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Bugie XVII

Avevo bisogno di qualcosa di dolce, lo cerco in una tazza di latte caldo, nello zucchero con cui sporco le labbra di Irene prima di mangiarmele. ”Del diavolo condivido l’umore basso, siamo entrambi melancolici per decreto divino.”

Sopravvissuto a me stesso per un altro venerdì, pare che non diventerò padre, almeno non subito. Labbradilampone ha abdicato alla danza per indisposizione fisica e ha cercato subito rifugio nella casa del peccato, dove la sua giovinezza viene traviata con affetto e premeditazione, mi ha trascinato a letto cercando conforto, calore. Chiude gli occhi, schiude le labbra, si monda da ogni volontà, le poso una mano aperta sull’addome, ne sente il tepore, me ne ringrazia con un sorriso e poi dice solo: «Spegni la luce, ho bisogno anche di te.»

E allora io la vedo alzarsi dalla sua poltrona, tirare la cortina di scuri con gentilezza, le sue mani leggere che accarezzano la stoffa spessa, spogliarsi con rapidi gesti, i suo abiti sul pavimento di legno, la candela subito accesa e sento lo scostare delle coperte prima che il suo corpo imprigioni Giulia contro di me.

Non ci sono parole tra di noi, nessuna, non c’è neanche il sesso, la passione, neanche il sollievo dello scampato pericolo. Ci sono le mie mani sulla piccola zia che incontrano le sue, le carezze di cui Labbradilampone si bea, c’è che poi si gira e bacia Ire come fosse me e poi se ne accorge, sente che le è piaciuto lo stesso e lo fa ancora, ancora, ancora, mentre ha le mie mani addosso, e le sue sul viso. Si gira di nuovo e poi si perde fino ad addormentarsi senza capire più dove finisca Ire, dove cominci io, chi sia Giulia. La ragazza dorme sorridendo, non prova più dolore, gli analgesici ormai hanno preso il sopravvento insieme alle endorfine. Io e Ire rimaniamo li, cariatidi, a guardarci negli occhi senza emettere un suono al di la del fluire del respiro. Questo è uno di quei momenti di non ritorno imprevisti, non programmabili, eppure se stai attento li percepisci in tutta la loro portata, nelle ramificate implicazioni. Nel filo che lega i miei occhi ai suoi scorre la consapevolezza della responsabilità che sempre avremo nei confronti di questa creatura fuori posto, che si è spinta troppo avanti e si è persa tra di noi, e c’è rimasta imprigionata.

Dolcezza.

Labbradilampone è, lei, tutta la dolcezza che non abbiamo, tutto il candore che abbiamo perso troppo presto, non potrebbe esserci individuo più diverso da noi eppure è qui l’unico luogo in cui si sente davvero completa: incastrata tra me e Irene, tra il male e il peggio.

Non so cosa ne penserebbe il nonno, non so neanche se sia a conoscenza del motivo per cui gli riporto a casa Giulia a mezzanotte tutti i venerdì. Non credo abbia mai avuto paura che mia zia frequentasse cattive compagnie, voglio dire: l’ha affidata all’attenzione di me e l’Altra dall’istante in cui è nata, ed anche con uno sforzo di immaginazione considerevole è difficile immaginare dei modelli comportamentali e morali peggiori. E da bambini non eravamo meglio, con gli anni ci siamo dati una stemperata ma eravamo anche più affilati. Povera bambina affidata alle amorevoli cure del ”male” e del ”peggio”, dove poteva finire se non nel letto degli ospiti stesa su un fianco i capelli che mi si infilano in bocca mentre dorme col viso posato sul seno di Ire. Ho sempre avuto paura, da piccolo, che qualcuno ci avrebbe fermato ora mi rendo conto guardando negli occhi Ire e vedendoci riflessi i miei con la luce della candela che ci balla dentro che nessuno ci riuscirebbe più ora. Siamo salvi.

Il mondo ha perso, solo che non lo sa.

Poi finisce anche il venerdì, finisce tardi, di sabato dopo l’ora di pranzo quando porto la piccola a casa del nonno e poi me ne vorrei andare in giro anche se piove ma odio la pioggia. Allora è arabica chiara in chicchi regolari messa in una busta di carta da portare a casa, le scale fino alla porta fatte lentamente gradino a gradino. Il camino acceso, un buon libro, Ire che si cucina il sangue troppo vicina alla fiamma e fa le fusa se le sfioro il viso con la mano, il bicchiere di latte dolce e tiepido e questa voglia di scrivere per capire alla fine che quello che mi manca è solo il fatto che mi manchi qualcosa.

Perchè sono un borghese viziato. Decadente. Appagato.

Guardo Ire e me ne esco  con : «Ho voglia di farmi Lize»
Lei borbotta poco convinta: «pervertito, maniaco»
«Lo so che sono il tuo tipo, non mi dici nulla di nuovo.»
«Non ne voglio sapere niente, non portarla qui, se vieni a letto con il suo odore addosso ti uccido. E voglio il video, di buona qualità.»
«Il video?»
«Si, puoi sbatterti quella sciapetta bionda con le tette grandi quanto vuoi ma voglio la registrazione in video dall’inizio alla fine. Lei ha i nostri video e io voglio i suoi, puttana.»
«Stai diventando una guardona.»
«Lo so che ti piaccio»
E adesso mi tocca pure portarmi dietro una telecamera ad alta definizione, ma tu guarda, e di sicuro quella calzediseta incestuosa di Liz vorrà una copia pure lei.
«Tanto lo so che pure tua sorella vorrà una copia…»
Dio, mi dovrei far lasciare uno scaffale alla biblioteca nazionale a questo punto.
«Fortuna che le donne erano la parte romantica della coppia…»
«Puoi sempre usare lenzuola rosa e l’effetto inquadratura a forma di cuore, se vuoi.»
Dio se la odio, però mi piace tanto tanto.

BugieXVII  Bugie XVII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

One Response to “Bugie XVII”

  • ci sono delle cose che vorrei dirti su questo lavoro (nulla di indispensabile, of course)ma, purtroppo, non ho più il tuo contatto: se mi dessi una voce su mns ne sarei lieta.

    love

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