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Archive for February 3rd, 2010

Bugie XIX

Ci son voluti due giorni, due fottutissimi giorni prima di permetterle di tornare a letto, di permetterle di considerarsi di nuovo una pari, o quasi. Cinque anni buttati nel cesso, a me non dispiaceva la coppia che eravamo ora ma lei no, lei deve sempre tirare la corda fino a che non la uso per ricordarle di chi e’ il diritto di primogenitura.

Maledetta domenica.

Me ne torno a casa dopo aver lasciato Elisabetta dai nostri comuni avi, con la promessa di rivederci presto e la dispensa dalla sua muta consegna nel caso in cui la chiamassi al telefono. E’ radiosa quando mi saluta con un sorriso e annuisce per l’ultima volta prima di voltare le spalle. Me ne torno a casa dicevo, una casa che speravo accogliente come sempre, intima come sempre. Ma Roma ha una storia di tradimenti e congiure che nessuna altra citta’ al mondo ha mai osato eguagliare, il sangue dei deposti con l’inganno urla da sotto la terra, deve essere questo, una citta’ fondata da un fratricida. Saluto Ire in cucina che sta finendo di apparecchiare, vedo un piatto in piu’ eppure il colonnello non e’ in casa, poi non e’ quello il posto del colonnello. Strano, ma menglio che corra a levarmi di dosso il profuno di Lize prima di scatenare una lite, non ho neanche il video stavolta… e no, non sara’ certo l’unica volta. La voglio ancora gia’ adesso, subito. Insoddisfatto me ne vado in camera, mi comincio a cambiare d’abito e vedo Labbradilampone immobile, piange ma non tenta di chiamarmi, fa finta di non esserci, li’ sullo sgabello, quello che io ho costruito, ammanettata con i seni che pendono appena oltre il piano, le natiche innaturalmente rosse su un corpo candido. No non e’ rabbia, rabbia e’ quando si apre la paratoia di una chiusa quello che provo e’ la diga che crolla.
«Irene, per favore, spegni tutti i fornelli e vieni qui.» Ghiaccio, nella mia voce, nelle mie arterie, ghiaccio e adrenalina che pompa. Io questa prima la uccido e poi le faccio male.
Entra allegra, vanitosa, guarda la ragazzina, poi me e di nuovo lei «Pensavo di prestartela un po’, visto che sei tornato in tempo»
Si aspetta una risposta sagace, magari persino un grazie, invece sono le mie spalle che assumono l’esatta posizione rigida, lei e’ troppo sicura di se per reagire in tempo, esita una frazione di secondo il cui la paura le invade le iridi, il mio braccio scatta, la mia mano attorno al suo collo. Testa e schiena contro la parete, inchiodata come una farfalla, sbatte anche lei le ali per cercare di respirare, initulmente, sprece del fiato in un sibilo che da un nome a quello che conosciamo tutti e due. «Il DUCA ROSSO» si formano le parole mute nella sua bocca stupita. No, non la posso uccidere, non la voglio uccidere, la mia Irene contro una parete della NOSTRA camera da letto, ma e’ una stronza pericolosa fuori controllo. Allento la presa, ritiro il braccio di scatto, in ginocchio a terra tossisce, ancora, ancora, non ho voglia di chiederle nulla adesso, non accetto spiegazioni. Il duca rosso, ha fatto tornare il duca rosso, se c’e’ una cosa che non volevo piu’ essere e’ proprio questo, il suo controllore, il suo signore e padrone. Ci avevo anche preso gusto al fatto che si divertisse da adulta a giocare con la vita degli altri, ma questo no, non puo’ fare una cosa del genere con zia Giulia, con la piccola. Si sono l’ipocrita che si sbatte la piccola, ma lo faccio con dolcezza, con responsabilita’, in maniera non traumatizzante insomma anche se tediosa. Comunque Lei no, in questo modo si rende pericolosa per se stessa e per labbradilampone, perche’ una creatura distruttiva come lei non e’ in grado di reggere il ruolo che recita.
La voce e’ roca, devo avere stretto davvero molto, interrotta da colpi di tosse «Volevo. Farti. Unregalo.»
Il mio pollice sblocca lo specchio grande, dietro in buon ordine i nostri vecchi giochi, prendo la pallina col laccio, la lancio davanti a lei. E’ facile, maledetta, e’ come lanciare una pallina di gomma, e’ subitaneo il passaggio dalla coppia che eravamo fino a stamattina al rapporto di dominio di diversi anni fa. Ire la prende e se la mette in bocca, lega il laccio dietro al testa. Tiro fuori il pupo, lei sa che sono furioso, ha paura, non sa se fidarsi di me adesso ma non vuole scappare. No. Mi avicino a lei, ancora, prova a girarsi, la colpisco affianco alla quarta lombare con le nocche, forte, le si spezza il fiato e si gira, alza la guardia, rido, solo con la bocca. Rido, tutti i denti sono perfetti, carnivoro. Mi basta fissarla un attimo perche’ si arrenda, prenda il pupo dal pavimento dove e’ caduto e cominci ad agganciarsi i bracciali a polsi e caviglie. Non sara’ una punizione veloce, a lei non servono, non le fanno nulla, ci vuole il tempo con lei, e’ infinitamente paziente. «Aspettami qui» Sa che disobbedire rendera’ tutto piu’ difficile, e poi lei mi vuole obbedire, lo desidera con tutta se stessa. Puttana. Il piatto e’ in salone, appeso a una parete, uno scudo tondo e grande in bronzo, lambda maiuscola sbalzata al centro, una copia ma perfetta, lei tornera’ sullo scudo e io con esso, non credo che l’abbiano concepita in questo senso. Metto lo scudo sulla scrivania e la porto davanti ai piedi del letto, l’interno del piatto e’ foderato in pelleccia di volpe argentata, perfettamente adatto allo scopo e alla pelle di Irene, la faccio alzare in piedi e le strappo gli abiti di dosso, senza grazia,  nuda la faccio mettere a quattro zampe nello scudo, poi assicuro i bracciali di polsi e caviglie ai quattro fori opposti di ancoraggio. E’ una posizione instabile, se non sta perfettamente a quattro zampe lo scudo oscilla, se oscilla io la colpisco con la bacchetta, faccio ruotare il piatto e suo contenuto fino a che orientato verso il letto non c’e’ il suo magnifico sedere, la sua vulva gonfia. Voglio poterla vedere in quasiasi momento anche steso sul letto, per tutto il pomeriggio, la notte. Finisco di rivestirmi, con calma, esamino il problema Labbradilampone, quella puttanella che si e’ venduta per un piatto di lenticchie, avevo tante speranze per lei per la mia bambina, colei che mi fu affidata appena nata dal nonno. Per tutta la vita. Stupida troietta, si e’ legata a Ire con una imperdonabile superficialita’, e adesso si e’ messa in una posizione scomoda anche piu’ di quella in cui il suo corpo si trova ora. Persino picchiarla sarebbe inutile, ormai che il danno e’ stato fatto, lo immagino, ma solo Irene me lo potra’ esporre con completezza il giorno in cui le permettero’ di alzare di nuovo lo sguardo da terra e rivolgermi la parola. Sono proprio due pesti, ho ventotto anni e mi ritrovo a fare la balia senza vie di uscita, sono legato dall’onore a due promesse fatte troppo tempo fa e ancora piu’ pesanti, presenti, per questo. Senza quelle promesse io non sono niente, la mia vita solo tempo senza significato, e quindi la balia io sono di queste due ingovernabili piccole, infide, femmine manipolatrici.

Io ho fame, l’odore che viene dalla cucina e’ molto piu’ invitante dei loro corpi offerti e indifesi, le lascio a riflettere un po’ e me ne vado a pranzo; venero la cucina di Ire.
«Puttana, adesso lui ti dara’ quello che meriti. Contenta?» E’ Labbradilampone, che di me ha paura adesso ma una volta sola con l’Altra lascia che il suo infantile istinto vendicativo abbia la meglio sul buon senso. Non ha importanza, nulla di quello che possono fare lo ha piu’, mi piaceva la mia vita fino a stamattina, candore e depravazione nelle giuste dosi: una perfetta rarita’. Poi quella troia si impossessa della mia bambina, le donne sono stupide, incasinano sempre tutto a un passo dalla vittoria, buone per la guerra ma da segregare prima del tavolo della pace. Ire ha questo problema, lo sa anche il colonnello, e non riuscendo per motivi affettivi a raddrizzarla lui ha posto sulle mie spalle questo compito tanti tanti anni fa, Irene e’ geneticamente incapace di provare pieta’ o compassione, motivo per cui mi attrae con una forza inquantificabile ed e’ la prima sopra ogni altro essere umano. Ma va governata, a volte poco saggiamente lo ammetto, ma sempre, con polso fermo, va governata: e’ la figlia di sua madre e con quel patrimonio genetico non ha scampo quando segue l’istinto.
Mangio poco, sono turbato da tutto questo, dalla mia famiglia, da questo abominio a voler scegliere il termine calzante, anelerei ad essere ancora col viso affondato nei grandi profumati seni di Lize il pescerosso, mi tocca tornare di la a riprendere il mio sporco compito. Sono fuori allenamento, mi sono persino creduto un altro per un po’, eppure la fastidiosa erezione che non cede per quanto compressa dagli abiti mi ricorda che io per queste cose sono stato creato.

Cerco la chiave, la trovo nel solito portagioie, insieme a lei il cartellino con i codici che usa l’uomo di Ostenda stampigliata una data molto recente che mi preoccupa, esamino con cura il corpo di Giulia e non vedo nulla di strano, le scosto le grandi labbra e ancora nulla di insolito, mi abbasso, niente neanche sui capezzoli, mi tranquillizzo un poco e apro le manette. La zia si alza lentamente, prima poggia con le braccia sullo sgabello, fa respiri profondi sempre dandomi la schiena, una volta in piedi si volta, lo vedo intorno al suo collo, stupida ragazzina. No, non sono furioso, ho solo meglio presente la situazione, io Ire le a sua puttanella.
«Parla»
«E’ stata lei, non me lo aveva detto, mi ha imbrogliato, ha usato te per avermi col ricatto…» Lo dice di corsa, come un tubo d’aria compressa che si rompe. Le poso un dito sulle labbra, si zittisce al tocco.
«Ti concedo quaranta secondi per le ridicole facezie da pargola seienne, e ne hai gia’ bruciati venticinque. Ti esorto a conservare gli altri perche’ se sfori verrai punita.»
So la prima cosa che le passa per la testa ”cristo, era piu’ facile con quella troia”, ed ha ragione, perche’ Ire gioca con la bambola nuova, Io no, io ho un dovere. Muove di nuovo le labbra stavolta pesando le parole, concisa: «Le ho promesso la mia vita per i prossimi due anni, lei prendera’ per conto mio qualsiasi decisione da qui al mia maggiore eta’ e potra’ fare di me cio’ che vuole fino a quel giorno.»
Abbasso lo sguardo sul suo corpo nudo, poteva andare peggio, le ha fatto un bel regalo limitandosi a due anni, lo so che le vuole bene davvero a suo modo.
«L’ultima cosa che la tua proprietaria ha potuto dire e’ che ti prestava a me, ricordalo.»
«Ma come, ti ci metti pure tu adesso, anche tu mi tradisci…» No, io non la picchio, mi rifiuto, non metto le mani addosso a labbradilampone per farle del male, non esiste.
«Ragazzina. Stupida bambolina dalla linguetta veloce, hai fatto una promessa e non sperare che verra’ sciolta. Pagherai le conseguenze delle tue azioni, nessuno puo’ evitarle nemmeno tu, benvenuta nel mondo degli adulti, puttanella.» Non ce la avevo mai chiamata ancora ad alta voce, e’ peggio delle percosse per lei, gli occhi le si allagano.
«Va in bagno, sfogati, datti una ripulita e torna qui. Non perdere tempo a rivestirti, intanto chiamo il nonno, non scapperai a casa sua stasera.» Ire e’ gia stanca, lo vedo ma come si poggia sui gomiti, sono anni che non la costringo a lunghe posture statiche, deve reimparare a lottare con il dolore lento e sordo dell’immobilita’, a lasciarselo scorrere attraverso, mi eccita vederla cosi’.
Prendo un paiodi cuscini un piu’ e li appoggio contro la testata del letto, mi siedo sopra il coprileto, composto, le gambe stese, la camicia completamente abbottonata, fisso la sua vulva schiusa, lei mi guarda  facendo capolino con gli occhi tra le gambe, ogni volta che abbassa la testa la saliva le riempie la cavita’ nasale e non respira piu’, tira su la testa e inghiotte poi in apnea la riabbassa per vedere il modo in cui fisso la sua femminilita’ oscenamente offerta.

Venti minuti e torna Labbradilampone, il viso e’ pulito, nessuna traccia di combattivita’ in lei, come deve essere stato facile spezzarla per l’Altra, fragile e bianca come la sua carnagione; rimane seducente anche sconfitta, rimane la mia amica di baci anche se la spensieratezza di quei momenti e’ andata persa per sempre.
«Visto che hai deciso di intraprendere la carriera del giocattolo sessuale comincero’ con l’insegnarti la prima cosa che deve sapere una puttanella come te: come succhiarmi l’uccello.»

La faccio acciambellare sul letto, il viso rivolto verso Irene, il suo inguine alla comoda portata della mia mano. Le faccio tirare giu’ la lampo del pantaloni, estrarre il mio cazzo dall’imballaggio borghese  che lo contiene, gliello faccio prendere in bocca lentamente e con la massima delicatezza.
«Il tuo unico scopo e’ darmi piacere, non il farmi eiaculare nella tua bocca, devi fare tutto quello che e’ necessario per procurarmi piacere con la tua bocca senza rovinarlo con l’orgasmo, per tutto il tempo che io riterro’ gradito.»
Irene ha una buona visuale, tra le sue gambe c’e’ il nostro letto e la bocca di labbradilampone che fa sue e giu’ sul mio uccello lucido di saliva, che lo bacia, lo mordicchia con la labbra, ci gioca, ma puo’ vedere tutto questo solo trattenendo il fiato mentre la saliva le brucia nel naso, per respirare deve interrompere il contatto visivo. Vedo la sua vagina che si gonfia, dopo qualche minuto scintilla di succhi. Giulia invece e’ asciutta come un mucchio di sabbia, le sono appena finite le sue regole, porto le dita al viso e la trovo priva di odore, deerotizzante, la frutta mi aggrada matura. Dal casseto del comodino prendo il lubrificante ad effetto caldo, una striscia su due dita che poi le infilo dentro lentissimamente, per fare conoscenza, per tenerla interessata, per darle un po’ di carica negandole qualsiasi possibilita’ di venire, ha le sue controindicazioni quel lubrificante: dopo un po’ scatena un fastidioso leggero prurito. Dubito che riuscira’ a meritarsi un finale come invece la sua mezza sorella stamattina, Giulia mi ha molto deluso.

Dopo un’ora ammetto che comincia a diventare brava, meno meccanica, piu’ passionale, le dita in lei sono ormai tre.

Si e’ aperto il concorso per ”la piu’ brava bambina di papa’ ” a quanto pare, e lo sguardo di Irene non ha prezzo altro che lei a fare la signora manipolatrice sulla poltrona, adesso e’ l’irosa bimba messa in castigo mentre la preferita si gode tutto il divertimento. Oh come mi piace essere me stesso, ora.

A  quasi due ore di lavoro di bocca penso sia giunto il momento di una pausa, anche perche’ da un po’ la mia erezione e’ diventata dolorosa piu’ che fastidiosa, ma la piccola ci sa fare e non la lascia scendere.
«Fammi venire.»
Lei accelera il ritmo e ci mette ancora piu’ passione, la lingua, le labbra e tutte e due le mani che accarezzano, troppo piano, troppo leggera, ma ci sara’ tempo per affinare e fare di lei una perfetta fellatrice. Sento i primi spasmi, finalmente, una liberazione non lo nego: «Tienilo in bocca, non sputare, non ingoiare, non una singola goccia fuori dalla tua bocca se non vuoi passare la notte a fare compagnia alla tua padrona.»
Mi guarda interrogativa con le labbra socchiuse, non ha nessun moto di disgusto, rimango piacevolmente impressionato, probabilmente avrebbe ingoiato ne non le avessi proibito di farlo. Saro’ un romantico ma e’ una cosa che mi commuove sempre, l’ingoio, tanto che non lo pretendo mai, deve essere un dono spontaneo.
«Vai davanti a Irene, alzale la testa.»
«Non per i capelli, piccolo aspide, prendila da sotto il mento con gentilezza.» Lo fa, sorriderebbe se non fosse costretta a tenere il mio seme in bocca.
«Ora sputaglielo sul viso.» Esegue, lo trova un gesto orribile, io no, io so che e’ perfetto.

Riusciremo ad andare d’amore e d’accordo, ne sono sicuro adesso.

BugieXIX  Bugie XIX

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.