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Bugie XXII

Lize lize lize, il cielo di tramontana, lize lize lize, proprio non posso darle il nome di puttana, lize lize lize, muove solo la testa con la grazia che le resta. Con lei a passeggiare mentre parlo per tutti e due, scegliere una camicia nuova, un paio di cravatte, consigliato dai suoi si e dai suoi no mentre un commesso fin troppo gentile moriva di inesprimibile curiosità. Seduti in una sala da té, la conversazione inusuale tra chi sceglie le parole e chi non può, dialogo perfetto.

Le sue mani tra le mie, due tazze a fumare, qualche biscotto, il carattere neutro e costruito delle nuove attività, tovaglie senza passato. Uno di quei luoghi creati per essere uno sfondo insignificante, dimenticabile, in una città che era vecchia quando i francesi bevevano solo acqua piovana.

Le sue mani, tra le mie, come mille anni fa, un’altra vita o quasi.
«Hai pensato molte volte a domenica scorsa?»
Annuisce languida.
«Ti è piaciuto»
Ancora su e giù con il capo, deciso.
«Se fosse sempre e solo così, vorresti continuare a vedermi?»
Occhi di fuoco, il si le addrizza la schiena deciso.
«Anche io voglio continuare ad averti, in questo modo, con queste regole. Non voglio che tu mi sia fedele..»
Scuote la testa, offesa, espressione ferita.
«Tu vuoi essermi fedele? Prendere il tuo piacere solo e soltanto da me?»
Su e giù il mento, lentamente ed esplicitamente, due volte.
«Capisci che io non ti sarò fedele sessualmente?»
Lo capisce.
«Hai più toccato la neve, o quella roba per foche ammaestrate?»
No, più volte, a ribadire.
«E ti sei masturbata pensando al mio cazzo che ti apriva sotto la doccia?»
Arrossisce, un piccolo si, le ginocchia strette l’una all’altra sotto il tavolo.
«Da oggi ti procurerai piacere tutti i giorni, alla sera ti chiamerò, farai quello che ti dico fino a che non sentiremo il tuo orgasmo.»
Sorride.
«Accarezzami»
La sua mano sul mio viso, senza malizia, la sua mano a cercare la pelle con gentilezza, sfiorare.

Pendo la sua mano, ne bacio il dorso, mi alzo e infilo la giacca mentre lei ha già capito, il tempo di una banconota alla cassa poi via di fretta fino a casa dei nostri genitori, le tazze quasi colme lasciate orfane sul tavolino, biscotti senza un padrone.

L’ascensore è lento come sempre, poi l’appartamento vuoto del sabato di bridge fino a tardi, fratello omologazione sociale in giro da qualche parte con dei suoi simili. Ci siamo solo noi, bambini lasciati a casa a badare a se stessi, non più bambini, per mano la conduco fino alla porta di camera sua, afferro la maniglia, lei mi prende per il braccio indicando appena con il dito la porta opposta. La stanza in cui sono cresciuto è stranamente in ordine, nessuno che saboti il lavoro della servitù come il suo vecchio inquilino, l’abito di Lize tocca terra mentre ancora mi guardo intorno, gli armadi pieni di abiti che non indosso, mi indica il letto. Intuisco, mi spoglio e mi infilo nel letto della mia infanzia, le lascio spazio e anche lei mi raggiunge, beata. Lascio scorrere le dita su di lei, ovunque, le bacio il collo da dietro, gioco con i suoi capelli, li annuso, me ne inebrio, le sue unghie senza smalto, le ricordavo molto più piccole le sue mani tra le mie.
Più volte la notte la sveglio penetrandola, lei risponde sempre lasciva, golosa di piacere, di sentirmi dentro con gli occhi chiusi, al mattino non ho idea di quante volte l’ho colmata del mio seme, lei si gira verso di me, è felice, ha vissuto il suo sogno. Quando con una mano sulla testa la spingo giù sotto le coperte, tra le mie gambe, capisce che la parentesi è finita, fa di tutto per cercare di respirare mentre le scopo la gola, tutto tranne opporsi, tranne dire di no.

Nessuno in casa si domanderà mai se è successo qualcosa, li conosco da una vita, non sono neanche umani.

bugieXXII  Bugie XXII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

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