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Archive for February, 2010

Bugie XXXV

A casa, Labbradilampone stesa sul divano  con la testa sulle mie ginocchia come il gatto, io che la accarezzo distrattamente e ogni tanto la bacio, una ragazzina da compagnia che fa le fusa, Irene sulla poltrona che legge e ogni tanto lancia uno sguardo per vedere se la sua cucciola prende iniziative inopportune, una tranquilla serata insomma.

«Mi ha detto che mi ama.»
«Tutti ti amiamo incondizionatamente.» lo dice con aria annoiata, canzonatoria.
«Mia sorella mi ha detto che mi ama, stamattina.»
«Vedi che era meglio se dormivi con me, io non sono così molesta la domenica mattina»
«Non ti fa nessun effetto?»
«E’ una vita che so che tua sorella ti ama, qualsiasi effetto di questo è svanito negli ultimi grossomodo quattordici anni.»
«Quindi io sono l’unico a trovarlo emotivamente intenso come fatto?»
Labbradilampone mi guarda e fa un si con la testa che è un esercizio di sarcasmo mimico.
«Non l’ho chiesto a te puttanella, e vedi di riempirti la bocca col mio uccello prima che ti metta nei guai di nuovo». Entusiasta si gira e comincia ad aprirmi la lampo, sa benissimo cosa deve fare: la bravissima bambina di di papà.
«Anche io l’amo.»
«Hai l’uccello nella bocca di una sedicenne, davanti alla tua donna, e stai affermando di esserti innamorato di tua sorella…»
«Si, il quadro mi pare preciso.»
«Tu non vai da nessuna parte, dove lo trovo un altro così.»
«Ti diverte? non sto scherzando…»
«Si. Mi diverte. Si. Sei serio quando dici che ami tua sorella minore. Dato che lo vuoi sapere a me va bene, sono felice che provi nuovamente qualcosa per lei e no non intendo interferire fino a che tu vivrai qui con me e lei sarà un’amante con cui ogni tanto passi la notte.»
«Non ho mai neanche pensato di metterti in secondo piano…» mi interrompe.
«So benissimo anche questo, che il nodo tra di noi è indissolubile, e che tra me e lei sarò sempre io a vincere perchè tu mi farai vincere. Proprio per questo vi concedo l’uno all’altra, certa della tua lealtà»
«Stanotte l’abbiamo fatto nella mia stanza, nel mio letto, sotto la coperta che mi» Mi interrompe con tono brusco, voce alta tanto che Giulia si blocca col mio cazzo piantato tra le tonsille e fa finta di non esistere immobile, deve essere il tono della punizione.
«NON VOGLIO SAPERE I PARTICOLARI. CAZZO. MAI. e piantatela di scopare sotto la coperta che ho fatto a mano per te.»
«Scusa, vieni qui e dammi un bacio» Arriva e si siede sul bracciolo del divano, ci scambiamo un bel po’ di saliva, accarezza la testa della ragazzina per un paio di minuti mentre guida il suo movimento, poi se ne torna sulla poltrona mentre io alzo lo sguardo al cielo e penso a Lize, a stamattina,  e a quanto è diventata brava Giulia nel succhiarmi l’uccello.

Una tranquilla domenica sera, in cui mi faccio un po’ paura da solo.

Stanotte Ire a letto mi disassembla, lo so, stringe il libro con ferocia.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXIV

C’è chi implora per il sesso, chi è costretto a pregare, chi a sprecare o a dimostrare, chi a offrire in sacrificio, a me basta bussare a una porta il sabato sera e questo è sufficiente a fare di me un personaggio di fantasia. E’ il vostro mondo ad essere ridicolmente complicato, il vostro approccio all’eros visto da fuori sembra costruito sui deliri di un paranoico, roba da chiodi e dai chiodi su una croce infatti nasce.

Sabato sera, teatro sul serio stavolta, Lize di un fascino irresistibile, quando nell’atrio si accostano durante l’intervallo tra gli atti per salutare presento con piacere mia sorella a conoscenti stupiti che tengano ad esprimere come sia fortunato ad averne due e di tale avvenenza ed eleganza, che mio padre ne deve essere proprio fiero. Ah, la Roma bene, non potrei vivere senza lo ammetto, sempre una boccata di fresca ipocrisia, un’aria diversa da quella che respiro in casa e per questo a suo modo preziosa. All’inizio del secondo atto le chiarisco che chiunque parli della mia altra sorella sta accennando a Irene, lei non mette neanche il broncio anzi sorride, strana femmina.

Dopo andiamo a cena, tardissimo, in un bistrot che è nella sua anima un’osteria per abbienti di romanissima cucina, il locale gode nel mascherarsi un po’ da bettola. La carta dei vini italiani è lunga come mezzo messale. Lize mangia con appetito, cosa insolita, e gradisce le forchettate di assaggio che le imbocco dai miei piatti, o forse è il gesto di dischiudere la bocca in pubblico per la forchetta tesa dalla mia mano che le piace. Finito di introdurre in lei cibo filiamo dai nostri genitori, in me prepotente il pensiero di introdurre in lei altro, è tardi, il nuovo giorno pare appena nato. Roma a notte fonda è di una bellezza abbandonata, fare apposta via dei fori imperiali per ammirarla vuota che scorre al di là del vetro, portarmi la sua mano al viso e baciarne il dorso.

Di fretta fino alle nostre stanze, la porta nel corridoio sbarrata, la mia bocca che si avventa sulla sua, la trascino sul mio letto, nudi di urgenza, pelle contro pelle. Lize è i capezzoli rosa del suo seno perfetto sotto la mia lingua, è il suo tronco proporzionato da modella d’arte, è le sue gambe lisce e longilinee, è mia sorella minore nel mio letto mentre di là dormono ignari i nostri genitori.

Quest’ultimo pensiero, quello che potevamo essere un tempo e che siamo ora, che mi eccita stanotte, il desiderio che brucia di tornare quei due ragazzini almeno fino all’alba.
«Facciamo l’amore di nascosto, senza farci scoprire da mamma e papà.»
«Si. ti prego.»
Ha parlato, dovrei vestirmi ed andarmene, dovrei punirla nella maniera più crudele, dovrei. Ma vaffanculo il dovere, stanotte ha dodici anni lei, è millenni prima del patto che le ho imposto, e adesso non  è più neanche quello che era quella mattina nella casa del Circeo, adesso è la mia piccola elfa con le orecchie che spuntano anche se non le vedo più, la mia sorellina.

E’ un amore dolce, un cullarsi lento mentre lei mi da la schiena e io l’abbraccio, le carezzo il ventre, le gambe. Mentre le bacio le spalle e il collo. Mentre faccio scoprire il sesso alla mia sorellina. Mentre Elisabetta perde la sua verginità. E non mi venite a dire che scopiamo come animali da un bel po’, è un’obbiezione stupida per questa notte, per questo viaggio nel passato. Lize si prende il diritto di riparare gli errori nella sua vita e stanotte perde la sua verginità donandola a suo fratello maggiore, nel letto di lui, con mamma e papà che non li debbono scoprire.

E io mi ritrovo ad amarla così come amavo la mia perduta sorellina, con la differenza del mio uccello piantato per tutta la sua lunghezza dentro un corpo di donna meraviglioso e pieno. Muovendoci appena ci mettiamo un’eternità ad arrivare all’orgasmo, profondo e sconvolgente, che ci porta il sonno.

Le persiane aperte invadono la stanza di luce, in quel lago me e Lize abbracciati tanto stretti sotto la coperta che il mio cazzo non è neanche riuscito a sgusciare fuori di lei, lo sente crescere nell’erezione mattutina e muove un po’ il bacino riempiendomi di brividi. Cristo se Lize adesso sa scopare, golosa anche nel dormiveglia. Aspetto che sia del tutto sveglia, cosa che diventa evidente quando le metto una mano tra le gambe e comincio ad accarezzarla mentre spingo lentamente e affondo dentro di lei, senza smette le sussurro nell’orecchio: «Ieri notte hai parlato.» Diventa un blocco di muscoli contratti, panico immobile, il suoi muscoli vaginali mi stringono in una morsa l’uccello e devo fermare il movimento per non farmi male. Panico. Le afferro i seni con gentilezza, con le mani a coppa, le bacio dolcemente il collo ancora e ancora. Si scioglie come il gelato sul cono di un bambino distratto, diventa liquida, trabocca dagli occhi piangendo, io riprendo a fotterla lentamente, profondamente. Vado avanti a lungo, piacere senza finale, non la sopporto così persa, come se fosse l’ultimo giorno della sua vita. E’ il primo, la mia sorellina mi è stata restituita, ed io provo solo affetto, un amore generoso e sconfinato per Lize.

«Non me ne andrò, e tu potrai parlare quando vorrai. Non ho intenzione di lasciarti al tuo destino.» Lei si gira verso di me, guardarmi in faccia deve essere più importante di ogni altra cosa perchè lascia che il mio uccello esca da lei per mettersi petto contro petto, fronte contro fronte, prima smarrita, poi sollevata, infine felice di gioia infantile mentre mi riempie il viso di piccoli rapidi bacetti.
«Hai qualcosa da dirmi adesso che puoi?» dalla mia bocca con voce dolce.
«Ti amo.» Questa è la volta che non mi sembra per niente melenso ne affettato.
«Anche io, da stanotte.» Lei non risponde lei non dice più nulla mi abbraccia e nasconde il viso sotto il mio mento.
«Non parli più?» la sento che squote la testa per il no.
«Vuoi che funzioni come prima?» si, ancora con la testa, come sempre.
Pescerosso.
«Pescerosso però ricordati che adesso se vuoi puoi parlare, che non ti abbandonerò perchè lo hai fatto, ne perchè mi hai detto di no a qualcosa, da ora esiste il tuo volere. D’accordo?»
-Si-
«Quando non vorrai qualcosa mi dirai di NO?»
-No- e non credo di aver interpretato male il movimenti dei suoi capelli contro gli spuntoni della mia barba.
«Ti piace Pescerosso come vocativo?
-Si- e mi accarezza la guancia.
«Hai deciso che comunque e a qualsiasi costo ti sottometterai al mio volere?»
«Si, io sono tua.» Lo pronuncia con una voce piena e calda, da donna, come non mi era mai capitato di sentirle in bocca. E so che è anche l’ultima cosa che dirà per oggi, anche perchè non faccio a tempo a stendermi sulla schiena che mi è sopra, si infila il mio cazzo semieretto dentro e comincia a scoparmi, a scoparsi,  sempre più forte. Mentre io devo disperatamente andare la bagno. E so benissimo che non verrà in fretta, ha pianto, e le donne che hanno appena pianto te lo fanno sudare l’orgasmo. Dio che belle le sue tette che fanno su e giù, da farne un quadro o perlomeno una fotografia tutta mossa: in bianco e nero graffiato.

Lize, Lize, Lize, ti prego spingi un po’ di meno altrimenti facciamo un guaio e altro che ragazzini a letto, qui si torna all’infanzia precoce. Ce la farò, ce la farò, CE LA FARO’!

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXIII

Il buono dello schermo a cristalli liquidi è che non causa lo stress da pagina bianca, se mi fermo più di cinque minuti le modelle nude di Gabriele Rigon prendono possesso del monitor alternandosi ordinate in dissolvenza da venti secondi. Venerdì sera e batto sui tasti mentre Ire e la sua ninfetta si occupano della tavola e del rassetto per la cena, salvataggio dati e trasferimento oltre l’orizzonte come vuole la fine di ogni settimana, devo trovarmi qualcosa da fare perchè la noia peggiora le mie inclinazioni. Labbradilampone euforica pretendeva il suo orgasmo già all’uscita di scuola e la cosa mi ha inusualmente indispettito facendole meritare una punizione sproporzionata che ora ho il dovere di scrivere in dettaglio per potermi ricordare di cosa succede quando esagero.

Entriamo a casa mano nella mano, porta chiusa col suo scatto e click, sculacciata forte che non si aspetta, si volta occhi enormi mentre un ahio silenzioso taglia le sue labbra viola e sottili: «Fila a spogliarti, puttanella.» Ire e il suo quinto giorno corto sono già in cucina a mettere in frigo la spesa, li raggiungo felice di impossessarmi dei suoi seni da dietro mentre mi si struscia addosso, il suo collo sotto i miei denti, oggi ho voglia solo di lei anche se sono in prestito. Giulia arriva di corsa, inelegantemente, mi si lancia addosso, cerca la mia bocca con la sua, mi irrita.
«Signorina, pare che nessuno riesca a insegnarti come ci si debba comportare, basta che si allenti il laccio una settimana che ti dimostri una cucciola screanzata.»
Non se lo aspettava, il mio tono freddo è come lo schiaffo di un padre senza preavviso, lei si ritrae.
«NON. MUOVERTI.» La fisso e decido sul da farsi, su come punirla in maniera che se ne ricordi e allo stesso tempo facendo in modo che la cosa mi soddisfi. Deve essere in cucina, il luogo della punizione educativa, deve essere alla presenza di Irene e non deve trarne il piacere del contatto. Impersonale.
«Stenditi con la schiena sul tavolo e afferrati le caviglie.» La lascio così spalancata sul tavolo liscio di pietra scura mentre vado a procurarmi i miei gerli nella borsa da barca, il più lentamente possibile. Giulia aspetta, Irene comincia a tagliare la cipolla per sugo, Giulia aspetta, la sua fica glabra e lucida in mostra. Senza cermonie la lego quattro volte, polso-caviglia, polso-caviglia, ginocchio gamba del tavolo, anche l’altro, spalancata, apro la dispensa e prendo due rulli di pellicola elettrostatica di quelli belli lunghi e la imbozzolo al tavolo. Dalla vita al collo la comprimo contro il tavolo un giro dopo l’altro, sopra la sua pancia poi sotto la struttura del mobile poi sopra di lei ancora tirando bene, ancora, ancora, finito un rullo comincio col secondo, il suo petto compresso in trasparenza con i capezzoli schiacciati, il suo addome piatto, finito l’allestimento mi metto a guardarla: appetitosa che pare un’ostrica rosa e turgida, tra le sue gambe una pozza di umori che cola sul piano nero. Puttanella.
« Ire, amore, mi passi un secchiello con ghiaccio bagnato.» Lei esegue, vaso d’argento, dispenser del ghiaccio in cubetti, un bicchiere di minerale gelata sopra, agita il tutto e lo lascia sul bordo del tavolo  vicino alla testa della ragazzina. Prendo un cubetto e le bagno il contorno del viso, le labbra, lei cerca di succhiarlo, glielo caccio in gola e le spingo con fermezza il mento verso l’alto, sente il freddo ma non è gran cosa. Non ancora. Con l’elegante cestello sottobraccio mi posiziono tra le sue coscie, mi vede bene, mi fissa, prendo un cubetto e lo infilo nella sua fica con convinzione, nessuna brutalità mi limito a spigere con le dita gradualmente fino a che non è dentro. Urla. Un altro lo segue, poi un terzo, un primo nel suo sfintere e continuo fino a quando il cestello è vuoto, l’acqua fredda esce dai suoi buchi per allagare il tavolo e colare sul pavimento. Grida, inspira, grida grida, inspira, espira, grida, la casa è insonorizzata, Giulia ha una bella voce femminile quando sforza la gola. Respiri sempre più brevi, più faticosi compressa come è dalla plastica trasparente, l’ho posizionata male e le sue aperture sono troppo lontane dal bordo del tavolo perchè io la possa scopare come si deve. Aspetto, il giaccio pare si sia tutto trasformato in liquido che cola dalle sue strette cavità, le infilo dentro un dito per esplorarla, devo forzarla per farlo entrare tanto è stretta: dentro trovo solo vuoto e gelo. Prendo un coltello, lei lo vede, strizza gli occhi a tenerli chiusi disperatamente, taglio la plastica e lo lascio cadere a terra, presa per le cosce la tiro verso di me, verso il bordo stretto fino a che le sue natiche non sentono l’inizio dell’abisso, affondo la mia erezione dentro la sua fica un millimetro alla volta. E’ angusta e gelida, ruvida, mi consuma l’uccello a infilarlo dentro mentre spingo costantemente con tutto il bacino. Lei non sente nulla, mi guarda stupita, non riceve nessuno stimolo, nessun piacere, mi fissa attonita mentre comincio a muovermi dopo averla allargata a forza. Ho la distinta sensazione di scoparmi un pupazzo di neve, il dolore supera il piacere, non riesco a venire, poi mano a mano lei si scalda comincia a gemere come fa all’inizio di solito, ci mette venti minuti per cominciare a gemere, perchè i suoi succhi arrivino a renderla scivolosa e il mio ritmo smetta di essere meccanico, perchè la sua schiena inizi ad inarcarsi anticipando ogni colpo. E una ninfa, rossa in viso, sinuosa sul tavolo, capezzoli eretti al cielo, una dea. Quando le vengo dentro urla scossa dalle convulsioni e i suoi muscoli vaginali mi intrappolano l’uccello, lo mungono, il mio seme contro la sua cervice gelata come piombo fuso di una tortura medievale.

Quando dopo aver ripreso fiato la slego lei non si muove, le gambe le cadono oltre il bordo del tavolo, pare priva di conoscenza ma il respiro irregolare e profondo la tradisce.
«Bambini, se pensate di aver finito io butterei la pasta.» Irene ci richiama all’ordine.
Poso un bacio leggero sulle labbra di lampone poi sussurro: «Vedi di dare una ripulita.» Mentre vado di la a cambiarmi vedo che comincia a reagire, a fare ciò che le è stato ordinato senza rimostranze, nuda asciuga il tavolo con un canovaccio. E’ che bisogna saperle educare, tutto qui.

Arriveremo un po’ in ritardo alla lezione di danza. Fastidio.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXII

Non riesco a dormire, mi capita di rado ma fastidiosamente si verifica, colpa di questo cazzo di tabacco. Una bella mattinata passata a casa di una gran donna, che non gli vedo addosso la seta e i pizzi di malizia ma quei grandi occhi verdi e limpidi, polsi di vetro soffiato fuori da un maglione grigio. Ho un’amica, non solo una, ma lei è speciale perchè non mi sento attratto da lei fisicamente per quanto invece dovrei proprio, è speciale perchè per me è un uomo con un odore particolarmente gradevole, perchè la rispetto nella sua totale assenza di ipocrisia.
Delia.
Delia si è mantenuta agli studi scopando, con dedizione e capacità, due uomini per i circa sei anni necessari alla laurea di primo livello, alla specialistica per poi completare il tutto con un master in una università privata della capitale. Da amante di due uomini importanti, elegantemente uno dopo l’altro, si è sempre tenuta defilata, lontana dalla feste e da ogni mondanità e pettegolezzo immergendosi nei libri sua vera e incontenibile passione. Archivista, biblista, restauratrice di volumi antichi e cortigiana di un unico cliente: favorita. Non si è mai fatta illusioni sull’amore, ne parla in maniera persino peggiore di me, ne troppe paranoie sul sesso: le piace, lo pratica con soddisfazione, ne trae profitto. Non l’ho mai desiderata, formosa senza essere pesante, sempre femminile, di un intelletto vivace ed arguta come di raro sono le femmine, per me è sempre e solo una persona con cui parlo senza essere giudicato, il mio padre confessore.
Che io mi confessi da una cortigiana è appropriato, questa sarebbe l’idea generale, ed è quello che fa ridere fino alle convulsioni Irene ogni volta che esce fuori che mi vedo con Delia per bere un bicchiere di vino, caricarci una pipa e parlare di buona letteratura. E per una volta è davvero tutto quello che faccio, che facciamo, tranne un po’ di coccole quando per lei è davvero un periodaccio ma comunque senza nessun intento erotico. Il pensare che per lei il sesso sia lavoro qualificato intrecciato ad un rapporto di fiducia e fedeltà del cliente mi gela tutti gli istinti, per quanto sinuosa e calda con la sua voce bassa e raschiante sfatta dal fumo non origina in me erezioni ne moti passionali di sorta, un uomo femmina.
Io e lei sul suo divano, una castelli carica di virginia che ci passiamo, una roba intima che i fumatori di sigaretta non sanno neanche che sia, non le ho mai dato un bacio ma la sua saliva nella mia bocca c’è tutte le volte, come la mia nella sua. Il fumo denso e azzurro, lei che mi ascolta e poi mi da un parere non spassionato, appassionato, perchè Delia mi legge tutti i giorni, sorride e giudica mentre dalla finestra della sua cucina fa capolino la cupola di San Pietro li a due passi. La sua diagnosi è che sono uno che si fa troppi scrupoli e troppi problemi, che complica la semplice verità che gli piace scopare donne di cui si fida e con cui ha un legame indipendente dal fatto che se le sbatte. E maledetto il suo dio se ha ragione quando fa a fette i miei castelli di parole e perversioni per tirarne fuori le frattaglie sanguinanti in cui leggere il futuro, e il miei stupidi perchè di bamboccio borghese.

Ecco, solo esistendo lei mi mette in riga, mi fa sentire il puzzo di lusso che ho attaccato addosso nelle mie fisime e fissazioni, nei miei infantilismi. Lei che suo padre è morto in un petrolchimico indossando una tuta azzurra, lei cresciuta nella periferia dei quartieri dormitorio che la madre faceva la turnista e il fratello a quattordici anni a bottega a fare l’apprendista dalla zio. Lei dei Delia studia, tu vai bene a scuola e farai strada, e ci renderai fieri di te a me e a tua madre. Delia puttana per la laurea, dottoressa in volumi polverosi e sesso negli spazi liberi dell’agenda di chi comanda, Delia a comando col letto rifatto e il trucco perfetto, le gambe depilate e la voglia accesa. Se solo avesse l’uccello sarebbe il mio miglior amico, mentre così, alla fine, lo è uguale ma con la sicura. Io odio le sicure, hanno il brutto vizio di starsene li sonnolente fino a che qualcuno non le tira.
Per lei devo farmi meno problemi e divertirmi di più, e scoparmi Labbradilampone con più disinvoltura e meno regole se non voglio che diventi una specie di bestia pavloviana da calendario che allaga le mutandine a comando allo scattare del venerdì. Ho obbiettato che se lei volesse potrebbe facilmente trovare qualcun’altro  che la soddisfi, mi ha risposto di ”piantarla di dire cazzate come un uomo qualunque” e che ”la bimba ha assaggiato il principesco scettro” e non ha alcuna intenzione di cambiare dieta sessuale. La questione dello scettro l’ho considerata lusinghiera, solitamente non le sfuggono apprezzamenti sulla mia dotazione istituzionale ma leggere della mia vita sessuale deve fargli un effetto diverso rispetto a quando mi limitavo a parlane comodamente appoggiato allo schienale del suo enorme sofà.

Su Lize neanche una parola e mi ha ben chiarito che non è un argomento che intende toccare, neanche io ci tengo troppo a una sua opinione priva di alcuna imbottitura sulla mia relazione incestuosa con una sorella minore per età e quoziente intellettivo, quindi come sempre procediamo con accordo perfetto.

E io sono un pirla che si fa troppi problemi.

E ho fatto anche le due, senza uno straccio di sbadiglio, adesso vado di là e abuso di Ire fino a che non mi si chiudono gli occhi.

Tanto non mi dice mai di no.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXXI

Affermare che me lo abbia quasi staccato dalla radice sarebbe fare una stima dei danni molto conservativa, mi ha scopato per buona parte notte come una furia, neanche il sangue che ha cominciato a scorrere fuori dalle labbra della su fica ogni pochi affondi l’ha fermata. Provava dolore, lo cercava, vi si aggrappava, io dentro di lei come il coltello nella ferita a garantire la mia presenza rigirando la lama. Quando lo fa, quando arriva a questa intensità, io la amo senza alcuna moderazione, follemente e completamente, me la tengo stretta addosso tutto il tempo che posso con le braccia serrate tanto da fermarle il respiro. Lunedì ci ha trovato esausti, macchiati di rosso con le lenzuola incollate addosso, ci ha trovato insieme più legati che mai da questo cordone ombellicale di possesso divenuto ancora più corto e forte. Lei che si prende una giornata di ferie, io che la trascino a darsi una ripulita e poi la medico a forza, e poi di nuovo a letto a fare niente se non stare abbracciati, a sentirla respirare. Non smettero’ di vedere Lize, no, ne lei me lo ha chiesto, un equilibrio molto instabile mi si stende davanti e su quello devo camminare, con passo leggero e sciolto attento a non causare esplosioni tra le forze incontrollabili ed elementari racchiuse in queste donne così diverse, così prossime. Le mie donne, quelle che rimangono tali anche se non volessi, quelle che non mi lasciano scelta.
Il pomeriggio insieme io e lei a giocare in giro, nei luoghi di bellezza che offre questa vecchia città, chiese sempre aperte e sempre in mostra, arte nella penombra, passione dei secoli. La basilica, la sua imponente testimonianza del potere della fede, il suo essere ambiente sprecato nella celebrazione di un dio di cui nessuno ha notizie da troppo tempo, dietro le colonne, nelle nicchie, seduti sui gradini, dovrebbero essere ragazzi che si baciano, che parlano di loro, tempio per il culto della vita. Invece in queste meraviglie i cattolici vengono a piangere la propria timorosa fede, macchiata d’interesse per quel perdono promesso come redenzione dalla loro ipocrisia perbenista anche nell’ultimo respiro.

La notte tranquilla che scorre, lei che si alza prima di me, lei che quando mi sveglio già non c’è più. La casa vuota, la stanza in disordine, i miei libri in una tavoletta di silicio, tempo libero ed email, nulla da fare se non oziare. Il tempo lentissimo che scivola via fino all’ora in cui Irene sfilerà le sue scarpe per girare a piedi nudi sul legno, fino a quando con la porta chiusa e il mondo fuori potro’ posarle le mani addosso.

Piove, tutta la mattina.

Alle sedici e venti arriva, tutti i denti bianchi e perfetti, cinque minuti dopo la mia lingua nella sua gola mentre qualcuno suona alla porta, carta velina poi altra ancora e due stampelle che tengono su tutto. Ire guarda interrogativa la fornitura della sartoria.
« Avevo bisogno di un paio di completi nuovi»
« Era ora, vedere vedere.» La bimba curiosa ha il sopravvento.
Sta per scartare quando poi decide: « Facciamo finta che mi piacciano le sorprese, vai di la e indossali poi chiamami.»
«Tutti e due insieme?»
«Idiota. Fila in camerino.»

Quale metto per primo? Li scarto entrambi poi mi è chiaro quale dei due ha bisogno di essere indossato subito, io faccio con calma, cerco prima un paio di scarpe adatte, poi quando passo alla camicia vedo che nella consegna ce ne sono quattro, una libertà che si prende ogni tanto la signora e di cui sono grato. Quella nera mi sta perfetta, come sempre, poi scorgo la stecca bianca caduta a terra, non era mai capitato che me ne mandasse una, io la metto come tocco umoristico. I pantaloni sulla pelle, la giacca che cade sulle spalle con precisione assoluta, il tessuto bello ma senza nulla di speciale, e non capisco la decisione di Lize ma istintivamente me ne fido. Con passi misurati mi presento in salone, dove Ire si alza dal divano come una molla e sgrana gli occhi, mi avvicino ancora, posa le mani sulla giacca all’altezza del petto, chiude gli occhi, carezza la stoffa fino ai fianchi, li riapre, avvicina la bocca alla mia sempre di più, sempre di più, apre gli occhi. No, non mi bacia ma quando sento il suo respiro bagnarmi le labbra si limita a sussurare : « Perdonami Padre perchè sono una troia.» Poi si apre la lampo del cardigan fino all’ombelico, l’interno tenero dei suoi seni viene alla luce, cade in ginocchio, traffica con la mia patta, il mio cazzo nella sua bocca. Le scosto i capelli dal viso, poso la destra leggera sul suo capo, il pollice traccia un segno invisibile a sigillo della sua fronte: « Ego te absolvo, figlia mia.»

Non ci vuole molto perchè lei finisca nuda ad angolo retto sul tavolo intarsiato del salotto mentre il mio cazzo entra ed esce dal suo culo dilatato e le urla del suo piacere che riempiono l’aria mentre la stoffa dei pantaloni le strofina sulla fica ad ogni penetrazione. Il contorno tondo dei suoi seni che spunta schiacciato contro il legno scuro ai lati del torace è poesia come il suo collo inarcato all’indietro, la sua schiena tesa da graffiare con la punta dei polpastrelli. Impugnarla per i fianchi nel finale comprimendole con forza il bacino verso il basso, immobilizzata, farfalla inchiodata. Il ruvido della patta dei pantaloni che le irrita il clitoride, il cursore della zip che le punge la fica.

A farlo così, vestito da sacerdote di cristo, ci trovo qualcosa di blasfemo e peccaminoso pure io, nulla che mi disturbi l’orgasmo però.

E domani mattina mi toccherà portarli già in tintoria.
E’ una vita di stenti e di privazioni.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXX

Venerdi’, sabato e domenica, ricordati di santificare le feste, non mi sottraggo mai a questo dovere scalpellato nella pietra. Giulia impara cose nuove e altre finalmente ne dimentica, cattive abitudini lasciano il passo a lubriche inclinazioni, persino i suoi risultati scolastici migliorano ed il nonno che ne e’ entusiasto ritiene che questo suo continuo frequentare la nostra casa sia un bene per il futuro della piccola. Che poi tanto piccola non e’.

La mia messa domenicale racchiusa nel corpo di Lize, nei suoi seni tra le mie mani a coppa, nelle parole che si proibisce di prononciare, comunica solo con il corpo: magnificamente. Il giorno di festa, la casa dei miei genitori vuota, la sua camera rosa con mobili bianchi, dorature, stucchi, e letto a baldacchino da principessa, l’impressione che ho quando entro di stare  per scopare Barbie pescerosso nella sua villa di plastica mattel. L’odore, l’odore leggero e dolce di mia sorella su tutte le sue cose, quello fresco di pulito delle lenzuola stirate la sera prima e messe su da poco. La scopo tra quelle lenzuola, la sbatto come una bambola rotta, poi ci dormo con lei su di me, e poi la prendo di nuovo. Poche ore e quello che racchiudono e’ l’odore del sesso: sudore, secrezioni, lo sperma che si asciuga. Dormira’ in quegli odori per tutta la settimana, trovandone conforto fino alla domenica successiva, respirando dal suo nasino perfetto la certezza che sia realmente accaduto quello che ricorda ogni volta che chiude gli occhi. E le ginocchia le si allargano.

Quando mi si addormenta addosso ho il tempo di pensare che le voglio tanto bene, davvero tanto, e che ho colpa di tutti i suoi errori, la colpa dell’assenza: io non c’ero, anche stando li’ nella camera affianco. Non c’ero a impedirle di innamorasi di me. Ora tutta questa devozione, questa dipendenza emotiva e fisica, questo irrespingibile affetto che mi rovescia addosso con la sua sottomissione, rendono le mie colpe e le mie mancanze ancora piu’ odiose.

Continuo a non volerla sentir parlare ma se inizialmente poteva essere una condizione esigente per lei ora mi e’ chiaro come sia un sollievo il poter essere solo un corpo, un ricettacolo passivo per desideri lascivi, la sua felicita’ nell’annullamento del suo dovere morale di essere volitiva, finalmente libera dal dover essere la donna che i miei borghesi genitori e tutto il loro acquario esigono.

Con me non deve essere altro che un silenzioso SI scritto con le curve dei suoi mirabili fianchi, l’abbandono adesso e’ la droga da cui dipende. Quando me ne vado la bacio con gli occhi aperti, lei e’ colma di me quando chiudo la porta, colma.
Di me, del mio seme, del desidero che ho di lei, del mio volere. Colma.
Graziosa.
La ricordo sei mesi fa, frenetica e vuota, brillare di luce sintetica, di falso successo, ora e’ tanto diversa che non scorgeresti neanche un legame di parentela tra le due versioni di Lize, il viso le si e’ disteso, ogni sorriso le toglie cinque anni, risplende. Ho lasciato casa dei nostri genitori che sembrava una bambina capricciosa e viziata nel corpo di una donna, ogni volta che ci torno ora mi trovo di fronte l’opposto: il suo viso senza trucco e’ dolorosamente candido.

Quando abuso di lei la luce le  invade gli occhi, provo passione e meraviglia, lei apre e chiude la bocca cercando di respirare, pescerosso. Non geme neanche.

La domenica finisce nella purificazione sotto la doccia, dolore e sofferenza nello staccare dalla pelle il suo piacere misto al mio, penitenza pretesa da Ire per rientrare nel suo letto, per appropriarmi di lei ancora una volta. Irene che mi aspetta con l’accappatoio sulle braccia nude, che non mi sorride, che nasconde il viso sul mio petto e mi sala l’incavo del collo, Irene che rabbiosamente stanotte si infilera’ il mio cazzo dentro piu’ affondo che puo’. Ire che sta male di gelosia, ma non lo ammetterebbe mai. Ire che stanotte le faccio l’amore fino a quando non cede stremata, e  poi continuo ancora un po’ ad appropriarmi di lei. Ire che e’ la donna, l’unica, a cui appartengo.

Ire che e’ casa.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXIX

Giovedi mattina, prima ancora che sia mattina, alle quattro e un quarto prendo un bocca un capezzolo di Irene, ci mette un po’ a svegliarsi ma il suo umore e’ quello giusto, mi da un leggero morso sulla spalla. Irene non mi riufiuta mai, non importa cosa succeda, che giorno sia, se l’abbiamo fatto poche ore prima, se i suoi ormoni sono in sciopero, se sta male, lei non mi rifiuta mai. Una volta aveva la febbre, alta, e io avevo voglia di lei, troppa, a meta’ e’ svenuta mentre la sbattevo con energia: mi sono fermato e ancora me lo rinfaccia. ”E vedi di non fermarti per cosi’ poco, bambolina” me lo dice ancora quando si sente particolarmente in vena di esagerare. Svegliarla alle ore impossibili per infilarle dentro il cazzo e’ un lusso che mi posso concedere, da disoccupato, e come tutte le concessioni so che ne abusero’ oltremodo con enorme soddisfazione, l’ho fatto una sola volta e gia’ me ne beo. Leggendomi, cosa che faccio di frequente, sono giunto alla conclusione di dare un’idea sbagliata circa le mie priorita’ sessuali: viene fuori la sensazione che Irene sia la moglie che aspetta a casa e le soddisfazioni piu’ intense me le diano le ”amanti” con cui non divido il talamo quotidiano.
Niente di piu’ disonesto.
La cosa che piu’ da intensita’ al sesso e’ l’intimita’, motivo per cui limito ragonevolmente i miei favori sessuali nella sfera dell’incesto, e tra tutte le mie sorelle Irene e’ di granlunga quella a me piu’ prossima. Il nostro rapporto e’ sempre stato puramente incestuoso dalla prima volta che la sua lingua si e’ scavata una strada nella mia bocca poiche’ a parte la culla e il seno materno abbiamo diviso tutto il resto, persino il banco a scuola come posso testimoniare diversi insegnanti che trovando malsano il nostro legame hanno provato a dividerci per meglio ”inserirci”. Provato. Povere anime candide convinte di avere un potere di qualsiasi genere su di noi con le loro minacce di note, provvedimenti e colloqui coi genitori… ho davanti agli occhi l’immagine del colonnello in uniforme ordinaria che entra nell’ufficio di presidenza dove tutti sono convinti di averci teso l’imboscata perfetta, entra e ci fa cenno di seguirlo.

«voi aspettate fuori» dice il preside, noi non ci muoviamo: fermi a due passi dalla schiena del colonnello. Lo sguardo del dirigente che si spreme per essere feroce e determinato.
«Buongiorno preside, quale e’ il problema?» Il colonnello non e’ uno da sprecare la parola SIGNORE con un burocrate qualsiasi. Seguono vari ossequiosi convenevoli mentre lui resta in piedi davanti alla scrivania, noi schierati e immobili, fino a che anche il preside si sente costretto a lasciare la poltrona per una posizione piu’ marziale, in piedi gli uomini sono tutti uguali.
«Pretendono sempre di stare allo stesso banco, rifiutano assolutamente di cambiare di posto…»
«E come fa questo a costituire un problema? Disturbano? sono disattenti? intimidiscono gli insegnanti.» Ci fosse qui mio padre non saprebbe cosa dire, e concorderebbe subito con l’autorita’ per poi rimangiarsi tutto in privato, ma non c’e': il suo ruolo delegato ad un uomo piu’ capace.
«Non posso dire che disturbino, sono sempre molto disciplinati, neanche ci si puo’ lamentare della loro attenzione alle lezioni visto che nello studente medio e’ ben peggiore… ma dell’intimidazione direi che sono mastri indiscussi, come vede neanche io riesco a farli uscire da questo ufficio e non me la sento neanche di insistere ed alzare la voce.»
«Perche’ sa benissimo che non le ubbidirebbero e lei e’ troppo vigliacco per combattere.»
«Colonnello come si permette …» e il padre di Ire lo interrompe brutalmente alzando la voce con un tono duro e scandito che caratterizza una vita al comando di uomini di qualsiasi genere, nella buona e nella cattiva sorte.
«Ha chiamato un ufficiale superiore a fare un lavoro da sergente, mi permetto eccome. Lei non ha alcun motivo per separare questi due giovani, tranne una non meglio specificata paura nei loro confronti da parte del suo corpo insegnante. Dica ai suoi docenti di crescere e lasci questi due alla vita che si sono scelti visto che e’ evidente come non porti nocumento ne a loro ne ad altri.»
«ma, ma, ma sono in banco insieme dalle elementari, mi dicono che girano sempre in copia persino nei corridoi…»
«Continuo a non vedere dove sia il danno alla Repubblica, preside» Il tono con cui pronuncia Repubblica e quello per ”preside” si sono dichiarati guerra da un pezzo, lo assicuro. La Repubblica a casa di Ire e’ una cosa seria, c’e’ una bandiera di combattimento nello studio del colonnello alla fine del corridoio che lo testimonia, un biancorossoevverde che ha sventolato in Mozambico, Somalia, Bosnia e Libano oltre che sul suolo patrio. ”Baroni non sprecava ne colpi ne vino.” dice spesso il colonnello citando il Sergente nella Neve, e sono le parole quelle che non spreca mai. Lui saluta, si gira e se ne va, noi aspettiamo che ci superi per voltarci e seguirlo. «Tornateve in classe ragazzi, questi borghesi hanno dei problemi.» Le sue parole prima di incamminarsi verso l’uscita dove un automezzo VM verde marcio lo attende col motore acceso, i nostri compagni alle finestre a chiedersi come mai e’ arrivato persino l’esercito.

Ecco, si, per dividerci hanno provato anche a chiamare l’esercito, fallendo. Di Irene io so tutto, ogni piega della sua carne e della sua anima, ogni esperienza, ogni paura, ogni desiderio, ogni passione: intimita’. Alle quattro e mezza di un giovedi’ mattina presto quello che voglio e’ scoparmi tutta la nostra vita, e posso farlo solo in lei, con lei, su di lei, posso farlo con la luce spenta e gli occhi chiusi stringendole le braccia e sbatendola come volessi smontare il letto. Prenetrandola affondo con violenza mentre forza in su o in giu’ la radice del pene a farmi male e mi stringe a se con le gambe. Sesso senza chiedersi scusa, senza sensi di colpa, senza trattenersi.

La fica di Irene, il suo culo tondo e pieno, sono gli assassini della solitudine, i terminatori del senso di incompletezza, solo quando sono dentro di lei mi sento completo, autarchico rispetto all’universo. Dentro di lei ci sono io, e non esiste nient’altro, da nessuna parte.

Se possedere le mie altre due sorelle lo percepisco a volte come bizzarro e in qualche modo ”strano”, confondere i miei fluidi con quelli di Irene e’ talmente naturale da esser diventata parte della mia fisiologia: non potrei sopravvivere senza penetrarla.

Ci scambiamo piacere di notte, nel nostro letto, certe volte mi pare di nascosto come se fossimo ladri, perche’ non voglio che le altre vedano quello che siamo nel momento della sua massima intensita’. Non sono abbastanza crudele ma mostrar loro quello che non avranno mai, che non saranno mai, il paradiso da cui sono state cacciate, la bestia con due teste.

Per loro e’ comunque troppo tardi.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Barche Dell’Altro Mondo

Consegna

urgente

Bugie XXVIII

La nausea, le due del pomeriggio con un cielo da incidente nucleare mi danno la nausea, salto il pranzo e me ne torno diretto a trincerarmi sul divano davanti al camino, vetri piombati come mura merlate. L’assedio e’ uno stato dell’anima. Il mio professore, la sua convocazione, il dottorato ormai terminato, la fine dei fondi di un’universita’ che ormai produce ”sapere” solo per se stessa, ricerca al fine della carriera di ricercatore. Tutti nello studio di un uomo che rispetto i neo specializzati ultimi arrivati, gli assegnisti, noi due del post dottorato, staff al completo solo per sentirci dire quello che sappiamo gia’: non ci sono i soldi. Proposte di dividere quello che c’e’ tra tutti per non perdere nessuna testa, lo sguardo ai ragazzi appena entrati come a dire che sono loro nel caso a fare le spese di ogni eventuale riduzione. Lo sguardo crudele del diritto acquisito, dell’anzianita’ di servizio, poi il tutti fuori, il rompete le righe senza una decisione ufficiale, si vedra’ cosa fare, magari qualche soldo spuntera’ fuori. Vedo la disperazione nelle mani  chiuse in tasca di chi gia’ e’ indietro con l’affitto in una citta’ spietata, di chi ogni tanto alla mensa della caritas ci passa la sera a dare una mano e a rimediare anche un piatto di minestra. Conosco il mio collega, la sua storia di espedienti e conti tirati per il collo, di soldi che gli ho prestato senza rivolerli indietro, della donna che lo ha mollato perche’ alla fine non puo’ permettersi la vita della romana gioventu’ da Studium Urbis pascolo Orbis.

Mi basta sedermi sulla scomoda sedia per gli studenti molesti, guardare in faccia il mio mentore con fissita’, per fargli capire tutto quello che ho deciso, fare quello che e’ necessario.
«Professore, non sara’ necessario ridurre o tagliare nessun assegno, rinuncio io.»
I fondi della mia retribuzione vengono da finanziamenti privati e non sono legati al mio nome ma al progetto di ricerca, se me ne vado quei soldi non svaniscono nel nulla ne la facolta’ puo’ metterci le mani per dirottarli altrove. Il mio mentore e’ paladino dell’onesta intellettuale, motivo principale per cui lo rispetto, questo determina la limitattezza estrema del suo potere nei giochi accademici piu’ abbietti ed allo stesso tempo il suo successo come accademico e studioso.
«Aureliano, so che ci hai pensato bene, ma ci devono essere anche altre soluzioni.»
«Professore mi spiace ma non ci sono, la mia parentesi accademica e’ giusto che si chiuda qui, non ho la necessaria passione e dedizione, per me e’ stato un gioco fino ad oggi.»
«Ma hai sempre giocato in maniera eccellente, e poi era bello vedertelo fare, senza trascurare il piacevole ascendente che hai sempre avuto sulle giovani. Ho sempre trovato i tuoi metodi efficaci anche se inconsueti, e mi hai donato imperdibili momenti di ilarita’.»
«Cosi’ mi spiazza, professore.»
«Non recitare con me Aureliano, so benissimo che fine hanno fatto tutte le laureande che ti ho affidato, sceglievo con cura il tipo umano adatto e seguivo appassionatamente il loro evolversi.»
«Tutti si evolvono, o soccombono, e alla fine mi sto evolvendo anche io.»
«Lo so, lo vedo, non e’ la direzione che avrei augurato per te ma so che e’ il mio egoismo a parlare. Sara’ dura fare a meno di te e della tua competenza, e soprattutto della spietatezza che anima la tua ricerca della verita’. In un altro tempo, in un altro mondo, saresti potuto essere un grande scienziato.»
«Mi lusingate.»
Mi saluta, mi ordina di tornarmene alla mia vita corrotta prima di farlo diventare un vecchio sentimentale, io eseguo, il mio collega resta li’, dove deve.

Torno a casa di Irene, a casa, disoccupato ma tutt’altro che affranto, la mia retribuzione e’ sempre stata finanziariamente irrilevante nel mio bilancio, ma erano soldi che prendevo per quello che facevo non per il cognome che porto: erano pochi ma miei davvero.

Apro la porta, Ire non c’e’ che un lavoro ce l’ha, solitudine che non sopporto di una casa vuota e troppo in ordine, i miei pensieri che risuonano, progetti per il futuro. Futuro e’ una di quelle cosa fuori dalle mie specifiche mentali, roba da astronavi e reattori a fusione, del futuro non ho mai dubitato e quindi non c’ho pensato mai. Chiamo la mia, non unica, donna in ufficio, o quello che passa per tale, le annuncio la mia disoccupazione e le chiedo se gentilmente potrebbe prestarmi Labbradilampone per un pomeriggio, la sua risposta suona perfettamente prevedibile: «Te la presto ma sia chiaro che non e’ un venerdi’ infrasettimanale. La vai a prendere tu?» « Me la fai consegnare, per favore?» «Sei il solito bambino viziato, te la mando tra una mezz’ora. Visto che non hai niente di peggio da fare vedi di cambiare le lenzuola al letto.» Attacca, fa sempre cosi’. Stronza.
Ho appena finito di mettere le lenzuola di bucato e tirare bene le coperte che Giulia entra con le sue chiavi «Pronto soccorso baci» annuncia tutta allegra e mi contagia con il suo candore, con la gioia di un pomeriggio che sente regalato lontana da quella che sente come una non vita. Siano benedetti i noleggi con conducente. Metto la testa fuori dalla camera e la vedo posare la borsa, una volta aveva sempre lo zainetto ma le scelte che Irene fa per lei la stanno troppo poco lentamente trasformando. «Perche’ hai ancora della roba adosso» «La roba addosso, nipote, e’ il bellissimo completo che la mia padrona ha ordinato di mettere prima di venire qui!» «Sei in prestito. Levatelo.» Non aspettava altro, probabilmente Ire le ha ordinato di rimanere ben coperta  e tenere la libido a guinzaglio corto, tipico di quella puttana mandarti un regalo e ingiungerti di non scartarlo.
Muoio dalla voglia di giocare con lei, stesa sul tavolo della cucina le disengo addosso con il caramello, le scatto pure qualche foto, lei guarda lo schermo e ride, la ripulisco con la lingua, non ride piu’. Eccitata subisce il turno delle strutture in panna montata, quella pero’ non la mangio tutta, la nausea ancora viva contiene i miei feroci istinti alimentari.
e poi, e poi, e poi.
Faccio quello per cui l’ho fatta venire qui, mi prendo cura di lei lavandola dolcemente, le mie mani sulla pelle, su tutto il suo corpo, tra i suoi capelli. Le mie mani che l’asciugano frizionandola, le mie mani spazzola e phon, le mie mani mascara e ombretto, le mie mani lima e smalto, le mie mani su di lei. Poi prendo quello rosa, uno della serie di miniabiti semitrasparenti e osceni, tutti tagliati uguale, che Irene ha acquistato per la sua schiava quando e’ in casa, so che lei odia quello rosa ma e’ esattamente quello il colore che le voglio vedere addosso.
«Adesso vediamo come succhia l’uccello la piu’ brava bambina di papa’.»
Seduto sul divano, comodo, apro un libro che da tempo aspettavo di poter leggere mentre lei apre con la stessa sicurezza la patta dei miei pantaloni, e lo prende in bocca. Non la guardo, non reagisco, mi limito a continuare a leggere o a fingere di farlo quantomeno, perche’ e’ brava, delicata e improvvisamente intensa, poi aggresiva fino a far sentire i denti, poi soave adagio. Non e’ piu’ solo tecnica, c’e’ trasporto, interpretazione, finalmente succhia il mio cazzo davvero come ”la PIU’ brava bambina di papa’ ” .

Più cattiva sono e meglio gli succhio l’uccello, più divento migliore, finché arrivo ad essere la bambina più buona del mondo. Finalmente sono amata. Il sollievo che mi da è davvero profondo.(1)

Oh dio, oh dio si, stavolta sto davvero ricevendo l’illuminazione, e lei lo fa  apposta a fermarsi, a impedirmi di venire, mi tiene li a limite poi si ritrae, cambia ritmo, la mia erezione sta li ferma a scoppiarle in bocca e lei non conosce tregua, ne fatica. Non ce la faccio piu’ a fare finta di ignorarla, sono quaranta minuti che mi sta facendo impazzire, delle ultime dieci pagine non ricordo una parola, allora me la gusto anche con gli occhi lei e la sua golosita’.
Una carezza sul viso, lo lascia uscire dalla bocca e mi bacia la mano, poi lo riaccoglie tra le labbra sottili, ha il mio uccello in bocca eppure la sua espressione non ha nulla di volgare, di forzato come quelle ragazzine che troieggiano con il lecca lecca.

Santa Lucilla col cazzo in bocca.

Mi guarda dal basso in alto, occhi divertiti, tutte e due le mie mani sulla sua testa ad impossessarsi del suo caschetto, con pochi colpi profondi mi fa venire, in fondo alla sua gola, mentre eiaculo serra le labbra attorno all’asta e ci affonda i denti imprigionandomi.

Dopo qualche minuto, sgonfio e lucido di saliva lo lascia scivolare fuori, con le labbra appena chiuse e il viso disteso mi fissa negli occhi, io annuisco appena: lei ingoia.
«Grazie.»
E’ lei a dirlo, lei, Labradilampone che inghiotte il mio seme e mi rende grazie. Che magnifico lavoro ha fatto su di lei Irene in cosi’ poco tempo, nessuna donna mi aveva ringraziato dopo, mai. E mi dispiace davvero ora di non poterle dare neanche un orgasmo oggi, che non e’ venerdi’. Le prendo la mano, la faccio stendere sul divano,  le riempio di nuovo la bocca ma ‘stavolta con la mia lingua, a lungo.
Il mio sapore si perde nella saliva dopo i primi istanti.

La mia perfettissima piu’ brava bambina di papa’.
Solo che non e’ mia.

(1) Toni Bentley – The Surrender – editore Lain

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

quattro milioni di vecchi pixel

Come ogni volta me mi sento misero, che sento il mio solido pesante culo adagarsi al potenziale del pavimento mi attacco alla fotografia come un alcolista si attacca alla bottiglia. Ieri notte ho tirato fuori la mia 1D, macchina fotografica totalmente superata, per vedere se sono ancora capace di dire “fanculo e mi faccio andare bene questa” perche’ se proprio devi scrivere va bene pure un mozzicone di matita, le parole non ne risentono. Cosi’ deve essere la fotografia anche se per un feticista dei giocattoli quale sono richiede violenza contro la propria natura. Ne stavo comprando un’altra, un nuovo corpo digitale strausato e superato che al momento neanche posso permettermi, e la stavo acquisando appunto perche’ mi sentivo di non potermela permettere. Alla fine l’avrei messa li in armadio con le altre, a tener lontana la polvere con un velo sottile di grasso al silicone.

Qui lo scrivo per ricordarmene, per non fare il bambino coglione.

Poiche’ ho i mezzi per stampare e scattare tutto quello che voglio, ho il serbatoio del riscaldamento pieno, una nuova bombola per doccie infinite ed un letto con piu’ coperte del necessario, e il frigo pieno, e il rumore del mare appena apro gli occhi. Perche’ sono ricco anche se mi sento cosi’, senza bottiglia.