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Bugie XXVI

Sabato sera, ma senza febbre, fa freddo fuori ma non ho voglia di guardare ire che gioca alle bambole con Labbradilampone, ne di approfittare di nessuna delle due, ho una e una sola donna in testa adesso: pescerosso. Le telefono che sono già in macchina, non so dove portarla, non ho voglia di uscire con lei quanto di entrarle dentro e rimanervi il piú a lungo possibile insieme a me la borsa con il portatile e le chiavi delle dimore di famiglia, dentro i miei pantaloni una molesta erezione. Parcheggio civilmente e salgo di sopra, lei non è ancora pronta e io non voglio metterle fretta, trovo seducente il suo desiderio di essere perfetta per me, appaga il mio ego. E fa gonfiare ulteriormente la mia erezione l’idea che una delle giovani donne più belle della città sia intenta a scegliere gli abiti da togliersi al mio cospetto, e a dir la verità la immagino già nuda, splendida, silenziosa. Sta per uscire quando succede: la generatrice dei cromosomi X della famiglia dinobilecenso ci chiede di restare a cena a casa per riunire almeno una volta tutta la famiglia. No tutta la famiglia non comprende l’onorevole presenza paterna, lui è a studio per delle questioni che lo tratterrano fino a tardi, come l’incularsi l’ultima giovane segretaria sul tavolo delle assemblee. La mamma fa finta di non saperlo, e noi sorvoliamo sul fatto che per tutte le lezioni di golf che prende tutto l’anno le sue braccia siano incongruamente pallide. Tutto è la cucina di mia madre tranne che semplice e leggera, se avessi mangiato più nella sua cucina che a casa di Ire adesso il mio fegato potrebbe aver diritto all’autodeterminazione secondo lo statuto delle nazioni unite, maccheroni cacio e pepe con almeno sei dannati tipi di formaggi, seguiti da fagiano ripieno di quaglie ripiene di salsiccia, patate isolabella in involtino di salmone canadese affumumicato e pisellini con cipolla e pancetta, croccante fatta nel burro la pancetta. Per dessert voglio morire, perchè è proprio quello di cui ho bisogno ora: una morte dignitosa e possibilmente rapida. Lize resta silenziosa, la mamma fa domande a me, poi a lei che non risponde, poi di nuovo a me che parlo del più e del meno, di come va la mia tranquilla convivenza con Irene, poi chiede a Elisabetta notizie su dove l’avrei accompagnata e so che se rimane muta finiremmo per aver qualcosa da spiegare anche a qualcuno come la mamma che ha fatto del non sapere, non vedere, una forma d’arte superiore. Le faccio cenno che le è permesso parlare… «Ho chiesto ad Aureliano di accompagnarmi a teatro, mi deprime l’idea di andarci da sola e fare la figura della sedotta e abbandonata sul palco di famiglia.»
«E tu accompagneresti tua sorella a teatro? questa si che è una novità.»
«Sono l’unico qui dentro che sfrutta il palco di famiglia con regolarità, la piacevole novità è che Elisabetta ha deciso di scoprire cosa può offrire la vita al di fuori di quel mediocre con cui si accompagnava.» Il mediocre piaceva alla mamma quindi la sua risposta piccata è immediata, non è permesso offendere colui che è stato un ospite, «Di certo nessuno sparlebbe di lei perchè si accompagna ad un mediocre se la vedono al tuo fianco.»
Intuito femminile non credo, ha semplicemente lanciato un siluro per muovere le acque, per provocare una delle mie uscite a lei così gioiosamente disgustose.
«Madre, siamo fratelli, chi potrebbe mai vedere in me il suo cavaliere.»
«Che siete fratelli, in questa città, lo sapete soltanto tu e lei. Io non vi vedo fare qualcosa insieme da più di dieci anni.»
Lize prende la parola: « Se pensi sia tanto sconveniente posso sempre smettere di frequentare mio fratello.» La mamma è raggelata, capisce che si è spinta troppo oltre con la sua meschinità per stasera, ci invita ad uscire per non fare tardi.
Nello sguardo di mia sorella la muta richiesta di stringerla, nella mia schiena dritta il desiderio di scopargli la figlia in casa mentre lei attende tra riviste pettegole il sonno farmaceutico senza sogni, foca ammaestrata al delirio.
«Mi sa che ci fermiamo a casa, sono un po’ stanco ed ho avuto una giornata pesante» E non sai quanto lo sia madre cara tenere la testa di Zia Giulia mentre la mia donna la fotte con la lingua tutti insieme nella jacuzzi, soprattutto se il piano per la serata è farcire col mio seme la tua adorabile secondogenita in ogni buco.
I miei genitori mi rendono malvagio, non ci posso fare nulla, hanno davvero una pessima influenza su di me. Il frater minor esce con quella schiuma borghese che chiama amici, ci sono anche delle ragazzine tra di loro, povere cucciole di deficenti  desiderose di imparare a venderla o anche solo a noleggiarla con il massimo risultato. Una porta sola nel corridoio che si apre in un disimpegno: la mia stanza, in bagno in comune, la sua stanza. Entro per primo, lei chiude la porta sul corridoio, un secco giro di chiave, serratura vecchia e nessuno fa più manutenzione in questa casa. Le poso un dito sulle labbra, da ora torna il mio pescerosso, ci laviamo i denti, io faccio le boccacce e lei ride, complicità, ci sono voluti vent’anni e più per essere complici ed alla fine siamo qui a farla sotto il naso di mamma e papà. Mentre finisce di levarsi il rossetto davanti allo specchio io non resisto, le alzo la gonna da dietro e infilo la mano nelle sue mutandine, il dito medio scivola tra le sue grandi labbra, tra le piccole, entra dentro, affondo, è già fradicia. Avvicino la mia bocca la suo orecchio, lei scansa i capelli per lasciarlo scoperto, le sussurro «Sorellina sei una troia.» poi glielo prendo in bocca, la esploro con la lingua mente sento che rabbrividisce senza poter scappare, impalata sulle mie dita mentre gusto il suo perfetto piccolo padiglione auricolare. E pensare che da piccola aveva le orecchie a sventola come Rintintin. La porto nella sua stanza, le faccio tenere addosso la biancheria, cerco nei cassetti qualcosa di adatto, una sciarpa di ferragamo, un fulard hermes la lego spalancata al suo letto da principessina, prendo una crema idratante dal suo negligè e la cospargo con uno strato spesso fino a che non è tutta ben viscida poi vado in camera mia, cerco qualcosa, una lama dritta e pulita, la trovo, il mio stiletto damasco regalo di Ire. Davanti a lei pulisco la lama con l’alcool, le faccio annusare l’odore del metallo e del disinfettante, comincio a strofinarle il coltello addosso, a raschiarle via la crema lentamente con la massima precisione, dopo ogni passata pulisco il filo sulle sue mutandine. Intorno ai suo capezzoli con la massima attenzione, i suoi seni perfetti sono la mia religione. Ho finito, infilo la punta del coltello tra un laccetto dei suoi slip e la pelle, tiro appena, lei sussulta, un minuscolo taglio rosso vicino alla fossetta del bacino, lecco via il suo sangue dalla ferita. La biancheria ormai nel cestino, cospargo il suo corpo appena arrossato di olio per neonati, abbondo, poi comincio a strofinarmi su di lei con tutto il corpo, ad assaporarne la calda elasticità, il suo respiro sempre più corto, i muscoli tesi delle gambe, flessuosi, tonici. Le tengo la testa ferma, con forza, le faccio male, la costringo a fissarmi, a non distogliere gli occhi dai miei troppo vicini, quasi a non poter mettere a fuoco. Osservo le sue pupille mentre la stupro senza grazia, senza alcuna attenzione al suo piacere, contrazioni delle sue iridi sempre meno frequenti, pescerosso che boccheggia senza emettere suono, infilzata. Nostra madre di la che guarda la televisione.

Come ogni volta che sto con Lize il mio desiderio non si appaga, la possiedo più volte durante la notte, le riempo il grembo del mio seme, ancora e ancora. Irresistibile desiderio di un bambino irresponsabile: colmarle l’utero con il mio succo.

Quando mi sveglio lei ha un viso dolcissimo di abbandono, la finestrella piccola del mio orologio segna il quattordici di febbraio. Buon fottuto sanvalentino sorellina mia, se c’è un dio so che sta ridendo di gusto. Poi la sveglio e le faccio un amore dolce che non capisce, di cui ho bisogno ora e solo ora, in cui resta con gli occhi chiusi del sogno.

A casa, ad attendermi, due pervertite in assetto domenicale.

bugie XXVI  Bugie XXVI

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

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