Bugie XVIII
Domenica me la prendo per me, aprire una partita nuova in cui non sia io ad essere oggetto ma manipolatore. Domenica, il signore iddio ordina di santificarla e io lo faccio offrendo in sacrificio lei, Elisabetta. Dopo averla vista nuda sono fermamente convinto che sia un sacrificio assai piu’ gradito del viziato unico figlio di Abramo, il circonciso. Lize la passo a prendere come sempre sotto casa, e’ un angelo vestito di grigio temporale, con i polsi aperti sulle ginocchia, seduta composta. Andiamo nella casa del Circeo, nessuno la usa d’inverno ma e’ una proprieta’ che non puo’ mancare alla famiglia romana dinobilecenso, io la odio ed e’ per questo che l´ho scelta come il posto giusto. La odio come odio me stesso per quello che ho il bisogno di fare ora, immediatamente, ancor prima di aprire la porta.
Guardo avanti, perso nell’asfalto: «Da ora non parlerai più, non una sola consonante, realizzerò i tuoi desideri ma sarà solo un effetto collaterale della consumazione dei miei, la tua volontà non ha importanza, dimenticala. In qualsiasi momento potrai dire NO, una volta detto non si torna indietro, saremo i soliti fratello e sorella che si ignorano di questi ultimi anni, non avrai più nessuna altra possibilità, sono questa ti e’ data. Se accetti toccami la mano sinistra…» Lei l’afferra immediatamente, e poi l’accarezza. Sciocca. «Se ti faro’ delle domande tu potrai annuire o negare muovendo la testa, lo facevi da bambina e non credo ti venga troppo difficile, ma ricordati di non parlare. MAI. Se lo farai io ti punirò. Hai capito?» Lei annuisce con eleganza. Non sembra neanche troppo colpita, anzi, forse si era preparata anche a qualcosa di peggio, e non sa che queste erano le carezze. Io provo rancore nei suoi confronti, per quello che ha fatto alla mia sorellina, per quello che l’ha costretta a diventare, e addosso su di lei anche le colpe di Irene e le mie per questo, sapendo di farlo. Iniquo, lo so benissimo, ma Elisabetta pagherà per tutti, la offro in sacrificio a me per rompere la bilancia della giustizia che mi pesa ancora dentro malgrado tutta la mia determinazione.
Non sono
ancora
dannato
abbastanza
Tutti hanno i loro bisogni, e questo adesso e’ il mio.
Apro la porta di ingresso, lei mi segue, la chiudo alle sue spalle con un lieve rumore che sottolinea un incastro perfetto. Prendo la sua mano, le do un bacio sulla guancia da fratello, le sfilo il soprabito e si comincia.
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Lui se n’è andato stamattina, mi ha detto che andava al mare con sua sorella, io non sono sicura che la cosa mi piaccia ma quella subottimale non e’ certo una minaccia, in lei non vi e’ nulla di puro o di assoluto talmente e’ contaminata dalla mediocrità. Non ha potenziale e lui e’ attratto solo dal potenziale. A lui piace infettare, fare una bella macchia su qualcosa di candido, oppure corrompere con una versione socialmente accettabile del ”bene” la perdizione più profonda. Come quando ha infilato questa cosa dell’amore nel nostro rapporto, o usa apertamente come corpi giocattolo le sue infatuatissime studentesse. Sono affascinata da questo suo essere cosi’ ostinatamente contrario ma con elegante leggerezza e agilità, da questo suo essere un vero stronzo, e’ l’unico essere umano che non mi annoi. Tra poco zia Giulia sara’ qui, vorrebbe discutere di un recupero sul venerdì visto che non ha avuto la sua razione di sesso e orgasmi col MIO uomo. La ragazzina si sta allargando, sonda il confine tra concessione e diritto ed in questo ha bisogno di una lezione di vita. Un diritto non si chiede, non si negozia per ciò che e’ dovuto, si combatte e basta. Apro la porta e la invito a entrare, vestita da affari sperando di negoziare da pari, fa anche il suo effetto devo dire col suo stile cosi’ spiccatamente androgino, ma la preferisco nuda. Nuda e’ sottile, scivola tra le virgole e si infila nelle mani senza passare per le parole.
«Spogliati.»
Sta per ribattere stizzita poi l’espressione si addolcisce subito, gli abiti cadono a terra in disordine sul pavimento dell’ingresso. Tutti. Addosso solo i piccoli gioielli, degli orecchini non mi interessa ma il collier che le ha regalato Lui non voglio vederglielo addosso ora, un segno di legame e di cura da parte di me e di Lui verso la piccola zia Giulia, una cura che adesso deve cambiare modi.
«Ti ho detto di spogliarti»
Posa sulla specchiera un braccialetto poi mi da le spalle fronteggiando la sua immagine riflessa, una ragazza nuda e bianca, da dietro apro il fermaglio del prezioso, lo sfilo facendolo scorrere aperto sui suoi seni, lo chiudo in una mano e lo porto con me. La sua, fredda, si infila nell’altra. Malgrado gli anni è sempre una bambina.
«Tu pretenderesti di recuperare questo venerdì allora?»
«Chiedere non costa nulla.»
«Lo scoprirai subito quanto costa chiedere, ragazzina» sto usando un tono sprezzante, forse troppo ma funzionerà.
«Davvero e che prezzo mi farai pagare?»
«Alto, Alto ma trattabile. E ti prometto che ti piacerà pagarlo.»
«E cosa ne avrò in cambio?»
«Quello di cui hai bisogno, che non sono le scopate dolci da fidanzatini che ti fai con Lui.»
«A me piacciono.»
«Appunto, ti piacciono. E basta. Quando mi scopa mi sconvolge, mi sento l’anima fuggire via con il respiro. Quando me lo porto a letto la terra si sposta impercettibilmente dalla giusta eclittica. A te invece ”piace”.»
« Mi vuoi dire che lui potrebbe essere molto diverso con me?»
« Questo lo immagino, ma io sono certamente molto diversa da lui.»
«Tu vorresti scoparmi?» mi dice quasi ridendo
«Non te la caveresti cosi’ poco»
«Interessante.»
La schiaffeggio, con precisione, sulla guancia destra, senza preavviso.
«Smettila di fare la donna vissuta, smettila di far finta di essere me, stiamo facendo sul serio, vedi di rendertene conto subito.»
Adesso e’ nello stato d’animo giusto, spiazzata, nuda, vulnerabile, e comincia a rendersi conto che il gioco il cui si e’ infilata e’ al di la’ delle sue capacita’ di gestione. Si e’ lasciata trasportare dalla corrente ed e’ arrivata nelle rapide.
«Che vuoi da me, che mi vuoi fare?»
«Io voglio te, ma non nel senso che credi o almeno non solo in quel senso, io voglio il controllo completo sulla tua vita, tu ti rimetterai a me per qualsiasi decisione, mi apparterrai. Tranquilla, non per sempre, mi accontento del tempo che manca al tuo diciottesimo compleanno. In cambio ti offro molto piacere, ed il dolore che ti sarà necessario per sopportarlo, e Lui ogni venerdì.»
«Tu sai che ho bisogno del dolore, perchè lo sai?»
«Te sei la mia piccola masochistica ballerina, trasformi il dolore nelle ali per volare, non ne puoi fare a meno. Senza attraversare il dolore che ti purifica il piacere per te e’ poca cosa e passa subito.»
«Tu lo sai. Proprio tu lo sai…»
«Si. Inevitabile, tu accetterai le mie condizioni, non avevi speranze e lo sapevi quando sei entrata, a te piace perdere, come il tuo amore impossibile per tuo nipote.»
«Si. Lo so, ho perso ancora. Accetto.»
Le accarezzo il viso, mi fa tenerezza, non posso lasciarla a se stessa altrimenti farà un disastro della sua vita, programmata come e’ per essere sconfitta e nuocersi.
L’accompagno in camera, quella mia e di Lui, quella che le e’ stata vietata per anni, prendo dal mio portagioie una cosa che ho fatto fare il giorno che decisi di concederle il mio cazzo di Lui, perchè volevo qualcosa in cambio, qualcosa di un valore almeno paragonabile: la sua vita.
Un collare, piastre piatte e lunghe a sembrare un cingolo ma non qualcosa di umano e spigoloso, come se fosse una tecnologia aliena di metallo organico, HR Giger mi ha prestato l’idea e il gusto, il meglio della tecnologia mi ha fornito i materiali, un genio in esilio l’arte della meccanica di precisione. Un collare, in lega pentametallica a base di titanio, più resistente delle vertebre del suo splendido collo, un piccolo punto di agguanto curvo per un moschettone speciale, una chiusura che una volta scattata non si aprirà fino al compimento della sua maggiore eta’. Il meccanismo interno non e’ riprogrammabile: una volta chiuso.
«Se accetti, metti questo, ma non potrai tornare indietro. Dico sul serio»
Le maglie sono 15, incise in caratteri latini, Romani, a formare L A B B R A D I L A M P O N E, lo porgo a lei avvolto come un serpente velenoso sul palmo della mia mano.
Lo prende, lo appoggia al collo.
«Non metterlo a rovescio»
Lo gira, lo avvolge ancora intorno alla pelle più indifesa…
«Non riesco ad agganciarlo, e’ troppo preciso, me lo allacci tu?»
«Sei sicura che e’ quello che vuoi?»
«Si.»
Una sillaba mi basta, le parole brevi sono sempre le più sincere, faccio scattare la chiusura, lei e’ mia, vengo con violenza, in silenzio. Ma so benissimo che il respiro mi tradisce.
«Questa e’ l’ultima decisione che hai preso, Labbradilampone»
Mi sorride. Imprevedibile strana ragazza.
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Non le strappo gli abiti di dosso, sarebbe uno spreco ingiustificabile, Lize sa vestire con un gusto squisito, forse e’ l’unico talento che ha, o magari c’entra il fatto che con un corpo con il suo sembrerebbe elegante e femminile anche una tuta di tyvek.
«Spogliati completamente»
Arrossisce, ma si spoglia, posando con cura i capi su una sedia, un pezzo dopo l’altro. Già con la biancheria toglie il fiato, anche imbarazzata non e’ goffa, completamente nuda e’ troppo, non la sopporto, la donna più squisitamente femminile e proporzionata su cui abbia mai posato le mani. Non ce le ho ancora posate, d’accordo, ma ormai non mancano che attimi, i suoi capezzoli che si stringono diventando sempre più piccoli e duri, eretti. Non la reggo tutta questa bellezza, non adesso, non per quello che devo fare, che ho bisogno di fargli. La prendo per un polso, stringo, sento le dita affondare quel poco che serve ad arrivare all’articolazione, la porto in bagno.
«Entra nella doccia»
Sia benedetta la domestica, non ci veniamo mai ma la casa e’ sempre perfetta.
«Apri il getto dell’acqua fredda, al massimo, restaci sotto immobile.»
Lei lo fa, mi fissa negli occhi mentre lo fa, vedo che non comprende ma accetta, esegue, un perfetto automa. La pioggia artificiale che la colpisce ha una temperatura intorno ai sei gradi, quella del suo corpo sta scendendo rapidamente. Dopo un minuto le labbra sono magenta, i capezzoli viola, trema, ma non si sposta. Mi aspettavo che scappasse fuori subito invece sta li e mi fissa, tra poco cadrà a terra, non distoglie lo sguardo.
«Chiudi l’acqua.»
Ci mette un’eternità con le mani che tremano a girare quel rubinetto di ottone fino alla fine, la guardo scuotersi e lottare per un equilibrio precario, ci metto tutto il tempo necessario prima di mostrarle la mia pelle, tutto il tempo necessario. Nudo la confino in un angolo, mi schiaccio contro di lei, la mia mano sulla sua bocca, e’ gelida contro di me. Il cadavere di mia sorella Elisabetta che mi guarda ripescato da un lago, quella puttana che si e’ mangiata la mia sorellina piccola elfa dalle orecchie che spuntavano. Il trucco sciolto e poi risolidificato, una maschera che non riesce a renderla ridicola, una calzediseta forse, una ombrettoverde mai, c’è il mio sangue dietro quegli occhi luminosi da dove lacrima il mascara, il mio sangue sporco e perfetto. I suoi capelli, una massa umida e giallo scuro, due giri nel mio pugno.
«IN. GINOCCHIO» e tiro verso il basso fino a quando il suo viso non e’ all’altezza giusta per fare quello che le voglio fare. Lei capisce quello che voglio, anche una come lei ci riesce, apre la bocca e io le infilo dentro il mio uccello gonfio, le tengo la testa, scopo la sua bocca attento solo a non esagerare con gli affondi, non si oppone, rimane molle con le braccia lungo i fianchi, usa la lingua: ne bene, ne male, ma almeno partecipa. Il non morto cadavere di mia sorella che si sta scaldando, le sue labbra quasi rosa, le guance che si stanno arrossando. La sua remissività mi stanca, mi frustra, voglio farle più male. La tiro su, con gentilezza stavolta, recupero la mia cravatta.
«Girati» adoro dire ”girati”, specialmente con il tono di comando che sto usando ora con lei. La lego con le braccia in alto appese al cannello della doccia, e’ resistente, lei non e’ la prima, contro la sua schiena, i miei piedi tra i suoi , le allargo le gambe fino a che non rimane tesa sulla punta dei piedi, prendo il flacone dell’olio e glielo verso tra le scapole sulla sua schiena tesa e perfetta, troverà lui la strada per il luogo in cui svolgerà il suo compito scivoloso. Poso la punta del mio uccello per introdurmi nalla parte che lei considera sbagliata eppure non dice niente, scuote solo la testa da destra a sinistra come a dire un silenzioso e supplicante ”nononononononono”. Adesso diventa interessante, adesso mi piace, mi sto eccitando, sopratutto se penso a quello che verrà tra un attimo. Spingo, lei cerca di alzarsi ancora più sulle punte, spingo, non può andare più su, la sua testa e’ frenetica e ossessiva nel suo diniego ma non fa un fiato. Spingo progressivamente e sento che si allarga. «Lasciami entrare, succederà comunque, non stringere e fa respiri lenti. Oppure rinuncia e di NO.»
Smette di scuotere la testa, si arrende, sono dentro di lei per pochi centimetri, per la prima volta. Le accarezzo le gambe come a farle assaporare una tregua, ma e’ solo l’attimo prima del tradimento, le sollevo le cosce e lei si trova senza appigli, fa forza sulle braccia e contro le mie dita che la trattengono, ma scende inesorabile scuotendo la testa, scende come un pesce muto, la sua boccia rotta. Annaspa, tutto quello che e’ in grado di contenere ora glielo ho messo dentro. Aspetto, godo la sensazione compressa di essere entrato dall’uscita, godo di ogni contrazione involontaria dettata dalla paura che continui ad entrare in lei, ad aprirla, godo della sua pelle fredda e liscia addosso, dei muscoli delle sue natiche che mi massaggiano, dei piccoli scatti delle sue gambe. Godo dell’attesa.
«Puoi urlare ora, se vuoi.»
E comincio a muovermi, e lei geme, all’inizio di dolore, poi di fastidio, le lascio posare i piedi sul piatto della doccia, le scopo il culo lentamente senza mai fermarmi, senza tentennamenti, senza affondi violenti, comincio a masturbarla. Ci vuole molto ma i gemiti cambiano, il mio ritmo si fa più secco e irregolare, le afferro il seno, l’accarezzo, le infilo due dita in bocca.
Le succhia, le mordicchia.
Ora e’ il momento, di finirla, anche perchè sono dentro di lei da una mezzora che non passa mai, il suo corpo ormai e’ caldo e solo i capelli gocciolano ancora acqua tiepida, le schiaffeggio il clitoride, una due, tre volte, le schiaccio il viso di profilo contro le piastrelle, quattro volte, urla piu’ forte, cinque e lo schiaffo è più violento, sei, mi morde le dita, sette mi morde forte e credo che uno dei suoi canini abbia vinto l’impari lotta con la mia pelle, OTTO. Viene urlando, ma forte, mentre la pompo violento per gli ultimi colpi, poi mi fermo. Non ho avuto l’orgasmo, non lo volevo, non lo cercavo, mi fermo, dentro di lei. La sciolgo. Lize si tiene le mie dita in bocca, le succhia ancora. Le sfila, si gira, il medio della mia mano sinistra gocciola di rosso sul pavimento, copiosamente, lo piego e scopro che fa male ma funziona regolare, lei lo tocca e si bagna la punta delle dita di scarlatto poi con quello si traccia due righe larghe sotto gli occhi. Elisabetta. Apro il rubinetto dell’acqua calda, lei prende un po di sapone e mi lava il cazzo con tutte e due le mani, con tenerezza, io resto abbracciato a quel corpo perfetto, senza dire niente, per un tempo che vorrei non finisse mai.
«Brava» le sussurro nell’orecchio.
Lei mi posa la testa sulla spalla.
Ire non avrà il suo video stavolta.
Scrivero’.
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Dividiamo l’idromassaggio parlando di lui, odore di bergamotto, amaro, dalle bolle. Gioco con il suo corpo come fosse la mia bambola, perche’ lei lo e’ adesso, poi chiede:
«Posso togliermi il collare, con tutto questo vapore e la schiuma mi da un po fastidio.»
«Puoi provarci se vuoi.»
Le lo gira, lo muove per il poco che può senza farsi troppo male, cerca di sganciare la chiusura in tutti i modi che conosce, e ha una discreta inventiva.
«Come si apre?»
«Con il tuo diciottesimo genealitico.»
«Intendo: come si apre prima.» dice con la voce tra il divertito e lo scocciato.
«Con una trancia al plasma, o con una tagliatrice a getto d’acqua supersonico, e basta credo»
«Vuoi dire che non posso più togliermi questo affare di dosso?!!»
«No, non puoi, era quella l’idea di base.»
Ha una mezza crisi di panico, girare con un collare con scritto Labbradilampone per due anni davanti a tutti non era proprio nei sui piani evidentemente. Sciocca e superficiale, bisogna stare sempre attenti quando si vende l’anima al diavolo, il contratto va studiato con diligenza.
«Stronza, maledetta stronza, adesso come faccio, sei una puttana traditrice, io ti volevo bene e tu mi fai questo»
Roba da ragazzine, da bambine piagnone, non le rispondo neanche, mi alzo in piedi, le do la seconda sberla della giornata. Di nuovo quella faccia stupita, che bambina, proprio non siamo riusciti a farla crescere, Lui l’ha sempre protetta troppo, aggancio il laccio al collare, la trascino sul bordo della vasca tirandola per il guinzaglio, lo lego alla base della scala. Lei e’ stesa con il busto appoggiato per intero al pavimento intorno alla vasca, le gambe dentro, le natiche ben sporgenti. Una bambina a volte va educata con metodi tradizionali, la sculaccio, forte, uno, due, dieci, quindici, i colpi si susseguono, prima urla, poi piange, poi singhiozza, ma so che e’ solo l’umiliazione perchè conosce ben altri livelli di dolore. A venticinque il respiro si fa pesante, e lo so che si sta bagnando, è eccitata la puttanella, continuo a colpirla. Trenta, comincia a farmi male il braccio, trentacinque, comincia il dolore sordo e diffuso, quaranta, il suo muscoloso culetto è cremisi, mi fermo di botto. Disorientata resta immobile, le infilo un dito dentro, poi in secondo, mugola. Mi siedo sulla sua schiena, fa fatica a respirare, il mio peso la schiaccia, continuo a giocare con la sua fighetta, la porto sull’orlo, la esploro anche con la lingua. Non ho mai fatto cose del genere con una donna prima, ma lei non è una amante, lei è totalmente mia, la mia bambola anche se ancora non se ne rende conto. La lascio sospesa, appena ad un passo dal finale, e poi decido che non si è comportata bene, quindi non deve venire. Prendo di nuovo il guinzaglio e me la tiro via fino alla mia stanza, mentre mi guarda appannata, desiderosa di provare altro strano piacere.
«Piegati sullo sgabello» Questo è un giochino speciale, roba di Lui nei momenti più bui e ispirati, le accarezzo la schiena poi faccio scattare le manette ai polsi e alle caviglie. Lei resta li, dove voglio che stia, la pancia sulla seduta, piegata e intrappolata. Esposta.
«Lamentati pure se vuoi, io vado a preparare il pranzo» E la lascio li a pensarci su.
Se torna in tempo la presto un po’ a Lui.
La mia piccola deve imparare a sublimare le attese,
prima o poi.
Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.





come scrittura è forse il capitolo è forse quello che mi piace meno, labbradilampone, però, l’invidio.
E’ rozzo come parole e il terrore della sintassi, lo stile di Ire non mi piace per niente, non sa scrivere ma come stratega tanto di cappello. Spero che non scrivera’ molto, manca di leggerezza.
Oh, per Labbradilampone e’ solo l’inizio, una fortunatissima, (non abbastanza) brava, bambina.
La sorpresa e Lize, mi piace e tanto.
vero? anche a me. te l’avrei detto in privato. ne parliamo, se ti fa piacere.