con cui, dopo la furia del sesso, trovo la pace.
Senza arrocco.

bugie 12 3 500x500  Bugie XIV

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XIII

“Carla Bruni e la sua voce triste che riempie l’aria, Ire che la sopporta mentre cucina la cena, ha sposato il suo nano la bella Carla non solo bella. Una indossatrice che ce la fa finisce per creare scandalo, si rifiuta di finire nel cestino della storia a venti-ventidue anni. A cena io Irene e il colonnello, come è strano provare piacere per una cosa del genere, per una cena a casa, per l’estrema complessità dell’intimità domestica fatta di piccolissime sfumature. Stando qui mi rendo conto di quanto il disprezzo che provo per gli esseri di cui sono un derivato genetico mi abbia privato dei semplici piaceri di quella che la maggior parte della popolazione chiama famiglia. Oggi parlo così perchè ho ceduto all’irresistibile impulso di invitare a pranzo mia sorella, ed è stato piacevole. Poco è il tempo trascorso dal mio abbandono del paterno tetto eppure ad Elisabetta è bastato per intuire che qualcosa intorno a lei era cambiato, il suo ingombrante e socialmente spietato fratello non c’era più nei momenti in cui avendo un attacco di lucidità volesse parlare con qualcuno privo di inibizioni nei confronti della verità.

“… perché di brutto nel cercare la verità c’è il fatto che a volte la trovi, oltre ad essere sgradito ai ricevimenti.”

Adesso si direbbe party invece di ricevimento, ma questa frase antica rimane calzante in una borghesia venduta, colonizzata, corrotta e prostituita che poi rimane il mio habitat naturale per scelta e quello di mia sorella per incapacità all’evasione. Lize nella maggior parte del tempo è un pesce rosso incapace di vedere il vetro della boccia, non si rende conto che quei pochi litri in cui nuota non sono tutta l’acqua del pianeta, vive quello che c’è al di fuori del suo microcosmo fatato come se fosse un giro in un parco a tema. Ma quando è debole, quando è ferita, quando perde lo smalto della stronza calzediseta, mi piace mia sorella Lize con i suoi gesti di tenerezza spontanea e quel bisogno di essere rassicurata. Il suo bisogno di affetto sepolto ancora vivo sotto le arti seduttive imparate come un protocollo, e quell’indipendenza fasulla fondata su un atteggiamento dominante. Io che me la ricordo bambini so benissimo cosa c’è sotto, la vedo quella profonda insicurezza, quell’inadeguatezza al pensiero di tutto ciò che c’è fuori del suo acquario di piranha sorridenti, del fatto che esiste una vita senza la rete di sicurezza sotto ed è quella della maggior parte dei nostri concittadini.

Ire ha appena cambiato la lista sullo stereo e si sta vendicando a mezzo “bambole di pezza” che di per se non è una gran brutta vendetta.

E torno a Lize, alle sue spalle appuntite, ai suoi fianchi stretti, alla sua pelle fredda, alla paura instancabile che le genera la sua pochezza. Era una bambina bellissima, la più bella che io abbia mai visto, persino più di Ire, ed era curiosa come un missile antiradar, sempre li a fare domande attaccata ai miei pantaloni, perchè il nostro comune genitore non è che desse molte risposte il poco tempo che passava a casa. No, non è che lei sia intelligente, ho solo detto che era una bambina curiosa che cercava un rapporto coi grandi senza trovarlo ed aveva come unico punto di riferimento un fratello cinico e perverso legato a una ragazzina di cui aveva una paura fottuta. Si perchè Lize è terrorizzata da Irene, ed a un livello così profondo che se mi sente il suo odore addosso va in paranoia e trema. Questo mi lascia indifferente, non ho mai desiderato che avessero alcun tipo di rapporto, mia sorella è in grado forse di reggere le piccole dosi di realtà che le somministro ma esposta a me ed Ire insieme non durerebbe neanche una miccia corta. Allora io stamattina l’ho chiamata, ho prenotato un tavolo al circolo dove tutti sono convinti che io sia il figlio del colonnello e Ire mia sorella al punto che sulla mia tessera c’è il cognome di Irene, e mi sono fatto una lunga doccia stando lontano dal bagnoschiuma e dagli asciugamani della mia amante.

Cazzo, non saper come definire Ire adesso che mi è presa questa cattiva abitudine dello scrivere mi infastidisce oltremodo, perchè se penso a lei è con il suo nome o molto più spesso con il suo corpo, le definizioni sono fatte un tantino da normosociali e non ce n’è una adatta a noi, potrebbe solo essere la mia simbionte ma non lo vedo proprio un appellativo elegante.

Chiusa la parentesi antilinguistica torno a fermare questo pranzo in parole scritte sull’acqua; sotto casa dei miei l’aspettavo con il consueto anticipo di chi trova oltremodo perfido il traffico di Roma, era uno di quei momenti in cui mi sentivo nella elegante posizione della palina incastrata nel flipper, e lei arriva perfetta, vestita da giorno in un panna senza tempo e la sciarpa di seta terra bruciata che le ho regalato a natale di… parecchi natali fa visto che allora aveva quindici anni. Lì per li ho pensato che stesse tramando qualcosa, poi mi sono riavuto prendendo atto che non ha le capacità per tramare alcun tipo di congiura, e ho trovato la cosa non poetica ma… affettuosa ecco, la parola giusta è affettuosa, un gesto di affetto e riconoscenza del dono e del legame che crea. Esco dall’auto e le apro lo sportello mentre sopraggiunge, lei posa la mano sulla mia e mi bacia leggermente sulle labbra, io mi ritrovo a farla accomodare e chiudere con grazia lo sportello avendo le sopracciglia praticamente dietro la nuca. Dire che il gesto mi ha stupito non è superfluo ma abominevolmente riduttivo. Mi siedo e accendo il motore, le do il benvenuto, le si gira verso di me e mi fissa, e si rende conto di aver messo il pilota automatico prima del decollo, anche le sue sopracciglia finiscono oltre l’attaccatura dei suoi splendidi capelli biondi, partiamo. Non si scusa, non ce n’è motivo, elimina l’accaduto col semplice gesto di allacciarsi la cintura, e parliamo di queste feste passate, del mese di dicembre, dei regali, di mamma e di papà, insomma di stronzate mediamente neutre come mi aspettavo. Prima volta per mia sorella al club e rimane colpita, impressionata anche, perchè lei è abituata al lusso nuovo, frequenta un benessere solido ma recente, mentre qui si trova davanti a parecchi secoli di buon gusto che hanno accumulato esperienza e non hanno più niente da dimostrare. La ricchezza antica, in una città come Roma, affonda le radici molto indietro nel tempo, non nei tempi dei nonni ma nella fine del primo impero. Il club è un angolo di città rigidamente chiuso e ben difeso, non posso dire di amarlo ma ne subisco il fascino, è un universo esclusivo che valuta il talento e l’arguzia premiandoli e valorizzandoli con coraggio ma soprattutto con leggerezza. E’ un ambiente informale, dove regna lo scherzo, il riso, la battuta feroce ed anche la discussione accesa, si allenta la cravatta o la si sfila proprio e si accetta con piacere la pacca sulla spalla, dove non si vince ne si perde ma si gioca sempre e comunque. Lize si sente fuori dal suo acquario, vedo la sua faccia da branchie che filtrano acqua nuova, ma non è così fuoriluogo da entrare nella modalità parco a tema, l’accompagno al guardaroba dove lei lascia la giacca, i guanti e quella sciarpa su cui ancora sto rimuginando, ed io mi libero di giacca, portafoglio, chiavi varie e del dannato telefono. Lize sgrana gli occhi quando mi vede consegnare il portafogli, la faccia è tipo: acqua ancora più nuova, decisamente no piccola borghesia, quasi minerale frizzante. Il mio adorabile pesciolino rosso me lo porto a prendere un aperitivo nella sala piccola, è ancora un po’ presto per il pranzo e mi va di sedermi su un divano con questa sorella che negli ultimi tre anni ho dato sempre per scontata, come la pioggia. Beve piano il prosecco, a piccoli sorsi, sa che non regge l’alcool e vuole una scusa per dire quello che ha da dire, senza prendersi la responsabilità di averlo fatto.

-”Mi manchi. Sono sempre triste. Adesso ho smesso con le medicine e sto cercando di smettere pure il resto. Mi sento tanto sola.”

No, non mi aspettavo nulla del genere, è una bambina di dodici anni che piange perchè si sente sola, perchè il mondo è tutto sbagliato, perchè nessuno la vuole. E’ la bambina di dodici anni per cui scostavo l’orlo delle coperte e allargavo le braccia per consolarla e coccolarla fino a quando non si addormentava nel letto sbagliato, e i miei non se ne accorgevano neanche. Ed io non so che dire, che lei il dono della sintesi lo usa solo quando devi tirare fuori un periodo di quelli letali come quello qui sopra, e allora me la porto a sedere di traverso sulle ginocchia e l’abbraccio, e lei porta la testa sulla spalla e si nasconde dietro i capelli lunghi, sento il colletto della mia camicia bagnarsi di lacrime e rimmell, qui nessuno farà domande ma Ire, a lei devo una spiegazione già da ora.

-”Lo so, non te l’ho mai detto, ma tornavo a casa e c’eri tu, se tutto andava male almeno c’eri tu. Anche se sparivi per qualche notte ero sicura che saresti tornato, che ti avrei incrociato la mattina in cucina, che se tornavo a pezzi qualcuno si sarebbe affacciato dalla porta della stanza.”

-”E il tuo ragazzo?”

-”Lui, lui non capisce, e poi non parliamo di queste cose, non lo voglio vedere quando sto così, non lo voglio intorno, e lui non mi cerca.”

-”Tu non lo ami, e lui non ama te.”

-”Pensi che sia così? Davvero?”

Oddio, le voglio bene, me la ricordo bambina, avercela sulle gambe che mi respirava sul collo mi ha fatto venire un’erezione, ma mia sorella è davvero stupida come un amplificatore a valvole sovietico. Non ci sono speranze.

-”Senti, tu mi conosci, io sono la persona meno attendibile circa le faccende di cuore di tutta la civiltà occidentale, ma se questo è amore allora è ben poca cosa rispetto ad una forma solida di amicizia.”

-”Dovrei lasciarlo?”

-”Credo che per il bene dell’umanità dovresti sterilizzarlo quel viscido. Comunque lo puoi sapere solo tu se ti fa bene o no stare con lui. Da quello che mi dici non è una persona a cui senti di poterti appoggiare, ne ti da alcuna sicurezza emotiva, magari ti da altro.”

-”Altro?”

A questo punto la bacio su una guancia e la abbraccio, perchè quando la stupidità dilaga nel candore io mi sento fuoriluogo come una ciliegia in un martini.

-”Il sesso Liz, IL SESSO.”

-”Che c’entra il sesso, stiamo insieme e facciamo l’amore quando ci va, come tutti, ma non è che penso a quello se penso a stare o non stare con lui.”

Oddio, ho bisogno di una vodka liscia ghiacciata doppia, possibilmente endovena. Come sospettavo mia sorella scopa per dovere, passione zero. Ovvero mia sorella non ha mai avuto a che fare coi demoni della carne e della lussuria. Oddio mia sorella è vergine, non tecnicamente sia chiaro, la verginità l’ha persa a quindici anni e ho saputo tutto nei particolari da lei un paio di giorni dopo, ma una che parla così non sa cosa sia il DESIDERIO.

-”Hai mai avuto un orgasmo con lui?“  Anche io se voglio ho il dono della sintesi.

-”Una volta, mentre lo facevamo nella mia stanza, casa doveva essere vuota e invece ti ho sentito rientrare, ero brilla, eravamo al buio, ti sentivo parlare al cellulare in coridoioi che facevi avanti e indietro. Ero tesa e sono esplosa.”

-”Io non ricordo nulla, ne gemiti ne esplosioni, sarò stato distratto.”

-”Sarai tornato a casa dopo esserti fatto qualche ragazzina.”

“Risposta acida e pungente pronta, tubo quattro allagato signore.” E invece no, non la voglio silurare questa sorella mia che mi parla di se e dei suoi problemi. Che vuole smettere di fuggire nelle pillole, nella polvere, nel ragazzo giusto che non ama e non desidera.

-”Probabile. E forse mi ero anche discretamente divertito.”

-”Anche io che credi.”

-”Con tuo fratello che faceva avanti e indietro in coridoio?”

-”Si, mi vergogno, ma mi ha eccitato sapere che c’eri tu che mi potevi sentire.”

Stavolta la ragazza mi stupisce, non sarà geniale ma anche lei ha le sue sorprese nascoste.

-”E cos’altro ti eccita?”

Lei diventa rossa e sta per parlare quando le poso un dito sulla bocca e le dico che è ora di sederci a tavola per il pranzo, nel club ci sono quattro sale piccole, una grande, la terrazza e una piccolissima. Avevo prenotato per la grande ma appena mi vede la direttrice di sala mi “ricorda” che se desidero cambiare idea ha fatto apparecchiare anche il tavolo in una delle sale piccole, la sala tattica così chiamata per via delle mappe che ricoprono le pareti, sperando di fare cosa gradita. Accetto immediatamente il consiglio ringraziandola, lei mi sorride pensando di avermi per una volta scoperto con la mia ragazza. Chissà come la prenderebbe se sapesse che quella che crede mia sorella è la mia donna e mi possiede almeno tutte le sere e invece colei che immagina come mia fidanzata è in vero mia congiunta. Spero di non dileguare mai questo dubbio, perchè mi diverte incastrarmi con i suoi congiuntivi.

Ordino per entrambi senza dare a Lize alcuna voce in capitolo, questo è un piccolo mondo antico e splendidamente maschilista, poi riprendo la parola con lei.

-”Adesso rispondi alla mia domanda. Cos’altro ti eccita?”

-”I video di te e Irene.”

Qui sgrano gli occhi sul serio, i video di me e Irene? Come li ha trovati? Cazzo ecco chi ha preso il disco estraibile tre anni fa, da quel momento in poi ho sempre blindato tutto di cifratura. Adesso devo rimanere freddo e vedere dove si arriva, credo di intuire cosa ci sia tra mia sorella Lize e Ire, e comincio a trovarmi un filo in mezzo tra tutte queste sorelle e sorellastre.

-”Poi?”

-”E poi il vederti girare per casa stropicciato, pantaloni e camicia, quando rientravi dalle tue scopate in giro.”

Scopate ha un suono strano nella sua bocca, un suono piatto di parola incompresa.

-”Lo so che c’è dell’altro, e che lo stai tenendo indietro.”

-”Beh, soprattutto, pensare a quando mi infilavo nel tuo letto e mi stringevi e mi ti schiacciavo addosso. Soprattutto le ultime volte quando ti addormentavi e mi contenevi il seno con la mano.”

E’ una cosa che ho sempre fatto con Ire, è il nostro modo di dormire da quando le è cominciato a crescere il seno. Che lo facessi con mia sorella non lo sapevo, non me ne ero mai accorto, ma dormendo più spesso con Ire che con lei non lo trovo ne strano ne improbabile.

-”Ti eccitavi a infilarti nel mio letto?”

-”Si, sempre, da quando ero piccola, era una cosa che non si doveva fare, e poi mi faceva sentire voluta e protetta. Poi crescendo sai, tu eri forte eri strano eri una specie di alieno, tutti avevano paura di te a scuola, e papà e mamma avevano timore di te a casa e ti giravano allargo, tu e Lei eravate una specie a parte, come due divinità cadute e maledette. Avevate addosso quell’odore di incolmabile diversità. Sai quando si dice “gli altri” per indicare il resto del mondo, beh a scuola si diceva L’ALTRO per indicare te e L’ALTRA per indicare Irene.”

-”Perchè a un certo punto hai smesso con le tue incursioni notturne allora, se ti eccitavano tanto?”

-”Perché Irene ha detto che mi avrebbe ucciso, e che sarebbe sembrato a tutti un incidente, o magari un suicidio per amore di una adolescente non troppo brillante e influenzabile. Se mi fossi infilata un altra volta di notte nel tuo letto sarebbe stata l’ultima, così mi ha detto. Io le ho creduto.” lo dice con un sussurro, tutto d’un fiato.

E le credo anche io, perché ci vedo benissimo Ire dietro a delle frasi del genere, ci vedo benissimo una Ire che non può dividere tutto il tempo con me e che vede una ragazzina che invece può infilarsi a piacimento sotto le mie coperte. Oh lo avrei fatto anche io sia chiaro, perchè amanti che vanno e vengono passino pure, ma un ragazzo che vive nella sua casa e le si infila sotto le coperte subdolamente, che è suo fratello, io gli avrei rimboccato la lapide.

-”E dopo cosa hai fatto?”

-”Sono stata lontana da te e dall’ALTRA quanto possibile, mi sono fatta una vita mia bene o male. Da persona normale. A una certa età i desideri di questo tipo dovrebbero passare, soprattutto se scopri che alla fine i ragazzi sono tutti uguali.”

-”Davvero?” lo dico col tono piu’ sarcarsticamente stupito possibile.

-”No. Mi masturbo sui video di te e lei, anche se li ho visti tante volte vado a fuoco in un attimo.”

Quasi mi strozzo con le mie penne, l’idea di mia sorella che si masturba guardando un video di me ed Irene nella sua camera da principessina bene mi appare perversa oltremisura. Non è una cima la ragazza, lo so, ma hai dei lati interessanti che mai ho immaginato neanche quando ero io a fantasticare su di lei. E l’ho fatto.

-”Provi desiderio nei miei confronti?”

Diventa genuinamente rosso scuro, un peperone con il mascara sciolto, e non so come faccia visto che un attimo fa dava dettagli sulle sue fantasie masturbatorie tra un boccone e un altro in scioltezza.

-”Si, ti desidero, come ho desiderato fossi tu il primo quando avevo tredici anni e ho aspettato un altro anno dopo l’ultimatum dell’ALTRA. Ti voglio ancora. Ed ho paura di lei, ancora.”

-”Fai bene ad aver paura di lei. Tu commetteresti un incesto con tuo fratello?”

-”Con mio fratello, che mi ha fatto da padre, da amico, e che mi faceva giocare quando ero bambina, e mi metteva i cerotti, e mi consolava quando piangevo, e mi faceva il regalo più bello tutti i natali. Si.”

-”E non pensi alle conseguenze? Alla gente? A mamma e papà se lo venissero a sapere?”

-”Quali conseguenze, tanto sarei morta. E come hai sempre detto tu “ai morti non importa nulla”.”

La logica è stringente, oddio prende la minaccia di Ire come una legge della fisica, ma non si può dire che ha torto, messa come la mette lei l’unica conseguenza è la morte.

-”Come hai trovato il coraggio di dirmi tutto questo? Hai tirato su la polvere stamattina?”

-”Avrei voluto, pensavo mi sarebbe servita per provare a toccarti, ma non l’ho fatto perchè so che mi avresti disprezzata. “sorella Ipodose””

-”Che è questa storia di Sorella Ipodose?”

Oddio sto sudando freddo, cazzo la storia di zia giulia, no non può sapere tutto. Non ci credo.

-”Ho letto quel file, era sul tuo computer quando sei tornato a sistemare internet che non andava, avevi lasciato lo schermo sbloccato mente telefonavi a LEI.”

Mi sento meglio, ha letto solo una vecchia bozza, tutto ok.

-”E ti ci sei vista dentro?”

-”Fratello, vaffanculo, lo so che sono una mediocre, lo capisco benissimo anche da sola tanto e’ evidente, ma sentirsi etichettare come una tossica stupida come un….. uno stereo russo o qualcosa del genere. Mi ha fatto male. Ti ho odiato sai, stronzo. Ma poi te ne sei andato, e non ti trovavo più la mattina in cucina che mi versavi il caffè e mi sorridevi mentre ero intontita dalle pillole…”

Come un fiume in piena non si ferma più.

-”E io ne prendevo altre, e altre ancora e quando te ne sei andato sempre di più, pillole per dormire e per non stare male e coca per svegliarmi e divertirmi. Pillole e coca, pillole e coca, e il mio ragazzo me la stendeva  volentieri la neve perchè sapeva che dopo ero su di giri, perchè dopo gliela avrei data, come si dice qui a Roma.”

-”E adesso hai smesso così di botto? Non ci credo.”

-”Hai presente la doppia settimana bianca prima di natale, non ero a sciare a Gstad, ero in clinica a Losanna a disintossicarmi con non so quali veleni che gocciolavano dalle flebo, ha pagato tutto il nonno. Ha detto che era felice di mandarmi in svizzera per questo e non per un aborto, e sembrava felice davvero. E’ sempre stato strano il nonno.”

E non sai quanto, ma non te lo posso proprio dire.

-”Tentazione di ricominciare?”

-”A volte, ma la sento la differenza, e anche se sto male come un cane e mi sento triste è meglio che non sentire niente. Quando avevo quella roba dentro non mi fregava niente neanche di te, anzi ti odiavo, mi facevi solo rabbia.”

-”Cosa farai adesso?”

-”Non lo so, stavolta davvero non lo so. Non sono una che sa sempre cosa fare come te, una che cade sempre in piedi. Io cado e basta.”

Le stringo la mano e rimango in silenzio.

Ho una questione in sospeso con mia zia Giulia a questo punto, e qualcosa da discutere con Ire.

E con questo animo me ne sto qui a scrivere per poterlo fare leggere a lei dopo cena. All’ALTRA.

Mi piace questo modo di chiamarla, ma non so se a lei sarà gradito.

La mia puttana assassina, la mia donna,

l’altro battente della porta dell’inferno.

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Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Occhi chiusi verso sud

Dormire il pomeriggio ha il sapore del lusso, del peccato. Che io mi senta ricco adesso, baciato dalla fortuna persino, per quelle quattro ore di sonno con la luce ancora nel cielo, mi fa riflettere molto sui meccanismi implacabili e sciocchi che governano la mia vita. Forse un anno che non dormo di giorno, che non passo tutta una notte a leggere, un anno che mi adeguo all’organizzazione del tempo comune agli altri umani. La giornata del villaggio, con i suoi riti idioti e le sue sciocche vuote abitudini. Un anno passato a vivere tra le bestie uomo, animale umano anche io, schiavo anche io della comoda coazione a ripetere.

E lo schifo che mi provoca, tracima da me.

Una notte a leggere, un pomeriggio a sognare, fuorifase e stonato: torno l’imperfetto scheggiato specchio in cui si riflette dio.

Il conformismo è l’unico peccato mortale.

Saya porta la spada. in un tubo. da disegno

Inventario è sofferenza, il rumore delle cose riga per riga e prezzo per prezzo.

Pensavo tornando in macchina che qualcosa come

e puoi maledire la tu bocca

se per sbaglio mi chiama, quando lui ti tocca

posso cantarla con tutta la passione e rabbia di questo mondo eppure non sarà mai mia.

Io so, che nessuna bocca, dirà per sbaglio il mio nome in un altro letto stanotte.

Io so.

La mia miseria è questo.