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February 2010
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Incastrato. come la pallina in un flipper

alfa147  Incastrato. come la pallina in un flipper

di freddo e di vento

delle coperte tirate

la mattina ha il fiele in bocca

incubi e deliri

nessun eccesso da scaricargli la colpa.

Non vivo, ma con coraggio.

Bugie XXII

Lize lize lize, il cielo di tramontana, lize lize lize, proprio non posso darle il nome di puttana, lize lize lize, muove solo la testa con la grazia che le resta. Con lei a passeggiare mentre parlo per tutti e due, scegliere una camicia nuova, un paio di cravatte, consigliato dai suoi si e dai suoi no mentre un commesso fin troppo gentile moriva di inesprimibile curiosità. Seduti in una sala da té, la conversazione inusuale tra chi sceglie le parole e chi non può, dialogo perfetto.

Le sue mani tra le mie, due tazze a fumare, qualche biscotto, il carattere neutro e costruito delle nuove attività, tovaglie senza passato. Uno di quei luoghi creati per essere uno sfondo insignificante, dimenticabile, in una città che era vecchia quando i francesi bevevano solo acqua piovana.

Le sue mani, tra le mie, come mille anni fa, un’altra vita o quasi.
«Hai pensato molte volte a domenica scorsa?»
Annuisce languida.
«Ti è piaciuto»
Ancora su e giù con il capo, deciso.
«Se fosse sempre e solo così, vorresti continuare a vedermi?»
Occhi di fuoco, il si le addrizza la schiena deciso.
«Anche io voglio continuare ad averti, in questo modo, con queste regole. Non voglio che tu mi sia fedele..»
Scuote la testa, offesa, espressione ferita.
«Tu vuoi essermi fedele? Prendere il tuo piacere solo e soltanto da me?»
Su e giù il mento, lentamente ed esplicitamente, due volte.
«Capisci che io non ti sarò fedele sessualmente?»
Lo capisce.
«Hai più toccato la neve, o quella roba per foche ammaestrate?»
No, più volte, a ribadire.
«E ti sei masturbata pensando al mio cazzo che ti apriva sotto la doccia?»
Arrossisce, un piccolo si, le ginocchia strette l’una all’altra sotto il tavolo.
«Da oggi ti procurerai piacere tutti i giorni, alla sera ti chiamerò, farai quello che ti dico fino a che non sentiremo il tuo orgasmo.»
Sorride.
«Accarezzami»
La sua mano sul mio viso, senza malizia, la sua mano a cercare la pelle con gentilezza, sfiorare.

Pendo la sua mano, ne bacio il dorso, mi alzo e infilo la giacca mentre lei ha già capito, il tempo di una banconota alla cassa poi via di fretta fino a casa dei nostri genitori, le tazze quasi colme lasciate orfane sul tavolino, biscotti senza un padrone.

L’ascensore è lento come sempre, poi l’appartamento vuoto del sabato di bridge fino a tardi, fratello omologazione sociale in giro da qualche parte con dei suoi simili. Ci siamo solo noi, bambini lasciati a casa a badare a se stessi, non più bambini, per mano la conduco fino alla porta di camera sua, afferro la maniglia, lei mi prende per il braccio indicando appena con il dito la porta opposta. La stanza in cui sono cresciuto è stranamente in ordine, nessuno che saboti il lavoro della servitù come il suo vecchio inquilino, l’abito di Lize tocca terra mentre ancora mi guardo intorno, gli armadi pieni di abiti che non indosso, mi indica il letto. Intuisco, mi spoglio e mi infilo nel letto della mia infanzia, le lascio spazio e anche lei mi raggiunge, beata. Lascio scorrere le dita su di lei, ovunque, le bacio il collo da dietro, gioco con i suoi capelli, li annuso, me ne inebrio, le sue unghie senza smalto, le ricordavo molto più piccole le sue mani tra le mie.
Più volte la notte la sveglio penetrandola, lei risponde sempre lasciva, golosa di piacere, di sentirmi dentro con gli occhi chiusi, al mattino non ho idea di quante volte l’ho colmata del mio seme, lei si gira verso di me, è felice, ha vissuto il suo sogno. Quando con una mano sulla testa la spingo giù sotto le coperte, tra le mie gambe, capisce che la parentesi è finita, fa di tutto per cercare di respirare mentre le scopo la gola, tutto tranne opporsi, tranne dire di no.

Nessuno in casa si domanderà mai se è successo qualcosa, li conosco da una vita, non sono neanche umani.

bugieXXII  Bugie XXII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XXI

Labbradilampone e’ una visione, il caschetto nero, gli occhi truccati da una mano ispirata, avida di approvazione. Irene aspetta sull’angolo del letto la sua sorte, non le e’ permesso guidare gli eventi, ma sento che Giulia si muove meglio, la sua bocca piu’ lasciva, i sui fianchi piu’ sinuosi, scopa con tutto il corpo. Cerca il mio piacere, con devozione, ma manca ancora della leggerezza e della passione dell’Altra, della potenza disperata della sua ossessione, le lascio fare un sesso didattico per il tempo necessario: il tempo in cui realizza che per ora rimane una buona dilettante, una ragazzina che fa del suo meglio, una pargola volenterosa ma non ancora la perfetta ”piu’ brava bambina di papa’ ”. Sara’ per un’altra volta, di certo per il futuro, la sua padrona sta facendo su di lei un ottimo lavoro, non sono comunque deluso, il modo in cui mi risucchia in lei  e’ delizioso, come il suo respingere l’orgasmo per il mio beneficio. Quel vezzo terribilmente sensuale che ha di mordersi le labbra ogni volta che si affonda fluidamente sul mio cazzo, lo sforzo nel tenere il respiro regolare e il ritmo lento, lento come mi piace, come Irene le ha insegnato. Come mi eccita il suo desiderio di compiacermi, e di compiacere la sua padrona, la lascerei continuare fino a tarda notte ma ora ho voglia di prendermi quello che mi spetta dal venerdi’ e riscattare tutto il sesso alla vaniglia che ho fatto con la mia, ora sua, piccola Labbradilampone. La disarciono stesa prona sul letto, le alzo il bacino, la testa giù a schiacciare le lenzuola, ginocchia puntate contro il materasso: «Afferrati le caviglie». E’ una ballerina, muscoli stirati, la prendo da dietro con forza, ancora, ancora, ancora, le mie mani sulla sua schiena lasciano segni bianchi e rossi, afferrano i fianchi, spingono verso il basso. Lei subisce e geme, e viene urlando. Io continuo, le fa male ma non dice basta, lacrime sul cotone bianco, perchè ne ho voglia, perchè non ho ancora finito, perchè rovinare l’orgasmo che ha rubato è voluttà. Ricomincia a gemere, scorro di nuovo bene dentro di lei, un rumore liquido dal suo ventre, Ire mi guarda scintillante, aspetta di vedere il momento in cui il mio seme verrà iniettato nel grembo di Giulia per poi essere spinto fuori a colarle lungo le cosce lucide. Aspetta, ma un istante prima del finale esco dalla sua Labbradilampone e riverso sul corpo nudo della sua padrona ciò che dio mi avrebbe dato per generare. Faccio alzare sulle ginocchia la zia, le do un dolce tenero bacio e poi le sussurro: «Puliscila.» E me ne resto li steso comodo sul letto a gustarmi il dopo con le endorfine che si fanno un giro nel mio sistema vascolare, mentre la visione della mia mezza sorella che lecca con la sua instancabile linguetta il mio sperma dalla pelle della mia donna mi si imprime per sempre nella memoria.

Dopo cena la porto a casa del nonno, sono stanco di depravazione, per stanotte desidero solo la calda intimità del corpo di Irene distesa su di me, persa nei sogni. Quando scende dall’auto la mia piccola Giulia sembra camminare su un tappeto fatto di stelle, sorride al nulla, nella notte dei vapori di iodio.

E’ così aggraziata, se solo si muove appena.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XX

Ire è già nel nostro letto, stanca e frustrata, mi rifiuto ancora di scoparla come dio non comanda, al massimo le sto dentro immobile fino a che non mi addormento, non si lamenta grata come è che l’abbia ripresa tra le lenzuola. Ho anche dovuto impormi su me stesso per tenerla lontano questi giorni, ho bisogno di sentire su di me la sua pelle sempre calda, il suo respiro regolare, il suo profumo di donna, la sua morbidezza liscia e tumida intorno al mio cazzo. Sa benissimo che ha sbagliato, e sbagliando ha vinto un po’ perdendo molto, il suo saliente lo pagherà caro mentre le taglio le retrovie e la stringo sui fianchi. Ma è morbida contro di me, i suoi seni a riempire le mani, i suoi succhi a bagnarmi l’uccello, mi contiene, e non potrei davvero essere senza di lei.

Labbradilampone taglierà i capelli, su questo non transigo, Irene mi accontenterà e porterà la sua piccola schiava dove li acconceranno in un corto caschetto assolutamente nero, se deve essere un giocattolo che almeno sia uno di gusto squisito. Non la voglio in giro per casa uguale alla bambina che ho cresciuto e di cui mi sento il tutore, io ho chiesto solo questo ma ben altri sono i cambiamenti che le riserverà Irene e poichè sarà nel suo diritto io mi limiterò ad osservarli e a bearmene. Non mi ha fornito grosse anticipazione, la cosa credo sia dovuta al fatto che non è autorizzata a rivolgermi la parola, mi può scrivere se necessario e inderogabile, ma non colloquiare con me. Davvero non me ne frega nulla delle sue sottili argomentazioni, è un mostro: che sia un mostro barocco e articolato rende il tutto semplicemente più estetico. Labbradilampone poteva finire in mani peggiori, per quanto furioso sono anche in parte soddisfatto di questa sistemazione, non posso dire che non le accadrà nulla di male perchè di sicuro un rapporto così stretto con noi due non ha connotati salutari per nessuna creatura umana.

Domani è venerdì, di nuovo, l’altra la passerà a prendere a scuola, la porterà a tagliare quella meravagliosa chioma che amavo accarezzare per ore, l’accompagnerà a danza e rimarrà li a veder volteggiare la sua preziosa ballerina del carillon ancora e ancora, poi la porterà da me e me la presterà. E se Giulia si dimostrerà volenterosa e dotata, se si comporterà come la più brava bambina di papà, allora e solo allora Irene avrà il suo bramato orgasmo.

Bisogna sempre tenere motivata la truppa.

Come è calda e viscida, dentro, ci affondo come di notte nel sonno.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XIX

Ci son voluti due giorni, due fottutissimi giorni prima di permetterle di tornare a letto, di permetterle di considerarsi di nuovo una pari, o quasi. Cinque anni buttati nel cesso, a me non dispiaceva la coppia che eravamo ora ma lei no, lei deve sempre tirare la corda fino a che non la uso per ricordarle di chi e’ il diritto di primogenitura.

Maledetta domenica.

Me ne torno a casa dopo aver lasciato Elisabetta dai nostri comuni avi, con la promessa di rivederci presto e la dispensa dalla sua muta consegna nel caso in cui la chiamassi al telefono. E’ radiosa quando mi saluta con un sorriso e annuisce per l’ultima volta prima di voltare le spalle. Me ne torno a casa dicevo, una casa che speravo accogliente come sempre, intima come sempre. Ma Roma ha una storia di tradimenti e congiure che nessuna altra citta’ al mondo ha mai osato eguagliare, il sangue dei deposti con l’inganno urla da sotto la terra, deve essere questo, una citta’ fondata da un fratricida. Saluto Ire in cucina che sta finendo di apparecchiare, vedo un piatto in piu’ eppure il colonnello non e’ in casa, poi non e’ quello il posto del colonnello. Strano, ma menglio che corra a levarmi di dosso il profuno di Lize prima di scatenare una lite, non ho neanche il video stavolta… e no, non sara’ certo l’unica volta. La voglio ancora gia’ adesso, subito. Insoddisfatto me ne vado in camera, mi comincio a cambiare d’abito e vedo Labbradilampone immobile, piange ma non tenta di chiamarmi, fa finta di non esserci, li’ sullo sgabello, quello che io ho costruito, ammanettata con i seni che pendono appena oltre il piano, le natiche innaturalmente rosse su un corpo candido. No non e’ rabbia, rabbia e’ quando si apre la paratoia di una chiusa quello che provo e’ la diga che crolla.
«Irene, per favore, spegni tutti i fornelli e vieni qui.» Ghiaccio, nella mia voce, nelle mie arterie, ghiaccio e adrenalina che pompa. Io questa prima la uccido e poi le faccio male.
Entra allegra, vanitosa, guarda la ragazzina, poi me e di nuovo lei «Pensavo di prestartela un po’, visto che sei tornato in tempo»
Si aspetta una risposta sagace, magari persino un grazie, invece sono le mie spalle che assumono l’esatta posizione rigida, lei e’ troppo sicura di se per reagire in tempo, esita una frazione di secondo il cui la paura le invade le iridi, il mio braccio scatta, la mia mano attorno al suo collo. Testa e schiena contro la parete, inchiodata come una farfalla, sbatte anche lei le ali per cercare di respirare, initulmente, sprece del fiato in un sibilo che da un nome a quello che conosciamo tutti e due. «Il DUCA ROSSO» si formano le parole mute nella sua bocca stupita. No, non la posso uccidere, non la voglio uccidere, la mia Irene contro una parete della NOSTRA camera da letto, ma e’ una stronza pericolosa fuori controllo. Allento la presa, ritiro il braccio di scatto, in ginocchio a terra tossisce, ancora, ancora, non ho voglia di chiederle nulla adesso, non accetto spiegazioni. Il duca rosso, ha fatto tornare il duca rosso, se c’e’ una cosa che non volevo piu’ essere e’ proprio questo, il suo controllore, il suo signore e padrone. Ci avevo anche preso gusto al fatto che si divertisse da adulta a giocare con la vita degli altri, ma questo no, non puo’ fare una cosa del genere con zia Giulia, con la piccola. Si sono l’ipocrita che si sbatte la piccola, ma lo faccio con dolcezza, con responsabilita’, in maniera non traumatizzante insomma anche se tediosa. Comunque Lei no, in questo modo si rende pericolosa per se stessa e per labbradilampone, perche’ una creatura distruttiva come lei non e’ in grado di reggere il ruolo che recita.
La voce e’ roca, devo avere stretto davvero molto, interrotta da colpi di tosse «Volevo. Farti. Unregalo.»
Il mio pollice sblocca lo specchio grande, dietro in buon ordine i nostri vecchi giochi, prendo la pallina col laccio, la lancio davanti a lei. E’ facile, maledetta, e’ come lanciare una pallina di gomma, e’ subitaneo il passaggio dalla coppia che eravamo fino a stamattina al rapporto di dominio di diversi anni fa. Ire la prende e se la mette in bocca, lega il laccio dietro al testa. Tiro fuori il pupo, lei sa che sono furioso, ha paura, non sa se fidarsi di me adesso ma non vuole scappare. No. Mi avicino a lei, ancora, prova a girarsi, la colpisco affianco alla quarta lombare con le nocche, forte, le si spezza il fiato e si gira, alza la guardia, rido, solo con la bocca. Rido, tutti i denti sono perfetti, carnivoro. Mi basta fissarla un attimo perche’ si arrenda, prenda il pupo dal pavimento dove e’ caduto e cominci ad agganciarsi i bracciali a polsi e caviglie. Non sara’ una punizione veloce, a lei non servono, non le fanno nulla, ci vuole il tempo con lei, e’ infinitamente paziente. «Aspettami qui» Sa che disobbedire rendera’ tutto piu’ difficile, e poi lei mi vuole obbedire, lo desidera con tutta se stessa. Puttana. Il piatto e’ in salone, appeso a una parete, uno scudo tondo e grande in bronzo, lambda maiuscola sbalzata al centro, una copia ma perfetta, lei tornera’ sullo scudo e io con esso, non credo che l’abbiano concepita in questo senso. Metto lo scudo sulla scrivania e la porto davanti ai piedi del letto, l’interno del piatto e’ foderato in pelleccia di volpe argentata, perfettamente adatto allo scopo e alla pelle di Irene, la faccio alzare in piedi e le strappo gli abiti di dosso, senza grazia,  nuda la faccio mettere a quattro zampe nello scudo, poi assicuro i bracciali di polsi e caviglie ai quattro fori opposti di ancoraggio. E’ una posizione instabile, se non sta perfettamente a quattro zampe lo scudo oscilla, se oscilla io la colpisco con la bacchetta, faccio ruotare il piatto e suo contenuto fino a che orientato verso il letto non c’e’ il suo magnifico sedere, la sua vulva gonfia. Voglio poterla vedere in quasiasi momento anche steso sul letto, per tutto il pomeriggio, la notte. Finisco di rivestirmi, con calma, esamino il problema Labbradilampone, quella puttanella che si e’ venduta per un piatto di lenticchie, avevo tante speranze per lei per la mia bambina, colei che mi fu affidata appena nata dal nonno. Per tutta la vita. Stupida troietta, si e’ legata a Ire con una imperdonabile superficialita’, e adesso si e’ messa in una posizione scomoda anche piu’ di quella in cui il suo corpo si trova ora. Persino picchiarla sarebbe inutile, ormai che il danno e’ stato fatto, lo immagino, ma solo Irene me lo potra’ esporre con completezza il giorno in cui le permettero’ di alzare di nuovo lo sguardo da terra e rivolgermi la parola. Sono proprio due pesti, ho ventotto anni e mi ritrovo a fare la balia senza vie di uscita, sono legato dall’onore a due promesse fatte troppo tempo fa e ancora piu’ pesanti, presenti, per questo. Senza quelle promesse io non sono niente, la mia vita solo tempo senza significato, e quindi la balia io sono di queste due ingovernabili piccole, infide, femmine manipolatrici.

Io ho fame, l’odore che viene dalla cucina e’ molto piu’ invitante dei loro corpi offerti e indifesi, le lascio a riflettere un po’ e me ne vado a pranzo; venero la cucina di Ire.
«Puttana, adesso lui ti dara’ quello che meriti. Contenta?» E’ Labbradilampone, che di me ha paura adesso ma una volta sola con l’Altra lascia che il suo infantile istinto vendicativo abbia la meglio sul buon senso. Non ha importanza, nulla di quello che possono fare lo ha piu’, mi piaceva la mia vita fino a stamattina, candore e depravazione nelle giuste dosi: una perfetta rarita’. Poi quella troia si impossessa della mia bambina, le donne sono stupide, incasinano sempre tutto a un passo dalla vittoria, buone per la guerra ma da segregare prima del tavolo della pace. Ire ha questo problema, lo sa anche il colonnello, e non riuscendo per motivi affettivi a raddrizzarla lui ha posto sulle mie spalle questo compito tanti tanti anni fa, Irene e’ geneticamente incapace di provare pieta’ o compassione, motivo per cui mi attrae con una forza inquantificabile ed e’ la prima sopra ogni altro essere umano. Ma va governata, a volte poco saggiamente lo ammetto, ma sempre, con polso fermo, va governata: e’ la figlia di sua madre e con quel patrimonio genetico non ha scampo quando segue l’istinto.
Mangio poco, sono turbato da tutto questo, dalla mia famiglia, da questo abominio a voler scegliere il termine calzante, anelerei ad essere ancora col viso affondato nei grandi profumati seni di Lize il pescerosso, mi tocca tornare di la a riprendere il mio sporco compito. Sono fuori allenamento, mi sono persino creduto un altro per un po’, eppure la fastidiosa erezione che non cede per quanto compressa dagli abiti mi ricorda che io per queste cose sono stato creato.

Cerco la chiave, la trovo nel solito portagioie, insieme a lei il cartellino con i codici che usa l’uomo di Ostenda stampigliata una data molto recente che mi preoccupa, esamino con cura il corpo di Giulia e non vedo nulla di strano, le scosto le grandi labbra e ancora nulla di insolito, mi abbasso, niente neanche sui capezzoli, mi tranquillizzo un poco e apro le manette. La zia si alza lentamente, prima poggia con le braccia sullo sgabello, fa respiri profondi sempre dandomi la schiena, una volta in piedi si volta, lo vedo intorno al suo collo, stupida ragazzina. No, non sono furioso, ho solo meglio presente la situazione, io Ire le a sua puttanella.
«Parla»
«E’ stata lei, non me lo aveva detto, mi ha imbrogliato, ha usato te per avermi col ricatto…» Lo dice di corsa, come un tubo d’aria compressa che si rompe. Le poso un dito sulle labbra, si zittisce al tocco.
«Ti concedo quaranta secondi per le ridicole facezie da pargola seienne, e ne hai gia’ bruciati venticinque. Ti esorto a conservare gli altri perche’ se sfori verrai punita.»
So la prima cosa che le passa per la testa ”cristo, era piu’ facile con quella troia”, ed ha ragione, perche’ Ire gioca con la bambola nuova, Io no, io ho un dovere. Muove di nuovo le labbra stavolta pesando le parole, concisa: «Le ho promesso la mia vita per i prossimi due anni, lei prendera’ per conto mio qualsiasi decisione da qui al mia maggiore eta’ e potra’ fare di me cio’ che vuole fino a quel giorno.»
Abbasso lo sguardo sul suo corpo nudo, poteva andare peggio, le ha fatto un bel regalo limitandosi a due anni, lo so che le vuole bene davvero a suo modo.
«L’ultima cosa che la tua proprietaria ha potuto dire e’ che ti prestava a me, ricordalo.»
«Ma come, ti ci metti pure tu adesso, anche tu mi tradisci…» No, io non la picchio, mi rifiuto, non metto le mani addosso a labbradilampone per farle del male, non esiste.
«Ragazzina. Stupida bambolina dalla linguetta veloce, hai fatto una promessa e non sperare che verra’ sciolta. Pagherai le conseguenze delle tue azioni, nessuno puo’ evitarle nemmeno tu, benvenuta nel mondo degli adulti, puttanella.» Non ce la avevo mai chiamata ancora ad alta voce, e’ peggio delle percosse per lei, gli occhi le si allagano.
«Va in bagno, sfogati, datti una ripulita e torna qui. Non perdere tempo a rivestirti, intanto chiamo il nonno, non scapperai a casa sua stasera.» Ire e’ gia stanca, lo vedo ma come si poggia sui gomiti, sono anni che non la costringo a lunghe posture statiche, deve reimparare a lottare con il dolore lento e sordo dell’immobilita’, a lasciarselo scorrere attraverso, mi eccita vederla cosi’.
Prendo un paiodi cuscini un piu’ e li appoggio contro la testata del letto, mi siedo sopra il coprileto, composto, le gambe stese, la camicia completamente abbottonata, fisso la sua vulva schiusa, lei mi guarda  facendo capolino con gli occhi tra le gambe, ogni volta che abbassa la testa la saliva le riempie la cavita’ nasale e non respira piu’, tira su la testa e inghiotte poi in apnea la riabbassa per vedere il modo in cui fisso la sua femminilita’ oscenamente offerta.

Venti minuti e torna Labbradilampone, il viso e’ pulito, nessuna traccia di combattivita’ in lei, come deve essere stato facile spezzarla per l’Altra, fragile e bianca come la sua carnagione; rimane seducente anche sconfitta, rimane la mia amica di baci anche se la spensieratezza di quei momenti e’ andata persa per sempre.
«Visto che hai deciso di intraprendere la carriera del giocattolo sessuale comincero’ con l’insegnarti la prima cosa che deve sapere una puttanella come te: come succhiarmi l’uccello.»

La faccio acciambellare sul letto, il viso rivolto verso Irene, il suo inguine alla comoda portata della mia mano. Le faccio tirare giu’ la lampo del pantaloni, estrarre il mio cazzo dall’imballaggio borghese  che lo contiene, gliello faccio prendere in bocca lentamente e con la massima delicatezza.
«Il tuo unico scopo e’ darmi piacere, non il farmi eiaculare nella tua bocca, devi fare tutto quello che e’ necessario per procurarmi piacere con la tua bocca senza rovinarlo con l’orgasmo, per tutto il tempo che io riterro’ gradito.»
Irene ha una buona visuale, tra le sue gambe c’e’ il nostro letto e la bocca di labbradilampone che fa sue e giu’ sul mio uccello lucido di saliva, che lo bacia, lo mordicchia con la labbra, ci gioca, ma puo’ vedere tutto questo solo trattenendo il fiato mentre la saliva le brucia nel naso, per respirare deve interrompere il contatto visivo. Vedo la sua vagina che si gonfia, dopo qualche minuto scintilla di succhi. Giulia invece e’ asciutta come un mucchio di sabbia, le sono appena finite le sue regole, porto le dita al viso e la trovo priva di odore, deerotizzante, la frutta mi aggrada matura. Dal casseto del comodino prendo il lubrificante ad effetto caldo, una striscia su due dita che poi le infilo dentro lentissimamente, per fare conoscenza, per tenerla interessata, per darle un po’ di carica negandole qualsiasi possibilita’ di venire, ha le sue controindicazioni quel lubrificante: dopo un po’ scatena un fastidioso leggero prurito. Dubito che riuscira’ a meritarsi un finale come invece la sua mezza sorella stamattina, Giulia mi ha molto deluso.

Dopo un’ora ammetto che comincia a diventare brava, meno meccanica, piu’ passionale, le dita in lei sono ormai tre.

Si e’ aperto il concorso per ”la piu’ brava bambina di papa’ ” a quanto pare, e lo sguardo di Irene non ha prezzo altro che lei a fare la signora manipolatrice sulla poltrona, adesso e’ l’irosa bimba messa in castigo mentre la preferita si gode tutto il divertimento. Oh come mi piace essere me stesso, ora.

A  quasi due ore di lavoro di bocca penso sia giunto il momento di una pausa, anche perche’ da un po’ la mia erezione e’ diventata dolorosa piu’ che fastidiosa, ma la piccola ci sa fare e non la lascia scendere.
«Fammi venire.»
Lei accelera il ritmo e ci mette ancora piu’ passione, la lingua, le labbra e tutte e due le mani che accarezzano, troppo piano, troppo leggera, ma ci sara’ tempo per affinare e fare di lei una perfetta fellatrice. Sento i primi spasmi, finalmente, una liberazione non lo nego: «Tienilo in bocca, non sputare, non ingoiare, non una singola goccia fuori dalla tua bocca se non vuoi passare la notte a fare compagnia alla tua padrona.»
Mi guarda interrogativa con le labbra socchiuse, non ha nessun moto di disgusto, rimango piacevolmente impressionato, probabilmente avrebbe ingoiato ne non le avessi proibito di farlo. Saro’ un romantico ma e’ una cosa che mi commuove sempre, l’ingoio, tanto che non lo pretendo mai, deve essere un dono spontaneo.
«Vai davanti a Irene, alzale la testa.»
«Non per i capelli, piccolo aspide, prendila da sotto il mento con gentilezza.» Lo fa, sorriderebbe se non fosse costretta a tenere il mio seme in bocca.
«Ora sputaglielo sul viso.» Esegue, lo trova un gesto orribile, io no, io so che e’ perfetto.

Riusciremo ad andare d’amore e d’accordo, ne sono sicuro adesso.

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XVIII

Domenica me la prendo per me, aprire una partita nuova in cui non sia io ad essere oggetto ma manipolatore. Domenica, il signore iddio ordina di santificarla e io lo faccio offrendo in sacrificio lei, Elisabetta. Dopo averla vista nuda sono fermamente convinto che sia un sacrificio assai piu’ gradito del viziato unico figlio di Abramo, il circonciso. Lize la passo a prendere come sempre sotto casa, e’ un angelo vestito di grigio temporale, con i polsi aperti sulle ginocchia, seduta composta. Andiamo nella casa del Circeo, nessuno la usa d’inverno ma e’ una proprieta’ che non puo’ mancare alla famiglia romana dinobilecenso, io la odio ed e’ per questo che l´ho scelta come il posto giusto. La odio come odio me stesso per quello che ho il bisogno di fare ora, immediatamente, ancor prima di aprire la porta.

Guardo avanti, perso nell’asfalto: «Da ora non parlerai più, non una sola consonante, realizzerò i tuoi desideri ma sarà solo un effetto collaterale della consumazione dei miei, la tua volontà non ha importanza, dimenticala. In qualsiasi momento potrai dire NO, una volta detto non si torna indietro, saremo i soliti fratello e sorella che si ignorano di questi ultimi anni, non avrai più nessuna altra possibilità, sono questa ti e’ data. Se accetti toccami la mano sinistra…» Lei l’afferra immediatamente, e poi l’accarezza. Sciocca. «Se ti faro’ delle domande tu potrai annuire o negare muovendo la testa, lo facevi da bambina e non credo ti venga troppo difficile, ma ricordati di non parlare. MAI. Se lo farai io ti punirò. Hai capito?» Lei annuisce con eleganza. Non sembra neanche troppo colpita, anzi, forse si era preparata anche a qualcosa di peggio, e non sa che queste erano le carezze. Io provo rancore nei suoi confronti, per quello che ha fatto alla mia sorellina, per quello che l’ha costretta a diventare, e addosso su di lei anche le colpe di Irene e le mie per questo, sapendo di farlo. Iniquo, lo so benissimo, ma Elisabetta pagherà per tutti, la offro in sacrificio a me per rompere la bilancia della giustizia che mi pesa ancora dentro malgrado tutta la mia determinazione.

Non sono
ancora
dannato
abbastanza

Tutti hanno i loro bisogni, e questo adesso e’ il mio.

Apro la porta di ingresso, lei mi segue, la chiudo alle sue spalle con un lieve rumore che sottolinea un incastro perfetto. Prendo la sua mano, le do un bacio sulla guancia da fratello, le sfilo il soprabito e si comincia.

——————

Lui se n’è andato stamattina, mi ha detto che andava al mare con sua sorella, io non sono sicura che la cosa mi piaccia ma quella subottimale non e’ certo una minaccia, in lei non vi e’ nulla di puro o di assoluto talmente e’ contaminata dalla mediocrità. Non ha potenziale e lui e’ attratto solo dal potenziale. A lui piace infettare, fare una bella macchia su qualcosa di candido, oppure corrompere con una versione socialmente accettabile del ”bene” la perdizione più profonda. Come quando ha infilato questa cosa dell’amore nel nostro rapporto, o usa apertamente come corpi giocattolo le sue infatuatissime studentesse. Sono affascinata da questo suo essere cosi’ ostinatamente contrario ma con elegante leggerezza e agilità, da questo suo essere un vero stronzo, e’ l’unico essere umano che non mi annoi. Tra poco zia Giulia sara’ qui, vorrebbe discutere di un recupero sul venerdì visto che non ha avuto la sua razione di sesso e orgasmi col MIO uomo. La ragazzina si sta allargando, sonda il confine tra concessione e diritto ed in questo ha bisogno di una lezione di vita. Un diritto non si chiede, non si negozia per ciò che e’ dovuto, si combatte e basta. Apro la porta e la invito a entrare, vestita da affari sperando di negoziare da pari, fa anche il suo effetto devo dire col suo stile cosi’ spiccatamente androgino, ma la preferisco nuda. Nuda e’ sottile, scivola tra le virgole e si infila nelle mani senza passare per le parole.

«Spogliati.»
Sta per ribattere stizzita poi l’espressione si addolcisce subito, gli abiti cadono a terra in disordine sul pavimento dell’ingresso. Tutti. Addosso solo i piccoli gioielli, degli orecchini non mi interessa ma il collier che le ha regalato Lui non voglio vederglielo addosso ora, un segno di legame e di cura da parte di me e di Lui verso la piccola zia Giulia, una cura che adesso deve cambiare modi.
«Ti ho detto di spogliarti»

Posa sulla specchiera un braccialetto poi mi da le spalle fronteggiando la sua immagine riflessa, una ragazza nuda e bianca, da dietro apro il fermaglio del prezioso, lo sfilo facendolo scorrere aperto sui suoi seni, lo chiudo in una mano e lo porto con me. La sua, fredda, si infila nell’altra. Malgrado gli anni è sempre una bambina.

«Tu pretenderesti di recuperare questo venerdì allora?»
«Chiedere non costa nulla.»
«Lo scoprirai subito quanto costa chiedere, ragazzina» sto usando un tono sprezzante, forse troppo ma funzionerà.
«Davvero e che prezzo mi farai pagare?»
«Alto, Alto ma trattabile. E ti prometto che ti piacerà pagarlo.»
«E cosa ne avrò in cambio?»
«Quello di cui hai bisogno, che non sono le scopate dolci da fidanzatini che ti fai con Lui.»
«A me piacciono.»
«Appunto, ti piacciono. E basta. Quando mi scopa mi sconvolge, mi sento l’anima fuggire via con il respiro. Quando me lo porto a letto la terra si sposta impercettibilmente dalla giusta eclittica. A te invece ”piace”.»
« Mi vuoi dire che lui potrebbe essere molto diverso con me?»
« Questo lo immagino, ma io sono certamente molto diversa da lui.»
«Tu vorresti scoparmi?» mi dice quasi ridendo
«Non te la caveresti cosi’ poco»
«Interessante.»
La schiaffeggio, con precisione, sulla guancia destra, senza preavviso.
«Smettila di fare la donna vissuta, smettila di far finta di essere me, stiamo facendo sul serio, vedi di rendertene conto subito.»
Adesso e’ nello stato d’animo giusto, spiazzata, nuda, vulnerabile, e comincia a rendersi conto che il gioco il cui si e’ infilata e’ al di la’ delle sue capacita’ di gestione. Si e’ lasciata trasportare dalla corrente ed e’ arrivata nelle rapide.
«Che vuoi da me, che mi vuoi fare?»
«Io voglio te, ma non nel senso che credi o almeno non solo in quel senso, io voglio il controllo completo sulla tua vita, tu ti rimetterai a me per qualsiasi decisione, mi apparterrai. Tranquilla, non per sempre, mi accontento del tempo che manca al tuo diciottesimo compleanno. In cambio ti offro molto piacere, ed il dolore che ti sarà necessario per sopportarlo, e Lui ogni venerdì.»
«Tu sai che ho bisogno del dolore, perchè lo sai?»
«Te sei la mia piccola masochistica ballerina, trasformi il dolore nelle ali per volare, non ne puoi fare a meno. Senza attraversare il dolore che ti purifica il piacere per te e’ poca cosa e passa subito.»
«Tu lo sai. Proprio tu lo sai…»
«Si. Inevitabile, tu accetterai le mie condizioni, non avevi speranze e lo sapevi quando sei entrata, a te piace perdere, come il tuo amore impossibile per tuo nipote.»
«Si. Lo so, ho perso ancora. Accetto.»

Le accarezzo il viso, mi fa tenerezza, non posso lasciarla a se stessa altrimenti farà un disastro della sua vita, programmata come e’ per essere sconfitta e nuocersi.

L’accompagno in camera, quella mia e di Lui, quella che le e’ stata vietata per anni, prendo dal mio portagioie una cosa che ho fatto fare il giorno che decisi di concederle il mio cazzo di Lui, perchè volevo qualcosa in cambio, qualcosa di un valore almeno paragonabile: la sua vita.
Un collare, piastre piatte e lunghe a sembrare un cingolo ma non qualcosa di umano e spigoloso, come se fosse una tecnologia aliena di metallo organico, HR Giger mi ha prestato l’idea e il gusto, il meglio della tecnologia mi ha fornito i materiali, un genio in esilio l’arte della meccanica di precisione. Un collare, in lega pentametallica a base di titanio, più resistente delle vertebre del suo splendido collo, un piccolo punto di agguanto curvo per un moschettone speciale, una chiusura che una volta scattata non si aprirà fino al compimento della sua maggiore eta’. Il meccanismo interno non e’ riprogrammabile: una volta chiuso.

«Se accetti, metti questo, ma non potrai tornare indietro. Dico sul serio»
Le maglie sono  15, incise in caratteri latini, Romani, a formare L A B B R A  D I  L A M P O N E,  lo porgo a lei avvolto come un serpente velenoso sul palmo della mia mano.

Lo prende, lo appoggia al collo.
«Non metterlo a rovescio»
Lo gira, lo avvolge ancora intorno alla pelle più indifesa…
«Non riesco ad agganciarlo, e’ troppo preciso, me lo allacci tu?»
«Sei sicura che e’ quello che vuoi?»
«Si.»
Una sillaba mi basta, le parole brevi sono sempre le più sincere, faccio scattare la chiusura, lei e’ mia, vengo con violenza, in silenzio. Ma so benissimo che il respiro mi tradisce.
«Questa e’ l’ultima decisione che hai preso, Labbradilampone»
Mi sorride. Imprevedibile strana ragazza.

—-

Non le strappo gli abiti di dosso, sarebbe uno spreco ingiustificabile, Lize sa vestire con un gusto squisito, forse e’ l’unico talento che ha, o magari c’entra il fatto che con un corpo con il suo sembrerebbe elegante e femminile anche una tuta di tyvek.

«Spogliati completamente»
Arrossisce, ma si spoglia, posando con cura i capi su una sedia, un pezzo dopo l’altro. Già con la biancheria toglie il fiato, anche imbarazzata non e’ goffa, completamente nuda e’ troppo, non la sopporto, la donna più squisitamente femminile e proporzionata su cui abbia mai posato le mani. Non ce le ho ancora posate, d’accordo, ma ormai non mancano che attimi, i suoi capezzoli che si stringono diventando sempre più piccoli e duri, eretti. Non la reggo tutta questa bellezza, non adesso, non per quello che devo fare, che ho bisogno di fargli. La prendo per un polso, stringo, sento le dita affondare quel poco che serve ad arrivare all’articolazione, la porto in bagno.
«Entra nella doccia»
Sia benedetta la domestica, non ci veniamo mai ma la casa e’ sempre perfetta.
«Apri il getto dell’acqua fredda, al massimo, restaci sotto immobile.»
Lei lo fa, mi fissa negli occhi mentre lo fa, vedo che non comprende ma accetta, esegue, un perfetto automa. La pioggia artificiale che la colpisce ha una temperatura intorno ai sei gradi, quella del suo corpo sta scendendo rapidamente. Dopo un minuto le labbra sono magenta, i capezzoli viola, trema, ma non si sposta. Mi aspettavo che scappasse fuori subito invece sta li e mi fissa, tra poco cadrà a terra, non distoglie lo sguardo.
«Chiudi l’acqua.»
Ci mette un’eternità con le mani che tremano a girare quel rubinetto di ottone fino alla fine, la guardo scuotersi e lottare per un equilibrio precario, ci metto tutto il tempo necessario prima di mostrarle la mia pelle, tutto il tempo necessario. Nudo la confino in un angolo, mi schiaccio contro di lei, la mia mano sulla sua bocca, e’ gelida contro di me. Il cadavere di mia sorella Elisabetta che mi guarda ripescato da un lago, quella puttana che si e’ mangiata la mia sorellina piccola elfa dalle orecchie che spuntavano. Il trucco sciolto e poi risolidificato, una maschera che non riesce a renderla ridicola, una calzediseta forse, una ombrettoverde mai, c’è il mio sangue dietro quegli occhi luminosi da dove lacrima il mascara, il mio sangue sporco e perfetto. I suoi capelli, una massa umida e giallo scuro, due giri nel mio pugno.
«IN. GINOCCHIO» e tiro verso il basso fino a quando il suo viso non e’ all’altezza giusta per fare quello che le voglio fare. Lei capisce quello che voglio, anche una come lei ci riesce, apre la bocca e io le infilo dentro il mio uccello gonfio, le tengo la testa, scopo la sua bocca attento solo a non esagerare con gli affondi, non si oppone, rimane molle con le braccia lungo i fianchi, usa la lingua: ne bene, ne male, ma almeno partecipa. Il non morto cadavere di mia sorella che si sta scaldando, le sue labbra quasi rosa, le guance che si stanno arrossando. La sua remissività mi stanca, mi frustra, voglio farle più male. La tiro su, con gentilezza stavolta,  recupero la mia cravatta.
«Girati» adoro dire ”girati”, specialmente con il tono di comando che sto usando ora con lei. La lego con le braccia in alto appese al cannello della doccia, e’ resistente, lei non  e’ la prima, contro la sua schiena, i miei piedi tra i suoi , le allargo le gambe fino a che non rimane tesa sulla punta dei piedi, prendo il flacone dell’olio e glielo verso tra le scapole sulla sua schiena tesa e perfetta, troverà lui la strada per il luogo in cui svolgerà il suo compito scivoloso. Poso la punta del mio uccello per introdurmi nalla parte che lei considera sbagliata eppure non dice niente, scuote solo la testa da destra a sinistra come a dire un silenzioso e supplicante ”nononononononono”. Adesso diventa interessante, adesso mi piace, mi sto eccitando, sopratutto se penso a quello che verrà tra un attimo. Spingo, lei cerca di alzarsi ancora più sulle punte, spingo, non può andare più su, la sua testa e’ frenetica e ossessiva nel suo diniego ma non fa un fiato. Spingo progressivamente e sento che si allarga. «Lasciami entrare, succederà comunque, non stringere e fa respiri lenti. Oppure rinuncia e di NO.»
Smette di scuotere la testa, si arrende, sono dentro di lei per pochi centimetri, per la prima volta. Le accarezzo le gambe come a farle assaporare una tregua, ma e’ solo l’attimo prima del tradimento, le sollevo le cosce e lei si trova senza appigli, fa forza sulle braccia e contro le mie dita che la trattengono, ma scende inesorabile scuotendo la testa, scende come un pesce muto, la sua boccia rotta. Annaspa, tutto quello che e’ in grado di contenere ora glielo ho messo dentro. Aspetto, godo la sensazione compressa di essere entrato dall’uscita, godo di ogni contrazione involontaria dettata dalla paura che continui ad entrare in lei, ad aprirla, godo della sua pelle fredda e liscia addosso, dei muscoli delle sue natiche che mi massaggiano, dei piccoli scatti delle sue gambe. Godo dell’attesa.
«Puoi urlare ora, se vuoi.»
E comincio a muovermi, e lei geme, all’inizio di dolore, poi di fastidio, le lascio posare i piedi sul piatto della doccia, le scopo il culo lentamente senza mai fermarmi, senza tentennamenti, senza affondi violenti, comincio a masturbarla. Ci vuole molto ma i gemiti cambiano, il mio ritmo si fa più secco e irregolare, le afferro il seno, l’accarezzo, le infilo due dita in bocca.
Le succhia, le mordicchia.
Ora e’ il momento, di finirla, anche perchè sono dentro di lei da una mezzora che non passa mai, il suo corpo ormai e’ caldo e solo i capelli gocciolano ancora acqua tiepida, le schiaffeggio il clitoride, una due, tre volte, le schiaccio il viso di profilo contro le piastrelle, quattro volte, urla piu’ forte, cinque e lo schiaffo è più violento, sei, mi morde le dita, sette mi morde forte e credo che uno dei suoi canini abbia vinto l’impari lotta con la mia pelle, OTTO. Viene urlando, ma forte, mentre la pompo violento per gli ultimi colpi, poi mi fermo. Non ho avuto l’orgasmo, non lo volevo, non lo cercavo, mi fermo, dentro di lei. La sciolgo. Lize si tiene le mie dita in bocca, le succhia ancora. Le sfila, si gira, il medio della mia mano sinistra gocciola di rosso sul pavimento, copiosamente, lo piego e scopro che fa male ma funziona regolare, lei lo tocca e si bagna la punta delle dita di scarlatto poi con quello si traccia due righe larghe sotto gli occhi. Elisabetta. Apro il rubinetto dell’acqua calda, lei prende un po di sapone e mi lava il cazzo con tutte e due le mani, con tenerezza, io resto abbracciato a quel corpo perfetto, senza dire niente, per un tempo che vorrei non finisse mai.
«Brava» le sussurro nell’orecchio.
Lei mi posa la testa sulla spalla.
Ire non avrà il suo video stavolta.
Scrivero’.

——-
Dividiamo l’idromassaggio parlando di lui, odore di bergamotto, amaro, dalle bolle. Gioco con il suo corpo come fosse la mia bambola, perche’ lei lo e’ adesso, poi chiede:
«Posso togliermi il collare, con tutto questo vapore e la schiuma mi da un po fastidio.»
«Puoi provarci se vuoi.»
Le lo gira, lo muove per il poco che può senza farsi troppo male, cerca di sganciare la chiusura in tutti i modi che conosce, e ha una discreta inventiva.
«Come si apre?»
«Con il tuo diciottesimo genealitico.»
«Intendo: come si apre prima.» dice con la voce tra il divertito e lo scocciato.
«Con una trancia al plasma, o con una tagliatrice a getto d’acqua supersonico, e basta credo»
«Vuoi dire che non posso più togliermi questo affare di dosso?!!»
«No, non puoi, era quella l’idea di base.»
Ha una mezza crisi di panico, girare con un collare con scritto Labbradilampone per due anni davanti a tutti non era proprio nei sui piani evidentemente. Sciocca e superficiale, bisogna stare sempre attenti quando si vende l’anima al diavolo, il contratto va studiato con diligenza.

«Stronza, maledetta stronza, adesso come faccio, sei una puttana traditrice, io ti volevo bene e tu mi fai questo»
Roba da ragazzine, da bambine piagnone, non le rispondo neanche, mi alzo in piedi, le do la seconda sberla della giornata. Di nuovo quella faccia stupita, che bambina, proprio non siamo riusciti a farla crescere, Lui l’ha sempre protetta troppo, aggancio il laccio al collare, la trascino sul bordo della vasca tirandola per il guinzaglio, lo lego alla base della scala. Lei e’ stesa con il busto appoggiato per intero al pavimento intorno alla vasca, le gambe dentro, le natiche ben sporgenti. Una bambina a volte va educata con metodi tradizionali, la sculaccio, forte, uno, due, dieci, quindici, i colpi si susseguono, prima urla, poi piange, poi singhiozza, ma so che e’ solo l’umiliazione perchè conosce ben altri livelli di dolore. A venticinque il respiro si fa pesante, e lo so che si sta bagnando, è eccitata la puttanella, continuo a colpirla. Trenta, comincia a farmi male il braccio, trentacinque, comincia il dolore sordo e diffuso, quaranta, il suo muscoloso culetto è cremisi, mi fermo di botto. Disorientata resta immobile, le infilo un dito dentro, poi in secondo, mugola. Mi siedo sulla sua schiena, fa fatica a respirare, il mio peso la schiaccia, continuo a giocare con la sua fighetta, la porto sull’orlo, la esploro anche con la lingua. Non ho mai fatto cose del genere con una donna prima, ma lei non è una amante, lei è totalmente mia, la mia bambola anche se ancora non se ne rende conto. La lascio sospesa, appena ad un passo dal finale, e poi decido che non si è comportata bene, quindi non deve venire. Prendo di nuovo il guinzaglio e me la tiro via fino alla mia stanza,  mentre mi guarda appannata, desiderosa di provare altro strano piacere.
«Piegati sullo sgabello» Questo è un giochino speciale, roba di Lui nei momenti più bui e ispirati, le accarezzo la schiena poi faccio scattare le manette ai polsi e alle caviglie. Lei resta li, dove voglio che stia, la pancia sulla seduta, piegata e intrappolata. Esposta.
«Lamentati pure se vuoi, io vado a preparare il pranzo» E la lascio li a pensarci su.
Se torna in tempo la presto un po’ a Lui.

La mia piccola deve imparare a sublimare le attese,
prima o poi.

BugieXVIII  Bugie XVIII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XVII

Avevo bisogno di qualcosa di dolce, lo cerco in una tazza di latte caldo, nello zucchero con cui sporco le labbra di Irene prima di mangiarmele. ”Del diavolo condivido l’umore basso, siamo entrambi melancolici per decreto divino.”

Sopravvissuto a me stesso per un altro venerdì, pare che non diventerò padre, almeno non subito. Labbradilampone ha abdicato alla danza per indisposizione fisica e ha cercato subito rifugio nella casa del peccato, dove la sua giovinezza viene traviata con affetto e premeditazione, mi ha trascinato a letto cercando conforto, calore. Chiude gli occhi, schiude le labbra, si monda da ogni volontà, le poso una mano aperta sull’addome, ne sente il tepore, me ne ringrazia con un sorriso e poi dice solo: «Spegni la luce, ho bisogno anche di te.»

E allora io la vedo alzarsi dalla sua poltrona, tirare la cortina di scuri con gentilezza, le sue mani leggere che accarezzano la stoffa spessa, spogliarsi con rapidi gesti, i suo abiti sul pavimento di legno, la candela subito accesa e sento lo scostare delle coperte prima che il suo corpo imprigioni Giulia contro di me.

Non ci sono parole tra di noi, nessuna, non c’è neanche il sesso, la passione, neanche il sollievo dello scampato pericolo. Ci sono le mie mani sulla piccola zia che incontrano le sue, le carezze di cui Labbradilampone si bea, c’è che poi si gira e bacia Ire come fosse me e poi se ne accorge, sente che le è piaciuto lo stesso e lo fa ancora, ancora, ancora, mentre ha le mie mani addosso, e le sue sul viso. Si gira di nuovo e poi si perde fino ad addormentarsi senza capire più dove finisca Ire, dove cominci io, chi sia Giulia. La ragazza dorme sorridendo, non prova più dolore, gli analgesici ormai hanno preso il sopravvento insieme alle endorfine. Io e Ire rimaniamo li, cariatidi, a guardarci negli occhi senza emettere un suono al di la del fluire del respiro. Questo è uno di quei momenti di non ritorno imprevisti, non programmabili, eppure se stai attento li percepisci in tutta la loro portata, nelle ramificate implicazioni. Nel filo che lega i miei occhi ai suoi scorre la consapevolezza della responsabilità che sempre avremo nei confronti di questa creatura fuori posto, che si è spinta troppo avanti e si è persa tra di noi, e c’è rimasta imprigionata.

Dolcezza.

Labbradilampone è, lei, tutta la dolcezza che non abbiamo, tutto il candore che abbiamo perso troppo presto, non potrebbe esserci individuo più diverso da noi eppure è qui l’unico luogo in cui si sente davvero completa: incastrata tra me e Irene, tra il male e il peggio.

Non so cosa ne penserebbe il nonno, non so neanche se sia a conoscenza del motivo per cui gli riporto a casa Giulia a mezzanotte tutti i venerdì. Non credo abbia mai avuto paura che mia zia frequentasse cattive compagnie, voglio dire: l’ha affidata all’attenzione di me e l’Altra dall’istante in cui è nata, ed anche con uno sforzo di immaginazione considerevole è difficile immaginare dei modelli comportamentali e morali peggiori. E da bambini non eravamo meglio, con gli anni ci siamo dati una stemperata ma eravamo anche più affilati. Povera bambina affidata alle amorevoli cure del ”male” e del ”peggio”, dove poteva finire se non nel letto degli ospiti stesa su un fianco i capelli che mi si infilano in bocca mentre dorme col viso posato sul seno di Ire. Ho sempre avuto paura, da piccolo, che qualcuno ci avrebbe fermato ora mi rendo conto guardando negli occhi Ire e vedendoci riflessi i miei con la luce della candela che ci balla dentro che nessuno ci riuscirebbe più ora. Siamo salvi.

Il mondo ha perso, solo che non lo sa.

Poi finisce anche il venerdì, finisce tardi, di sabato dopo l’ora di pranzo quando porto la piccola a casa del nonno e poi me ne vorrei andare in giro anche se piove ma odio la pioggia. Allora è arabica chiara in chicchi regolari messa in una busta di carta da portare a casa, le scale fino alla porta fatte lentamente gradino a gradino. Il camino acceso, un buon libro, Ire che si cucina il sangue troppo vicina alla fiamma e fa le fusa se le sfioro il viso con la mano, il bicchiere di latte dolce e tiepido e questa voglia di scrivere per capire alla fine che quello che mi manca è solo il fatto che mi manchi qualcosa.

Perchè sono un borghese viziato. Decadente. Appagato.

Guardo Ire e me ne esco  con : «Ho voglia di farmi Lize»
Lei borbotta poco convinta: «pervertito, maniaco»
«Lo so che sono il tuo tipo, non mi dici nulla di nuovo.»
«Non ne voglio sapere niente, non portarla qui, se vieni a letto con il suo odore addosso ti uccido. E voglio il video, di buona qualità.»
«Il video?»
«Si, puoi sbatterti quella sciapetta bionda con le tette grandi quanto vuoi ma voglio la registrazione in video dall’inizio alla fine. Lei ha i nostri video e io voglio i suoi, puttana.»
«Stai diventando una guardona.»
«Lo so che ti piaccio»
E adesso mi tocca pure portarmi dietro una telecamera ad alta definizione, ma tu guarda, e di sicuro quella calzediseta incestuosa di Liz vorrà una copia pure lei.
«Tanto lo so che pure tua sorella vorrà una copia…»
Dio, mi dovrei far lasciare uno scaffale alla biblioteca nazionale a questo punto.
«Fortuna che le donne erano la parte romantica della coppia…»
«Puoi sempre usare lenzuola rosa e l’effetto inquadratura a forma di cuore, se vuoi.»
Dio se la odio, però mi piace tanto tanto.

BugieXVII  Bugie XVII

Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Cazzo ci vorrebbe una birra

ci vorrebbe proprio una birra, e magari anche una robusta razione di quel sesso feroce e disperato che facevamo una volta quando tutto andava male.

Ci vorrebbe.

E invece ci sono solo io e l’uomo di Ire, che in due ci scoliamo una bottiglia di cellarius sbattuta in bicchieri di vetro industriale da mille lire la terna.

Quest’estate era meglio.

bugie XVI

Non mi fido dei finesettimana, dal venerdi’ pomeriggio in cui attendo la zia guardandola danzare  e stirare ogni muscolo delle game alla sbarra fino alla domenica notte che mi accoglie complice di pigrizia e introspezione. I finesettimana aprono le gabbie alla normalita’ che poi finisce per sciamare ovunque come qualcosa di infettivo, e vi ritrovo bradi a contaminare il paesaggio. Siete molto meglio quando, chini sul lavoro, trainate il vostro dovere fino alla stalla per riprendervi i vostri miseri sogni. Venerdi’ sono stato di nuovo in prestito, oggetto di uno scambio di favori tra donne, e’ stato piu’ facile; prevedibilmente. Nulla e’ mai come la prima volta, e no, non ci saranno particolari ne narrazioni perche’ la mia voglia di depravazione e’ appagata. Qualcosa di diverso, qualcosa di eccessivamente giovanile, qualcosa che Labbradilampone mi ha lasciato addosso: tenerezza. Mi e’ piaciuto coccolarla dopo, i sorrisi, le carezze, i baci senza il sapore del desiderio inappagato e inconfessabile. La tenerezza, semplicemente. E’ candida con gli occhi chiusi, mentre tende le labbra. E’ candida addormentata nuda, avvolta nelle lenzuola. E’ cosi’ pura che fa male agli occhi quando si sveglia col sorriso che si apre tra le sue labbra sottili e viola, la pelle perlacea, e Ire la guarda e guarda me. Io so cosa si chiede su quella poltrona: «Siamo mai stati cosi’ puri, noi?»

No, non lo siamo mai stati, la nostra vita e’ stata una fuga disperata dall’innocenza, da tutto quello che poteva essere spacciato come limpido, come retto. Siamo stati fatti per combattere e sempre abbiamo combattuto, incapaci di arrenderci, tutto cio’ che ci circondava e voleva imporsi, fermamente determinati a non conformarci mai. Il duro lavoro della prima generazione, della prima linea, e Giulia ci ha trovato cosi’. Labbradilampone dorme nelle nostre vittorie, avvolta dalle coperte della diversita’ pagata e fatta pagare a chiunque osasse ingombrarci il passo. E sento la felicita’ di Irene per il dono che le fa ogni volta, per l’offerta di liberta’  a questa giovane che ha visto crescere, che ha accarezzato nella culla e tenuta per mano durante i primi passi, e accompagnata il primo giorno di scuola, che sempre ha considerato sua protetta.

Nostra protetta.

Labbradilampone ed il suo nuovo segreto, e la sua diversita’, Ire la sta corrompendo con i doni della liberta’ e del piacere. Ne sta facendo un’Altra, si sta riproducendo, moltiplicando la nostra specie, incurante di tutto il dolore che potrebbe causarle. Irene e’ spietata, ma le sta aprendo le porte dell’autodeterminazione, dell’umanita’ adulta, e se per farlo deve usare il mio cazzo non se ne fa certo un cruccio.

Eppure in tutta questa logica macchinazione sento che tutto quello che faccio non ha uno scopo esterno, ma in se stesso, nel piacere stesso che provo e che do, nei capelli di Giulia sciolti che dilagano sul mio torace, nella mia mano che scorre sulla sua schiena. Ho visto succedere in lei qualcosa di straordinario, di abbagliante, insieme alla sua indesiderata verginita’ ha perso la malizia, l’aria da seduttrice che evidentemente si imponeva, e’ tornata la bambina limpida che voleva i baci e li chiedeva. La sua sensualita’ e’ completo abbandono, completa assoluta fiducia, come un infante che aspetta di essere imboccato.

Ieri notte, al buio, mentre la stringevo a me, Ire mi ha regalato un’altra delle sue indigeste sorprese: «Ho parlato con Giulia ed abbaimo convenuto che sia il caso che inizi a prendere precauzioni. Contro il concepimento, intendo.» Mi sono sentito mancare l’aria, non mi ero neanche posto il problema fino a quel momento poiche’ solitamente in qualunque femmina, che non sia Irene, infilo un preservativo. No con Labbradilampone non c’ho nenche pensato, non posso far scorrere un preservativo dentro di lei, la sola idea mi disgusta come disgusta lei, ed Ire ancor di piu’.

E adesso sono qui a pensare la stessa cosa da almeno venti ore: e se fosse troppo tardi?

bugie26  bugie XVI

Ieri.
Sono stato.
A Pranzo.
Con Lize.

nonpiangepiu’


Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.

Bugie XV

Straniante, intensa e bellissima, ma decisamente nuova come sensazione. Ire mi ha dato in prestito a Labbradilampone, in un accordo tra donne che mi sto sforzando di comprendere, forzando oltremodo le limitazioni emotive del mio genere. Persino io ho trovato la cosa perversa, di una carica antisociale completamente nuova, e la mia passione per Ire e’ soltato cresciuta insieme all’ammirazione che ho per la sua impermeabilita’ alla morale delle genti che abitano l’impero oggi. Lei se ne stava seduta in poltrona con una tazza di te’ in mano, sorrideva e ci guardava mentre Giulia si liberava dello scomodo impaccio della sua verginita’ su di me. Stava li, e ci guardava, e quegli occhi che conosco assai bene esprimevano piacere, affetto, soddisfazione e lussuria. Il piacere di esercitare il possesso su qualcosa fino a farne godere altri, prestarla, e la cosa in questione ero io: corpo mente e tutto il resto.
Ha fatto un regalo a Giulia, a me, e soprattutto a se stessa, ma non e’ un evento su cui voglio procedere sbrigativamente perche’ scrivere mi permette di mettere le idee in ordine, seguire le tortuosita’ del sentire di Irene, e anche di celebrare questo momento in cui sento definitamente che stiamo diventando altro. Piu ‘altro’ perlomeno.

Rientro a casa dopo una domenica passata fuori, per quanto sembri strano anche a me ho degli amici, vecchi amici, e passare una mattinata con loro rimette in fase il senso dello scorrere del tempo e della vita, e mi trovo una sorpresa dall’apparenza innoqua, Zia Giulia che piega le camice e Ire che le stira. Io sono per la tintoria, a Ire invece piace stirare abiti da uomo per motivi suoi su cui non ho mai desiderato indagare, in particolare adora stirare a vapore le camice al punto che io e il colonnello suo padre non saremmo magari uomini senza macchia e senza paura, ma totalmente privi di sgualciture si. L’aroma del vapore profumato lo respiro appena aperta la porta, l’odore di essenza di teak dei tessuti destinati a me non quello di bergamotto del colonnello, e sento le voci femminili e scherzose rincorrersi in battute dai tempi sincopati, quella piena e sussurrante di Ire e quella bassa e ruvida di Giulia. Mi faccio guidare da quei suoni e dall’odore sempre piu’ definito fino in una delle stanze per gli ospiti che di solito fa da disimpegno per tutti i lavori domestici, mi fermo sulla porta e le trovo li: sensuali in maniera dolorosa, entrambe.
Irene ha addosso i pantaloni di un gi di cotone bianco bassi sui fianchi, e una maglietta da palestra senza maniche appena larga, Labbradilampone vestita solo di un paio di pantaloni di lino larghissimi che cadono a terra lasciano fuori solo le dita dei piedi nudi sul pavimento di legno. La zia mi sorride e mi dice ben arrivato continuando ad abbottonare tessuto colorato ancora caldo su una gruccia, l’Altra mi manda un bacio con gli occhi, io sono leggermente spiazzato come avevano previsto, appoggiato con la spalla al  telaio della porta.

-Sta un po’ qui con noi.

Mi siedo sul letto, accarezzo con lo sguardo Labbradilampone mentre finisce di mettere a posto, passano i minuti, continuano le loro voci, finisce il vapore che ho levato la giacca e abbandonato le scarpe sotto il letto. Ire porta tutto di la, nel nostro armadio, Giulia si stende sul letto e appoggia la testa sul mio grembo con i capelli ancora raccolti nel chignon, l’accarezzo piano sul capo e sul viso, il suo collo nudo e’ un invito da non rifiutare, un lieve tremore sulle sue labbra di palpebre abbassate. In balia delle mie mani. Il suo abbandono e’ completo, puro, di bambina sfinita, mi porto la sua mano al viso, ne bacio l’interno del polso, il palmo, geme. Ire torna nella stanza, si chiude la porta alle spalle, spegne la luce lasciano solo la fine grigia del pomeriggio a filtrare tra le tende. L’inverno di Roma ha una luce metallica di alluminio ossidato. Si siede sulla poltrona, spalle alla tenda, si staglia come una sagoma nera nel controluce, ha in mano una tazza di te, e parla:
- Ho parlato con Giulia, le voglio bene quanto gliene vuoi tu, le sue preghiere hanno trovato ascolto presso di me, i suoi desideri li comprendo e li approvo. Posso dire fieramente che siamo giunti ad un accordo che mi rende orgogliosa della donna che sta diventando ed al tempo stesso mi soddisfa, tu per oggi sarai suo e cosi ogni venerdi dalla lezione di danza fino alla mezzanotte; si dara’ a te solo in questa casa, solo in mia presenza, senza mai nascordermi nulla.

Nella mia bocca una sola domanda: -Perche’?

-Lei ti vuole e io la considero da sempre mia protetta, nostra protetta, come ben sai, inoltre credo non ci possa essere uomo migliore per renderla donna completamente, la sua infanzia oramai e’ sgocciolata via.

Non lascero’ che se la cavi cosi’ a buon mercato con una verita’ incompleta: – Non ha risposto alla mia domanda.
Non e’ una frase di poco peso, la regola capitale tra di noi e’ che non e’ concessa la menzogna in nessun caso, in nessun modo, se necessario e’ accettato il silenzio. Bugie MAI.

- Soddisfa anche me, perche’ ho bisogno di perderti per averti, di vedere quello che sai dare a un’altra donna per sentire davvero tutto quello che dai a me. Lasciandoti cedere ti dichiari ancora piu’ mio. Come una cosa, cosi’ la mia brama ti desidera, non legato a me come un individuo ma mio come una cosa, come un oggetto inanimato. Da prestare, se e’ il caso.

- Ho sempre saputo quanto tu fossi una creatura dannata, e ne ho sempre tratto piacere. Ma tu Labbradilampone sai in quale inferno hai deciso di danzare?

Sorride a sentire il nome che le ho dato, come tutte le volte, ma non mi bacia : – Non credo di avere scelta, ti voglio, cosi’ ti avro’, e Irene mi piace da sempre e come sai risulta impossibile negoziare con lei.

- Ti eccita che lei sia li a guardarti sedurre il suo uomo. Piccola pervertita.
- Eccita anche te, o malvagio nipote.

Ecco malvagio mi mancava, ma credo sia l’aggettivo piu’ adatto a descrivermi e si, sono eccitato da lei sulla grande poltrona ben appoggiata allo schienale con la tazza di te tra le mani. Nipote, se solo sapessi Labbradilamponeche non sei altro, piccola golosa, se solo sapessi chi sono davvero. Tiro Giulia sulle mie ginocchia, ne bacio le labbra ne accarezzo il corpo sottile, il collo, il seno, le spalle, il ventre. Il ventre di una ballerina e’ qualcosa di unico, una sensazione che non sono in grado di destrivere, forza e leggerezza, perfezione.

Sciolgo il laccio dei suoi pantaloni, li sfilo, nulla sotto, spoglia spogliata
nuda
tra le mie braccia e sul mio grembo.

La stendo sul letto, con delicatezza, le porto le mani oltre le testa, incrociate, le blocco li con forza. E comincio il mio sporco lavoro, mentre Ire ci guarda e sorride. Credo che Lei sia il gatto di Lucifero, o qualcosa di molto vicino. Labbradilampone, quanto ti ho voluta, e quanto ti voglio, perche’ non sono un ipocrita, di sicuro un traditor dei parenti, di per certo un corruttore di minorenni adesso, ed anche un porco incestuoso per finire, ma non un ipocrita.
Dio, se e’ bello sentirla cosi’ viva e fremente, madida di piacere, il suo viso che esplode di sensazioni per lei mai provate.

Ore piu’ tardi stringo Ire nel letto, sembra tutto calmo, sembra dormire e quasi la odio per questo, per questa sua capacita’ innaturale di accettare eventi enormi dopo averli causati.
Ce l’ho con lei, con questo suo disporre di me come un oggetto, con il fatto che mi piace, che mi fa impazzire, con il suo organizzare freddamente la deflorazione della mia mezza sorella da parte di uno stronzo, con il suo stare li a guardare controluce in complice silenzio. Ce l’ho con lei perche’ e’ il mio specchio. Dunque le mordo la spalla da dietro, deciso, non troppo forte, solo qualche goccia di sangue nella bocca. Fingeva solo di dormire, si gira, mi schiaccia le spalle contro il letto, e mi scopa inferocita. All’inizio mi fa male, dopo tutta l’attivita’ del pomeriggio sono indolenzito, poi molto male quando e’ pronta ed aumenta la forza del suoi movimenti spingendo con le mani a pugno sul mio torace, e dopo comincia il piacere e il desiderio bruciante, la giro sul letto e comincio io. Con forza determinata le affondo dentro, ovunque. La possiedo.

Dopo.

- Ci voleva, era da un po’ che annegavamo in una specie di dolcezza.
- L’hai fatto apposta?
- Si. Innamorato sei insopportabile.

La stringo forte a me, imprigiondo i suoi seni con le mani e il suo corpo con le braccia.
- Lo so. Maledetta.

E cediamo all’oblio.


Nulla di quanto è scritto qui corrisponde a verità, lo dico per preservare le vostre candide menti e quelle schifosamente borghesi della vostra giovane progenie.